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venerdì 14 novembre 2014

René Girard


René Girard, Edipo liberato. (Transeuropa)

Il libro contiene cinque scritti di René Girard, sparpagliati tra il 1965 e il 1985 e quindi in parte precedenti La violenza e il Sacro, e una introduzione di 60 pagine di Mark R. Anspach.
Una volta tanto, l’introduzione vale i testi che precede, innanzitutto come viaggio nel pensiero di René Girard, e soprattutto come contributo alla revisione del pensiero di Freud sul mito di Edipo, con citazioni di diversi autori anche di campo sociologico.
Veniamo così ad ottenere una conferma del vero senso del mito di Edipo, che si trova non tanto nell’incesto con la madre, quanto nella perdita delle differenze, nel crollo delle gerarchie sociali e insieme del sistema di parentela, e nella rivalità con il padre e con i fratelli. Questo anche attraverso la biografia di Sigmund Freud, e le peculiarissime caratteristiche della sua famiglia.
Per quanto riguarda gli scritti di René Girard, che vertono soprattutto sulla revisione e sull’analisi del mito di Edipo, non credo di avere la capacità di fare altro che buttar lì, cioè qui, le cose che mi hanno fatto venire in mente, ovviamente in maniera disordinata.
Che viviamo in un’epoca che forse, con la perdita sempre più profonda delle differenze (vedi La violenza e il Sacro), si muove sempre più rapidamente verso la perdita della possibilità di ristabilire l’ordine attraverso un capro espiatorio. Perché saltano fuori in continuazione capri espiatori sempre nuovi e saltano fuori uno dopo l’altro se non tutti insieme, e ciascuno ha i suoi, dagli omosessuali agli stranieri alle donne a quelli che uccidono le donne, e qualche volta si assiste alla farsa del tentativo di fare di un capo politico un capro espiatorio ma dura poco e in generale i motivi della caprizzazione sono ridicoli.
Che qui in Simmetria e dissimmetria del mito di Edipo, a proposito mi è sembrato di cogliere una possibile ulteriore interpretazione del finale di Memorie del sottosuolo, per cui l’uomo del Sottosuolo non può non espellere Liza dalla propria vita, perché di lei non tollera il rapporto di reciprocità in cui l’ha posta nei suoi confronti, e quindi la tratta come un capro espiatorio. Reciprocità che a guardar meglio, forse è l’essenza del suo rapporto anche con il servitore Apollon, reciprocità alla quale non è in grado di sfuggire quando cerca senza riuscirci di trattarlo come un servitore, per cadere più o meno contemporaneamente nel ridicolo di trattarlo come un padrone.
Poi mi viene in mente che è possibile che il movente primo della perdita delle differenze e della crisi sociale alla quale secondo René Girard fa riferimento il mito di Edipo trovi in realtà la sua origine profonda nell’invenzione della scrittura, perché quando si trovano lì scritte e leggibili, tutte le parole sono uguali, le parole del re come le parole di un servo, e Edipo re si trova infatti in un momento storico di passaggio tra l’oralità e la scrittura (vedi Oralità e scrittura di Walter Ong per approfondimenti), così come in un altro momento di tensione tra la scrittura e l’oralità, come dice Harold Innis in Empire and Communications troveremo Shakespeare e la profonda comprensione della crisi che appare in Re Lear come ce la mostra Marshall McLuhan in La galassia Gutenberg. E la tipografia, prima la tipografia a caratteri mobili e adesso la tipografia digitale che porta un po’ alla volta, anzi molto alla volta cioè rapidamente, a un mondo in cui nessuno scrive più a mano anche per quel che riguarda le comunicazioni interpersonali e quindi  le parole di tutti con l’abbandono dello scritto corsivo sono esattamente identiche, secondo me questa tipografizzazione universale si mostrerà fondamentale nel processo di perdita delle differenze e di instaurazione di sempre più diffuse e sempre più intollerabili reciprocità, vedi social network.
Anche Claude Lévi-Strauss in Il pensiero selvaggio ha posto l’istituzione di differenze come base dell’organizzazione e  del pensiero delle società primitive, e Humberto Maturana pone la differenza come essenza della percezione in Autopoiesi e cognizione, così che non è del tutto imprevedibile e in qualche modo secondo me sta già accadendo che sia l’organizzazione della nostra società sia le modalità di percezione e i modi della coscienza di sé stiano andando incontro a profondi cambiamenti in questo senso. René Girard esplora questi temi nell’ultimo scritto, I doppi e il pharmakos, in cui segnala l’importanza, con una valenza addirittura biologica, della reciprocità tra gli esseri umani, reciprocità, cioè bisogno di reciproca considerazione e di reciproco aiuto, che necessita proprio dell’istituzione di differenze per non sfociare in continuo conflitto. Si può fare a questo proposito una riflessione sul problema dell’equilibrio sempre più delicato tra la reciprocità e le differenze in un’epoca come la nostra in cui le differenze si fanno sempre più sfumate, vedi quanto si è detto per La fine del lavoro di Jeremy Rifkin, equilibrio forse sempre più delicato anche nei rapporti interpersonali, con il risultato di disagi profondi.
In sostanza questi testi esplorano il tema della mediazione, vedi Menzogna romantica e verità romanzesca, nelle sue radici storiche e psicologiche, e nel finale con poche parole René Girard ci indica una possibile via di uscita dal pantano della mediazione, quella rivalità tra uguali che si ferma in un presente eterno proprio perché non può trovare una via di uscita nel vero riconoscimento di Sé nell’Altro, un riconoscimento che parta dall’acquisizione della coscienza di Sé, come per esempio accade in La neve era sporca di Georges Simenon, e non riconoscendo solamente l’Altro come fa l’uomo di Memorie del sottosuolo di Dostoevskij, che non ha un fondamento in Sé e non può fare altro che perdersi, negli altri, in un continuo confronto con un Altro e in un continuo domandarsi cosa è lui, per l’Altro, senza porsi mai il problema di cosa è l’Altro per lui, proprio perché lui, come individuo, semplicemente non esiste, e così l’altro è soltanto immaginato, e di Sé l’uomo del sottosuolo non sa nulla.
Mentre forse si può indicare come sottotraccia generale del libro il suggerimento implicito che tutta la narrativa sia un procedimento autoreferenziale che invischia l’autore i personaggi del romanzo e il lettore in un incessante discorso sul discorso che rimbalza continuamente tra chi scrive chi legge e chi si trova dentro la narrazione, procedimento che forse comincia apertamente con Dostoevskij e diventerà completamente visibile nella narrativa del Novecento in opere come La Nausea di Jean-Paul Sartre, Justine di Lawrence Durrell e Fuoco pallido di Vladimir Nabokov. (bamborino)

A pag. XL abbiamo un sulla invece di sul (sulla suo capo), a pag. 22 manca in, a pag. 82 la invece di lo, a pag. 87 il invece di in.





What is generally called sense, has very little to do with what a man thinks; where self is at all concerned, inclination steps in, and will not give the judgment fair play, but forces it to wrest and torture the meaning of every thing to its own purposes. (Sarah Fielding, The Adventures of David Simple)

domenica 30 settembre 2012

René Girard


René Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca. (Bompiani)

Se nella filosofia e nella neurofisiologia contemporanee il dibattito sulla coscienza è in corso da qualche decennio (decennio e non decade, che in italiano è dieci giorni), il problema della coscienza si è posto apertamente, in letteratura, almeno a partire da Fëdor Dostoevskij.
Almeno. Perché in un certo senso già Edgar Allan Poe con The Man of the Crowd e Nathaniel Hawthorne con Wakefield avevano posto se non il problema, le basi per la ricerca. Per uno studio della coscienza nella sua nascita dal rapporto con gli altri.
E infatti, come abbiamo già rilevato in più d’una occasione, in Linguaggio e problemi della conoscenza Noam Chomsky dice che è decisamente possibile – assolutamente probabile, si potrebbe pensare – che si imparerà sempre di più sulla vita dell’uomo e sulla sua personalità dai romanzi che non dalla psicologia scientifica.
Menzogna romantica e verità romanzesca è probabilmente la migliore dimostrazione della validità dell’affermazione di Chomsky, poiché qui René Girard utilizza lo studio della narrativa per lo studio della mente umana e di ciò che la muove, e di come questo movimento si sviluppa attraverso diversi contesti storici, cioè diversi contesti della storia del pensiero, indagata attraverso lo studio dello sviluppo della narrativa.
Senza parlare di psicologia, che è appunto ciò da cui René Girard gioiosamente e proficuamente si guarda, evitando così l’errore fondamentale di tutte le psicologie, di prescindere dalla storia del pensiero, ed evitando altresì quella che secondo Viktor Frankl è la loro oscura aspirazione, cioè la tendenza a svalorizzare ogni contenuto spirituale.
E infatti i riferimenti non letterari di René Girard sono ai sociologi, come David Riesman.
Menzogna romantica e verità romanzesca è anche un’opera sul senso del cristianesimo, oltre che sul senso dell’Uomo (pag. 53), perché René Girard parla della trascendenza, quel bisogno che nasce nell’Uomo con il linguaggio grammaticale e con i riti di sepoltura, quell’aspirazione al significato di cui parla padre Ong in Conversazione sul linguaggio.
La trascendenza vista come modo del desiderio, e il desiderio considerato come modo ed espressione del bisogno di trascendenza.
Trascendenza che se è un modo del desiderio, crediamo che possa essere il desiderio di Dio, e il desiderio di tutto ciò che va al di là dell’Uomo, quindi anche l’Arte, o la Conoscenza.
Desiderio che si pone per l’Uomo, tornando a Walter Ong, a partire dal momento in cui il significato si presenta alla mente come qualità della parola e dell’oggetto designato da essa, qualità indipendente che, come dicono Ogden e Richards in The Meaning of Meaning, nella parola acquista poteri soprannaturali.
Se il desiderio è generalmente considerato come un rapporto sostanzialmente rettilineo tra il soggetto desiderante e l’oggetto desiderato, René Girard scopre che vi è sempre, o molto spesso, la presenza di un altro personaggio, o mediatore, che è in rapporto sia con il soggetto che con l’oggetto, cioè il soggetto desidera secondo il desiderio del mediatore, che in qualche modo imita, vedi La violenza e il sacro, e si configura così la condizione del desiderio triangolare, o della mediazione.
Che può essere mediazione esterna o mediazione interna, secondo la vicinanza del mediatore al soggetto, che desidera essere come il mediatore. Come si può vedere nelle numerosissime storie che racconta Dostoevskij, di uomini che in un certo senso si fanno sostituire da altri uomini nel rapporto con le donne che amano, altri uomini che sono ciò che essi vorrebbero essere.
Il mediatore è tanto più vicino quanto più è reale. Amadigi di Gaula, il modello di Don Chisciotte, è del tutto esterno a Don Chisciotte, è un eroe mitico lontano da lui, le eroine da romanzo di Emma Bovary sono già più vicine a lei, le somigliano di più. Si arriva ad una condizione intermedia in Stendhal, Julien Sorel di Il rosso e il nero ha Napoleone come mediatore esterno e i personaggi che si trova intorno come mediatori interni.
Fino ad arrivare all’esplosione completa della mediazione interna con Proust e con Dostoevskij.
Proprio per il suo rapporto con la deviazione dell’aspirazione alla trascendenza, che invece di dirigersi verticalmente verso Dio o comunque verso un’entità metafisica superiore, si rivolge verso le persone reali dei mediatori, René Girard chiama la mediazione di volta in volta desiderio metafisico e male ontologico.
Così questo libro è la descrizione del processo di trasformazione del rapporto con gli altri e quindi dell’idea di sé stessi che si è andata sviluppando con la trasformazione del rapporto con Dio e con la trascendenza, processo di trasformazione che René Girard segue attraverso una nuova comprensione della grande narrativa.
Comprensione che parte da Cervantes e arriva fino ai nostri giorni, mentre i mediatori interni diventano sempre più vicini e sempre più uguali a colui che desidera, fino alla banalizzazione e alla paralisi del desiderio, trovando nell’infrenabile dilagare della mediazione interna anche la ragione di quello che Girard chiama il sonnambulismo della moderna narrativa americana, in cui il dilagare del desiderio secondo gli altri, con la pubblicità e i nuovi media (vedi La sposa La sposa meccanica e Gli strumenti del comunicare di Marshall McLuhan), è diventato l’impossibilità di considerare sé stessi come qualcosa di diverso dal nulla. Impossibilità peraltro già presente, anche se non apertamente, in Memorie del sottosuolo, e che compare pienamente, prima che negli scrittori americani, in Anton Čechov, autore trascurato da René Girard, ma che un sonnambulo grandissimo come Raymond Carver considerava il suo punto di riferimento.
La trascendenza verticale nasce con il linguaggio, la trascendenza deviata si innesta probabilmente sulla rivalità mimetica di cui Girard parla in La violenza e il sacro, che è un fenomeno collettivo e antecedente alla scrittura, proveniente dal modo di apprendere caratteristico dei primati, attraverso la competizione e l’imitazione. Poi la trascendenza deviata dilaga innestandosi con l’individualismo moderno generato dalla tipografia, e non a caso Girard la fa iniziare con l’inizio del romanzo.
La scrittura, rendendo possibile l’esternalizzazione e la visualizzazione dei processi di pensiero, ha generato la deviazione della trascendenza, la tipografia l’ha consolidata e l’ha moltiplicata rendendola riproducibile in un numero infinito di esemplari, tanti quanti gli uomini, e ha fatto esplodere il desiderio e il rapporto con gli altri fino alla polverizzazione.
Così René Girard fa cominciare la deviazione della trascendenza proprio con il primo vero grande romanzo, Don Chisciotte, cioè sostanzialmente con la tipografia, e un possibile approfondimento potrebbe venire dagli studi di cui abbiamo tante volte parlato, Oralità e scrittura di Walter Ong e La galassia Gutenberg di Marshall McLuhan, cioè potremmo arrivare a pensare che oltre a generare l’individualismo la tipografia abbia moltiplicato le possibilità di descrizione di sé degli individui, le possibilità di delineare diverse coscienze accanto alla nostra coscienza individuale, la possibilità di pensare l’Altro non solo come esterno ma come elemento stabile della nostra mente, con la possibilità tipografica di prendere in considerazione l’Altro, nel suo essere non tanto una presenza fisica ma un modo del pensiero, come un’entità di pensiero che non è più solo pensabile ma diventa visibile, ora che il pensiero diventava visibile e riproducibile e moltiplicabile all’esterno in infinite copie perfettamente identiche.
E infatti già all’inizio di Menzogna romantica e verità romanzesca René Girard dice che la tipografia moltiplica in modo prodigioso la possibilità del connubio tra due coscienze lucide e contribuisce così a generare le illusioni, secondo me forse illusioni dell’esistenza di una eventuale coscienza intermedia che da questo connubio possono nascere, intermedia e localizzata in uno spazio mentalmente visualizzabile, che potrebbe generare un’evidenza quasi fisica del desiderio condiviso con il mediatore, mentre in seguito la tipografia unendosi con i nuovi media riesce a rendere il connubio sempre più diffuso e quindi in un certo senso a banalizzarlo, e qui arriva la mediazione interna come esperienza totale, vedi quanto detto sopra a proposito della pubblicità.
Perché il problema della mediazione interna secondo noi, attraverso la possibilità tipografica della visualizzazione del pensiero, diventa il problema dello spostamento e della concretizzazione del pensiero, cioè della visualizzazione della coscienza, che in un mondo di confronti moltiplicati e continui diventa coscienza in quanto consapevolezza della propria insufficienza e del proprio scarso valore, vedi di nuovo Memorie del sottosuolo, e il confronto con gli altri diventa la convinzione della loro superiorità e della loro felicità, in un contesto in cui agli altri vengono attribuite le invidiabili qualità superiori che sempre si attribuiscono al mediatore, specialmente quando questo è molto vicino, fino ad essere praticamente identico al soggetto, di cui condivide i desideri.
Condivisione felicemente impossibile se il mediatore è esterno e lontano come Amadigi di Gaula per Don Chosciotte, che infatti compie le sue imprese senza farsi rodere dall’invidia.
A questo punto si può rilevare che René Girard, trascurando la prima parte del testo di Dostoevskij, non coglie completamente un aspetto secondo noi essenziale di Memorie del sottosuolo, che è appunto l’apparizione in letteratura del problema della coscienza.
Dostoevskij è un genio e un artista e come tutti i grandi artisti comprende i germi delle cose prima che si manifestino completamente.
In questo caso, trovandosi a vivere in una società che attraversava un’epoca di crisi tra il feudalesimo e il capitalismo (la servitù della gleba in Russia fu abolita il 12 aprile del 1861), partecipa di enormi tensioni sociali che lo portano a sentire i profondi cambiamenti che si stanno attraversando nelle definizioni soggettive che gli individui sono in grado di dare di sé stessi, definizioni che se si riferiscono a sé, si riferiscono automaticamente agli altri, identici.
Questa, di una condizione particolare di tensioni economiche e sociali, potrebbe essere la spiegazione della comparsa, con altre modalità, del problema della coscienza nella letteratura americana, che aveva anch’essa a che fare con le tensioni tra feudalesimo e capitalismo, tanto che l’abolizione della schiavitù data dal 1 gennaio 1863.
Potrebbe essere questa la motivazione dell’intollerabile frignare della prima parte di Memorie del sottosuolo, che se la rivalità triangolare è il desiderio di essere come l’altro, il mediatore, ormai identico al soggetto e appunto completamente polverizzato in un mondo di individui identici e con gli stessi identici desideri, è diventato parte dell’individuo stesso, e quindi il dolore interiore non può essere vissuto se non attraverso gli altri, come l’uomo del sottosuolo dice apertamente quando parla del mal di denti.
Ma nello stesso punto compare in letteratura il rifiuto di riconoscere negli altri la stessa profondità di coscienza che riconosciamo a noi stessi. René Girard parla anche di Jean-Paul Sarte, e ci si può domandare se il Roquentin di La nausea sia in questo vicino all’uomo del sottosuolo.
Problema della coscienza che, nella nostra epoca di consolidamento della perdita della coscienza individuale e di avviamento verso una possibile coscienza planetaria, vedi Teilhard de Chardin, scompare completamente nelle opere dei minimalisti.
Rimane da rilevare, di questo studio grandioso, che René Girard porta la sua analisi del desiderio secondo l’altro fino ad illustrarne la natura nei cambiamenti dell’ideologia e del comportamento delle aristocrazie al sorgere del capitalismo moderno, quando lavorare e mostrarsi produttivi fu proclamato come valore anche da una classe che fino a poco tempo prima aveva ritenuto disdicevole ogni forma di attività redditizia, e che ora voleva diventare anch’essa come la classe dei suoi nuovi rivali. Discorso che verrà esplicitato completamente dal Principe di Salina in un altro capolavoro della letteratura, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

E non si ferma qui. Perché se in La violenza e il Sacro si era già occupato del complesso di Edipo, in quest’opera René Girard arriva a dar conto della fissazione delle psicologie sull’importanza del rapporto con i genitori indicandolo, a proposito della Combray di Marcel Proust, come una possibile frequente modalità di mediazione esterna, di cui purtroppo non studia le variazioni in corso attualmente, nella condizione sempre più diffusa di una organizzazione famigliare costituita esclusivamente da genitori e figli, in un mondo che sempre di più vuole paradossalmente responsabilizzare di tutto genitori completamente azzerati dai mezzi di comunicazione, e che rischiano di diventare mediatori esterni esposti a un confronto ridicolizzante con i mediatori interni della pubblicità e della televisione, con il risultato di sempre più intense angosce generate dalla confusione e dall’ambivalenza di una ulteriore comunicazione a doppio legame. 
Insomma, alla fine forse si potrebbe dire che la sostanza del discorso di René Girard è che l’Uomo a un certo punto comincia a credersi un dio, e così ineluttabilmente è portato a credere che anche i suoi simili siano dei, e li adora, fino a perdersi e ad annullarsi completamente.
Perdita e annullamento che oggi sono quasi quotidianamente sotto i nostri occhi, nell’uso pesante e continuo della mediazione interna nella pubblicità, che ci mostra dei coglioni qualsiasi come divinità alle quali dovremmo cercare di somigliare, e somigliar loro in concorrenza tra di noi, occupati tutti a fare la stessa cosa credendo di fare ciascuno una cosa unica ed esclusiva, nella ripetizione quotidiana di un eterno presente. Ora che, come dice René Girard, non c’è più  Dio, né re, né signore che ci ricongiunga all’universale, e per sottrarci al sentimento del particolare, desideriamo secondo l’Altro, e scegliamo dèi di ricambio, perché non possiamo rinunciare all’infinito.  (bamborino, allemanda)

A pag. 28 c’è un ha invece di abbia, veramente orribile. A pag. 97 c’è sognamo, a pag. 107 c’è un successo che dato che si tratta di una successione dinastica forse andava meglio succeduto, a pag. 140 c’è priva invece di privo, a pag. 191 c’è il pseudo-oggetto.  




Solo l’umano è divino. (Hermann Broch, La morte di Virgilio)

lunedì 30 aprile 2012

René Girard, Vittorio Gallese

René Girard, La violenza e il sacro. (Adelphi)


Vittorio Gallese, Dai neuroni specchio alla consonanza intenzionale.
Riassumere e spiegare un’opera così importante sarebbe un’impresa decisamente al di là della portata dei nostri poveri mezzi.
Quindi si fa quel che si può e innanzitutto informiamo il lettore che se all’inizio ci potrebbe essere l’impressione che René Girard scriva in quello stile caro ai francesi che definiremmo situazionista o à la Foucault, cioè che non si capisce quasi niente fino alla quarta rilettura, qui nel giro di due o tre pagine di relativa modesta fatica le cose cambiano, e anzi gradualmente lo stile di Girard rivela la piacevole particolarità di sviluppare il discorso come se l’argomentazione non fosse già presente nella sua mente ma si andasse formando mentre scrive. Peraltro, non crediamo che ci sia nemmeno bisogno di essere particolarmente preparati per seguire tutto il discorso. Certo, conoscere le due tragedie di Sofocle e di Euripide che vengono prese in esame è utilissimo, ma allora questo libro diventa un’ottima occasione per fermarsi un momento e aprirsi al teatro greco, per poi ripartire nella lettura con un piacere molto aumentato.
Poi si fa presente che di fronte a questo libro secondo noi i lettori possibili si dividono in due categorie.
La prima categoria sono quelli che il mondo in cui vivono gli va bene così e non ci trovano niente di strano o di sbagliato o di orribilmente distorto e doloroso, e questi o si annoieranno e troveranno che è una massa di cretinate per intellettuali eruditi, o riceveranno un’illuminazione, ma saremmo più propensi per la prima ipotesi.
La seconda categoria sono quelli che si domandano cosa sta succedendo, che tutte le volte che accendono la televisione in cinque minuti stanno male e spengono, che si domandano cosa c’ha la gente che per anni sono andati avanti a dire nella misura in cui e poi un attimino e adesso assolutamente e quant’altro, e perché per le vacanze partono e tornano tutti insieme e perché si sono mesi tutti a viaggiare che prima si stava a casa tranquilli e perché c’è una cosa come la moda e restano basiti davanti al meraviglioso mistero delle conversazioni sul calcio, che tutti dicono da sempre esattamente le stesse cose esattamente nello stesso modo e cambiano solo i nomi, insomma quelli che non solo non capiscono perché tutti ad un certo momento si comperano la macchina bianca (la prossima figata per tutti è il nero opaco), ma dopo che hanno visto i gruppi di Facebook gli è venuta la lussazione dell’articolazione temporo-mandibolare e oramai da anni si sentono di vivere nella disgregazione e nello schifo e che lo schifo si avvicina di giorno in giorno a una vera catastrofe sociale.
Questa seconda categoria costituisce il pubblico di René Girard.
Se fate parte di questo popolo di disgraziati che fa fatica a tirare i conti dell’assurdità quotidiana, dalle pagine di questo libro salirà verso di voi un profumo ineffabile che vi prenderà e vi trasporterà nel tempo e nello spazio in un viaggio meraviglioso attraverso la storia l’etnologia le religioni la filosofia la letteratura cioè attraverso tutto il faticoso lavoro che si fa e si è sempre fatto per comprendere il mistero dell’essere umano e del suo agire nelle reciprocità dell'interazione sociale, in un susseguirsi di scoperte e di aperture a pensieri mai fatti e a punti di vista nuovi, alla fine del quale non dico che avremo capito tutto, ma ci saremo fatti le idee più chiare su un sacco di cose e ci troveremo di fronte a nuove sconvolgenti possibilità di interpretazione della realtà.
E dopo questo libro niente sarà più come prima, e capiremo perché ai semafori si mettono tutti in fila dietro alla prima macchina.
Perché siamo convinti che se uno è costretto a vivere in un barile di escrementi, se non sa dare un nome e una ragione agli escrementi magari pensa che sì, c’è cattivo odore ma è solo una sua impressione, e sta ancora peggio perché gli sembra di non capire e di essere un disadattato. Ma se sa che sono escrementi, e da dove vengono e in cosa consiste l'essenza della loro costituzione, innanzitutto non si sente di essere lui quello sbagliato e poi magari nel suo piccolo trova non dico un modo per uscire dal barile ma forse riesce a sporcarsi un po’ meno.
In questo, La violenza e il sacro è veramente uno di quei libri che aiutano a vivere. E forse anche a riuscire meglio in quello che consiglia John King nell’explicit di Human punk, cioè cercare di scegliere bene, seguendo l’onda ma tenendo gli occhi aperti.
Quanto a Vittorio Gallese, le sue idee sono geniali ed è, con Giacomo Rizzolatti (il capo), Luciano Fadiga e Leonardo Fogassi, uno della Banda dei Quattro che a Parma hanno scoperto i neuroni specchio. Tra i quattro, Vittorio Gallese è forse il più attento al rapporto tra le nuove scoperte della neurofisiologia e i temi della ricerca filosofica di sempre, che si stanno reciprocamente ingranando in un modo impensabile fino a pochi anni fa.
Questo suo testo parla dei neuroni specchio e del loro ruolo nella vita dell’uomo in modo facilmente comprensibile anche a chi non ha competenze neuroanatomiche ed è strettamente collegato al libro di René Girard, al punto che si potrebbe dire che Girard spiega Gallese e reciprocamente Gallese spiega Girard, cioè René Girard ha fatto delle osservazioni fondamentali sulla storia dello sviluppo della civiltà del pensiero e del comportamento, e la scoperta dei neuroni specchio le sta confermando.
Lo si può raggiungere cliccando qui ed è scaricabile e quindi stampabile per leggerlo con la dovuta calma e attenzione, completamente a gratis. Peraltro il sito internet del prof. Gallese offre, sempre alle stesse condizioni, molto altro materiale importantissimo per la conoscenza delle nuove prospettive che si stanno aprendo allo studio della mente e della coscienza (magnifico e altrettanto fondamentale, anche se tipograficamente fastidioso, Neuroscienze e Fenomenologia).
Il nostro percorso personale è andato dalla lettura di Vittorio Gallese al libro di René Girard (che abbiamo scoperto grazie a Gallese), ma non è detto che non si possa seguire anche il cammino contrario. (bamborino, herzenstube, zarlingo) 
Il fatto che la grande maggioranza della popolazione accetta ed è spinta ad accettare la società presente non rende questa meno irrazionale e meno riprovevole. (Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione)

lunedì 16 aprile 2012

Fëdor Dostoevskij, René Girard

Fëdor Michajlovič Dostoevskij, I fratelli Karamazov. (Einaudi)
René Girard, Dostoevskij dal doppio all’unità. (SE)
Cominciamo dalla fine, cioè dal saggio di Sigmund Freud che chiude il volume, Dostoevskij e il parricidio. Se non si può non riconoscere a Freud il merito particolare di segnalare giustamente in questo saggio la natura di sintomo isterico dell’epilessia di Dostoevskij e il merito generale di essersi adoperato per dare nuovo vigore alla pratica della confessione, è difficile passare sotto silenzio la sua ridicola presa di posizione etica nei confronti dello scrittore, al quale appioppa una predisposizione pulsionale perversa che doveva renderlo proclive al sadomasochismo o alla delinquenza, cui fa seguito verso il finale l’affermazione che la simpatia di Dostoevskij per il criminale è in effetti senza limiti.
Se ci si domanda da dove gli siano venute (a Freud) simili idee, si può forse trovare una risposta in un passo del saggio, in cui afferma che non è un caso che tre capolavori della letteratura di tutti i tempi trattino lo stesso tema, il parricidio, cioè l’Edipo re di Sofocle, l’Amleto di Shakespeare e I fratelli Karamazov, aggiungendo che in tutte e tre le opere è messo a nudo anche il motivo del misfatto: la rivalità sessuale per il possesso della donna.
Ora, va bene la difesa a ogni costo della scoperta (o meglio invenzione) del complesso di Edipo (peraltro ampiamente revisionato da René Girard in La violenza e il Sacro), ma non credo che ci sia bisogno di particolari profondità culturali per sapere che Edipo ha ucciso suo padre per caso e senza sapere nemmeno chi fosse, mentre Amleto uccide non suo padre ma suo zio, reo di averglielo ucciso lui, il padre, per sposare sua madre. Quanto poi a I fratelli Karamazov, un’affermazione di questo genere può venire solo dal fatto di non aver letto il romanzo.
Ma Freud non si ferma qui, e chiude in bellezza il saggio affermando che non si conosce un solo caso di nevrosi grave in cui non abbia avuto la sua parte il soddisfacimento autoerotico in età precoce e nella pubertà. Cioè non siamo proprio al livello di dire che a masturbarsi ci si tira fuori il midollo spinale, ma insomma, a fare certe porcherie una bella nevrosi, e grave, non te la leva nessuno.
Viene in mente un contemporaneo di Freud, Georg Groddeck, al quale lo stesso Freud riconosceva di dovere il termine Es, che in quel capolavoro che è Il libro dell’Es (dove senza tirarsela ma nello stile di un libretto quasi comico arriva fino a Melanie Klein e a Wilfred Bion) dice che la masturbazione è la fonte di ogni bene anche in età avanzata.
Passiamo al romanzo.
Torniamo per un momento a Freud, e dico subito che non sono d’accordo con lui e con tutti gli altri che dicono la stessa cosa, quando dice che l’episodio del Grande Inquisitore è uno dei vertici della letteratura universale. Secondo me non è nemmeno uno dei vertici di Dostoevski ma trova il suo posto, anche se forse in quest’ambito è il pezzo migliore, nell’incredibile quantità di menate ideologiche e religiose di cui sono piene le sue opere. Ce n’è tanta, in questo romanzo, di roba indimenticabile, praticamente un susseguirsi ininterrotto di intensità subentranti, che con pochissimi momenti di riflusso trascinano verso l’esplosione finale del processo. Che poi, come dice ancora Sigmund Freud, questo sia il romanzo più grandioso che mai sia stato scritto, secondo me è un’affermazione un po’ forte, e bisogna vedere cosa si potrebbe intendere con ciò, perché la stessa cosa, con riferimento alla struttura costruttiva della trama, si potrebbe dire, e certo a maggior ragione, di Orgoglio e pregiudizio. Ma è un fatto che le opere che si possono confrontare con questo romanzo sono ben poche, e che raggiunge spesso profondità di coinvolgimento emotivo che non hanno termini di paragone nella narrativa moderna.
Ci si può domandare il perché di questa marea emozionale, e forse la risposta la dà Harold Bloom, che dice che tra i caratteri di Dostoevskij ci è quasi impossibile trovare delle personalità che abbiano un valore normativo: I fratelli Karamazov è un romanzo dove più che la storia, che peraltro ci prende con una forza tremenda, contano i personaggi, e i loro rapporti di continuo scontro, e i personaggi sono tutti individui titanicamente eccessivi e a loro modo assolutamente fuori da ogni possibilità di regola.
E se questo vale per i personaggi principali, che sono il romanzo, abbiamo poi i personaggi secondari, che costituiscono, praticamente tutti, non solo delle figure di contorno ma dei microromanzi inseriti nel tessuto principale, ciascuno con una storia sua, perfino i meno rilevanti. 
Insomma una sinfonia di persone dall’inizio alla fine, ed è in questa sinfonia di persone che bisogna vedere secondo me l’aspetto più straordinario di quest’opera straordinaria e rivoluzionaria.
Perché il romanzo ha delle fortissime particolarità strutturali che, almeno per l’epoca, direi che possono essere considerate uniche, e che sono un’altra delle tante cose in cui Dostoevskij è stato più avanti di tutti, tranne come ho gia detto nel post su Il sosia, la Emily Brontë, e Cime tempestose ha infatti una struttura molto simile. Cioè I fratelli Karamazov non ha una trama vera e propria, ma è costituito da un insieme di persone e di rapporti tra persone, rapporti di volta in volta sostanzialmente uno a uno, che si addensano nel giro di pochi giorni intorno a un fatto, l’assassinio di Fëdor Pavlovič. In realtà non c’è storia, ma solo questo fatto, e le storie sono quelle di tutti i personaggi, che sono appunto romanzi nel romanzo, e gli danno tutto lo spaventoso movimento che ci travolge fin dalle prime pagine.
Il fatto si prepara, accade, e dopo che è accaduto si ricomincia nella direzione opposta, nel processo in cui la difesa e l’accusa e i testimoni ripercorrono tutta la storia e la mostrano da diversi punti di vista e la commentano: quindi non solo non c’è movimento, ma si ritorna sempre sulla stessa strada, e lo scontro tra le persone si fa ancora più profondo, e il romanzo si ripete, tutti i romanzi di tutti i personaggi si ripetono. Forse la vera grandiosità è questa, che I fratelli Karamazov è il primo romanzo del ripiegamento, e in una struttura temporale apparentemente consueta spalanca la possibilità delle chiusure ripetitive di Samuel Beckett.
Tuttavia Harold Bloom in Il genio, nel riconoscerne la grandezza, copre Dostoevskij di insulti politico-religiosi e dice apertamente, del finale del romanzo, che lo trova incredibilmente brutto. E questo è il punto.
Perché non sono pochi i lettori che nel riconoscere a Dostoevskij una ineguagliabile potenza narrativa, fanno fatica a non trovare ridicole le sue tirate religiose e moralistiche: viene in mente Oscar Wilde, che diceva che solo un cuore di pietra poteva leggere la morte della piccola Nell di La bottega dell’antiquario senza sganasciarsi dal ridere, e secondo me il finale di I fratelli Karamazov non è da meno. Anzi, tutta la storia del povero bambino ammalato è decisamente ridicola, con il padre alcolista, la madre pazza e una sorella paralizzata. Di più, questa del ragazzino è in realtà l’unica vera trama che c’è nel romanzo, con un suo procedere di fatti ordinati verso un finale, e mentre nel resto dell’opera i personaggi principali sono, come è caratteristico del romanzo moderno, delle brutte persone, degli stronzi o sostanzialmente come si suol molto malamente dire, dei perdenti, qui c’è una meravigliosa tensione di tutti verso elevati valori spirituali e verso il buonismo più sgangherato: lo stesso Alësa è ben diverso qui, proiettato verso le certezze del Bene, da come è quando si trova lontano dalla catapecchia della famiglia degli sfigati, molto più dubbioso e tormentato, e tutta la storia, diversa com’è dal resto dell’opera, non ha alcun rapporto con gli altri avvenimenti, e potrebbe tranquillamente essere sputata fuori dal romanzo, e il romanzo sarebbe assolutamente identico. Per non dire molto più bello, se poi la fine fosse stata la scena nella clinica, sulle parole che Katja dice ad Alësa: “Lasciamo da parte queste cose”.
Quindi il problema è, come è possibile che un narratore di quest’altezza abbia incastonato tali obbrobri da boy-scout (sempre Harold Bloom) nel suo romanzo più bello, oltretutto operando una profonda distinzione stilistica e strutturale con il resto dell’opera.
Una parentesi intertestuale, sulla presenza del Diavolo nella letteratura. Cioè Alësa, nel finale della scena del Grande Inquisitore, si attarda a seguire con lo sguardo Ivan che si allontana e si accorge, per la prima volta, che la spalla destra del fratello sembra più bassa della sinistra: c’è in un altro grande romanzo un altro personaggio diabolico, dotato della stessa caratteristica anche se non si specifica qual è la spalla più bassa. Quindi lancio un concorso a premi senza premi tra i frequentatori del blog.
E dopo la parentesi, René Girard.

Che stabilisce con quest’opera la base del lavoro che lo porterà a quello studio grandioso sulla perdita della trascendenza e sulle condizioni sociali della modernità che è Menzogna romantica e verità romanzesca, vedendo l’inizio dell’assunzione di prerogative divine da parte dell’individualismo occidentale a partire dal pensiero di Descartes. Individualismo occidentale di cui Marshall McLuhan troverà le ragioni nell’invenzione della tipografia a caratteri mobili.
Ma l’individualismo non può prescindere dalla presenza dell’Altro, forse anche per la forza interiore che possiede la nostra ancestrale tendenza alla rivalità mimetica, la cui scoperta porterà René Girard al suo terzo grandioso lavoro, La violenza e il Sacro, e così in Dostoevskij dal doppio all’unità egli delinea attraverso lo studio dell’opera di questo grande scrittore la comparsa nel pensiero e soprattutto nella pratica dell’esistenza quotidiana della tensione continua del rapporto di rivalità e di sadismo e masochismo dell’uomo occidentale nella continua scissione tra Io e l’Altro, tensione che porterà alla comparsa della letteratura dell’angoscia e della narrativa oggettiva e soggettiva, e che sarà espressa e precisamente delineata in Menzogna romantica e verità romanzesca.

Qui René Girard ci racconta e ci mostra come Dostoevskij, di opera in opera, si sia venuto costruendo non solo come scrittore ma soprattutto come uomo, e qui viene in mente ancora Oscar Wilde, che se non mi ricordo male ha detto che il vero capolavoro di un artista è la sua vita.
René Girard ci conduce attraverso la vita di Dostoevskij e ci fa vedere il rapporto strettissimo tra il suo scrivere e il suo vivere, e come il suo scrivere sia un viaggio attraverso la sua anima, attraverso la fatica di vivere e di realizzare sé stesso di un uomo terribilmente problematico e profondamente sofferente, in un percorso che si svela gradualmente e lo porta verso la fine di una ricerca che si sviluppa di opera in opera.
E con René Girard riusciamo a capire anche il mistero del suo capolavoro, in cui ottiene il risultato finale sia come narratore che come anima tormentata. Alla vetta narrativa corrisponde quella che per Dostoevskij è la vetta dello spirito, che egli incarna nella storia di Alësa e del ragazzino, e che incastona nel romanzo, proprio per questo, come un gioiello a sé stante.
Sperando di non strafare, devo dire che alla luce di Menzogna romantica e verità romanzesca l’Interpretazione di I fratelli Karamazov secondo me potrebbe essere diversa da quella che ne dà qui René Girard, poiché penso che tutta la faccenda del rapporto tra il padre e i figli si possa far risalire a un rapporto di rivalità triangolare piuttosto che a specifiche problematiche personali, e anzi credo che alla base di questo rapporto tormentato tra Dimitrij Fëdorovič e Fëdor Pavlovič ci sia la difficoltà della risoluzione della particolare condizione di ambiguità creatasi tra la mediazione esterna e la mediazione interna vissute dal figlio nei confronti del padre, e se questo è vero per Dimitrij, forse è ancora più profondamente vero per Ivan.


La lettura di questo fondamentale testo di Girard è facile, breve ed entusiasmante. E oltre ad essere utilissima per tutti quelli che amano Dostoevskij senza riserve, sarà indispensabile per tutti quelli che sono regolarmente rimasti affascinati dalla sua grandezza narrativa ma avrebbero gettato il libro fuori dalla finestra tutte le volte che si dovevano mandar giù le sue insopportabili prediche sulla grandezza dello spirito del popolo russo eccetera.
Dopo René Girard, la lettura di Dostoevskij prende una prospettiva diversa, si capisce e si perdona tutto, ci si spiega come mai quello che è probabilmente l’unico solido scopatore non problematico dei romanzi di Dostoevskij, Fëdor Pavlovič Karamazov, debba finire con la testa fracassata e, se mi si perdona un’intemperanza personale, anche l’insopportabile cretino di Memorie del sottosuolo si rialza con la statura di un gigante. (bamborino)
Per quel che riguarda Einaudi, dopo una lode per l’uso di famigliare quando ci si riferisce alla famiglia e familiare quando si vuol dire consueto, apriamo le danze con un affloscito a pag. 91 e troviamo un orribile quanto facilmente evitabile disferebbe, che a scrivere disfarebbe non ci voleva proprio niente, e che danza in coppia con un altrettanto facilmente evitabile soddisferà a pag. 610 e a pag. 851 e con un soddisferai a pag. 999, mentre il rinvangarono di pag. 631 si accoppia con un rinvangato a pag. 877. A pag. 183 si consiglia di spruzzare dell’acqua con la bocca ma mi sa che era meglio una brocca, a pag. 221 compare un simpatico apicultore, che probabilmente è uno che invece di allevare le api come farebbe un apicoltore ha invece il culto di questi insetti. C’è poi il termine arringa usato per il discorso di accusa in tribunale che sarebbe meglio chiamare requisitoria, l’arringa è quella della difesa, ma dicono così anche alla tele. Comunque a pag. 117 c’è il solito gli al posto di le, ma oramai si fa così dappertutto, anche al bar quando si parla di calcio e mi dicono che anche dalla parrucchiera, e poi c’è il qual con l’apostrofo quasi dappertutto, tranne a pag. 722 dove troviamo finalmente qual è. Concludo con qualche nota comica, che parte dal quasi più difficile a pag. 217, che quasi più non ho mai capito che cosa vuol dire, se una cosa è quasi più di un’altra, mi sa che sostanzialmente vuol dire che è uguale, e allora perché non dire uguale. Le note comiche proseguono con le rificolone a pag. 161 e le cioce a pag. 168. Ovvero si scopre che nella Russia dell’Ottocento fervevano attività commerciali di importazione dall’Italia centro-meridionale di ogni sorta di oggetti, perché le rificole sono, secondo il Devoto-Oli, lampioncini di carta, modellati nelle fogge più bizzarre, che i fiorentini portano in giro per la città la sera del 7 settembre, vigilia della Natività di Maria Vergine, cantando canzoni e ritornelli: da rilevare che nel testo la parola è usata in senso metaforico, riferita a due donne, e quindi mostrerebbe, se ci fosse nell’originale, una grande dimestichezza dei russi con le tradizioni del nostro Paese. Quanto alle cioce, sempre il Devoto-Oli le definisce calzare rustico formato da un sol pezzo di cuoio, fermato al piede per mezzo di corregge che s’intrecciano alla parte inferiore della gamba, tipico della Ciociaria e dei territori contermini dell’Abruzzo e della Campania.
Per SE, come al solito niente da dire.
Ci sono degli psichiatri che non sono mai stati amati in gioventù o che si sono sempre sentiti sfigati e respinti e che si rifanno diventando psichiatri e si occupano dei giovani drogati e dei poveri disgraziati e si sentono importanti e sono molto ricercati, regnano, sono circondati da ammirazione e da belle ragazze che altrimenti non avrebbero mai conosciuto e hanno così un senso di potenza ed è così che curano sé stessi e si sentono meglio nella propria pelle. (Romain Gary, L’angoscia del re Salomone)

martedì 15 novembre 2011

René Girard

René Girard, Anoressia e desiderio mimetico. (Lindau)

Da sempre le psicologie si sentono troppo strette nella pozzanghera delle loro normatività pesudoscientifiche (vedi Michel Foucault, Sorvegliare e punire) fondate sull’applicazione all’uomo di test che riguardano solo attitudini astratte (vedi Maurice Merleau-Ponty, Il primato della percezione e le sue conseguenze filosofiche). E quindi ben armate della miseria generalizzata della balbuzie postfreudiana e della prosopopea cognitivo-computazionale intelligenzartificialistica, si sono avventurate spavalde negli oceani dello studio della mente cosiddetta sana e cosiddetta patologica.
L’umanità ha così avuto accesso ad un letamaio di nuovo genere, in cui ha potuto scoprire che i giochi dello sviluppo dell’individuo e del suo pensiero non solo si limitano alle modestie riduzioniste di ragionamenti ricorsivi di tipo logicomatematico, ma sono già completamente e irrevocabilmente fatti nel tempo breve dei primi anni di vita e nello spazio circoscritto dalle pareti domestiche, se non addirittura dalle braccia amorevoli della mamma.
Intanto la neurofisiologia e soprattutto la filosofia e la letteratura hanno continuato a fare il lavoro che hanno sempre fatto, mentre la coscienza e il pensiero insistono nel rimanere ontologicamente soggettivi e irriducibili a fenomeni in terza persona (vedi John R. Searle, Mente, linguaggio, società, ma l’aveva già detto Kant) e la condizione umana mantiene un’ambiguità (vedi sempre Merleau-Ponty, ma si poteva già capire anche da Hegel) da cui restano inderogabilmente esenti le macchine.
Così René Girard ci dà in questo testo una prova di ampiezza di pensiero che, per quanto ciò possa sembrare assurdo a uno psicologo/a (quanti/e ne conoscete che oltre ai loro manuali hanno letto Madame Bovary e/o Anna Karenina?), spazia a prendere in considerazione oltre al solito stracitato racconto di Kafka, persino Dostoevskij e Stendhal, e dalla letteratura si sposta alla sociologia, all’etnologia, alla storia, inquadrando l’anoressia e l’epoca in cui viviamo in ambiti di vastità possibilistiche impensabili per chi si limita alle infallibili certezze del meccanicismo e alle stupidità autoreferenziali dei sistemi ideologici (o schemi di riferimento, per dirlo con Vittorio Guidano) chiusi: ma qui si può far notare che ciò che vien detto in queste condizioni, cioè prima si mette in piedi il sistema teorico e poi si scoprono le verità che ne dipendono, configura quelli che Kant chiama giudizi analitici, e i giudizi analitici non aggiungono nulla alla conoscenza.
Addirittura, Girard si azzarda ad evidenziare, nella genesi di anoressia e bulimia, l’importanza di banalità come il fatto che “sempre più persone mangiano da sole, senza orari regolari, trangugiando grandi quantità di porcherie” e trascura, per non dire che nega, l’importanza del narcisismo e della presenza della mamma e del papà, peraltro ben più correttamente denominati, dai professionisti della cura della mente (altrui), la coppia parentale (e naturalmente parentale, che viene dall’inglese, è preferito all’italiano genitoriale). A un certo punto Girard arriva addirittura a parlare di sistema capitalista.
Quindi chiudiamo, dicendo che la lettura di questo breve saggio è stata una gran bella avventura di rinfresco dei neuroni e dello spirito e con la speranza che il meritevole libricino possa far venire a qualcuno la voglia di avvicinarsi al pensiero di René Girard e di approfondire il tema fondamentale della rivalità mimetica, che oltre a farci scoprire perché tutti si sono messi a dire assolutamente e quant'altro, è una delle teorie più affascinanti degli ultimi cinquant'anni, e che soprattutto ha trovato una netta conferma nella neurofisiologia più recente. (bamborino, herzenstube)

A pag. 8 c’è un cui che non c’entra, a pag. 45 trascorre invece di trascorrere, a pag. 77 c’è o invece di io. Ma a pag. 85 c’è il vero meraviglioso gioiello di un Lei formale scritto così, maiuscolo, che forse è la prima volta che ci capita, perché di solito il Lei formale, anche nei libri, rimane minuscolo e spesso non si capisce niente.




Il problema, nella letteratura come nella vita, è che alla fine uno finisce sempre per diventare uno stronzo. (Roberto Bolaño, I detective selvaggi)