Visualizzazione post con etichetta idee regalo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta idee regalo. Mostra tutti i post

lunedì 8 dicembre 2014

F. González-Crussí


Frank González-Crussí, Organi vitali. (Adelphi)

Il regalo perfetto.
Facile. Mai noioso.
E la ricchezza e la disparità degli argomenti fa sì che il libro si possa prendere e lasciare quando si vuole.
Perché la saggistica che contiene stacca e riattacca in continuazione, e tra un breve saggio e l’altro c’è un pezzetto di narrativa che non delude mai.
Storia, storia della medicina, storia della scienza, storia del costume, storia delle idee, tutto insieme in uno stile che scioglie l’erudizione nella semplicità del discorso.
Cose piccole e meno piccole, c’è un sacco da imparare su come l’umanità ha pensato a sé stessa dal punto di vista medico per tremila anni. Con osservazioni più che taglienti su come l’umanità pensa a sé stessa adesso, nell’epoca in cui “ogni fase della vita deve ricadere sotto supervisione medica”.
Dalla digestione alla defecazione alla respirazione alla riproduzione, con la parte affascinante su Napoleone e sul suo medico a Sant’Elena, e la avventure del suo pene, e le avventure di Rasputin e del suo pene, e le avventure del Divino Prepuzio, e il gran finale sulla storia del cuore come organo e come luogo delle passioni, con un meraviglioso poemetto, il Lai d’Ignaure.
E anche il libro, nell’essere un Adelhi piccolino, ha una sua maestosa solidità.
Il regalo perfetto da tutti i punti di vista. (moll)

A pag. 114 manca una parola, a pag. 251 c’è un discutibile bigliardo, a pag. 275 mi lascia perplessa un “non posso a meno di commuovermi”, ma soprattutto in IV di copertina c’è l’affermazione che il libro è “capace di regalarci a ogni passo aneddoti irresistibili”, che non si capisce se è messa lì per farsi beffe degli acquirenti, ai quali per 18 euro non è stato regalato proprio niente.




Rovinarsi la vita per un capriccio non è da tutti. (Romain Gary, L’angoscia del re Salomone)

domenica 30 novembre 2014

Massimo Cotto


Massimo Cotto, Rock bazar. (Vololibero)

Sottotitolo, 575 storie rock.
Bellissimo.
Troppo bello.
Per tutte le volte che ci vogliamo riposare un po’.
Per tutte le volte che ci viene voglia di essere contenti e di non pensare a niente, per un pochino. O per un pochino di più, perché qui si comincia a leggere, si comincia in una pagina qualsiasi, e non è facile smettere.
Però poi una volta può capitare che hai messo giù il libro ieri, e oggi non ce l’hai, sei in giro e ci pensi, e ti rendi conto che è tanto bello perché ci sono dentro tutte queste persone che sono state lì con la loro musica e le loro voci in tanti momenti importanti della tua vita, e forse ti viene il magone, che a Milano vuol dire una gran tristezza con il groppo allo stomaco.
Perché storie rock cosa vuol dire, vuol dire storie come il rock, e il rock è la musica della seconda metà del ventesimo secolo, la musica della fine del mondo, la musica di tutto che cambia, la musica dello schifo, la musica di gente che sta male. La musica di quando si stava male ma si credeva di poter cambiare il mondo, e invece poi non è cambiato niente.
E poi rock vuol dire anche la canzone di tre minuti e queste storie sono tutte brevissime, pezzetti di vita di musicisti e di gruppi, frammentazioni di spazi e di tempi, come il mondo frammentato in cui sono successe queste cose.
Così queste 575 storie rock sono quasi tutte storie di eccessi e di malesseri, e alla fine sono brutte storie, e tristi.
Ma sono comunque storie ad alto volume, e se per qualcuno sono storie che hanno accompagnato la vita, per quelli che non erano ancora nati possono essere storie che aiutano a scoprire qualcosa di gente oramai in via di estinzione.
Storie di gente che ha fatto tutto quello che poteva in tutti i modi che poteva. Come forse hanno sempre fatto tutti gli artisti.
E poi tra poco viene Natale, e questo libro è uno dei regali più belli che ci siano. (blifil)

Nella storia 181 compare un be’. Secondo me è così che va scritto, be’ come se fosse bene con una troncatura, e non beh che non si capisce cosa voglia dire, a meno che non voglia essere l’imitazione di un belato.




Ci vorrebbe sempre un po’ di musica. (J. P. Donleavy, Ginger Man)

domenica 13 ottobre 2013

Pat Gilbert


Pat Gilbert, the clash-death or glory. (Arcana)

Uno dei detti celebri di Joe Strummer era “Like trousers like brain” (Tali i pantaloni tale il cervello), e si era fatto una maglietta con la scritta BRIGADE ROSSE che metteva sul palco (si vede bene nei film Rude boy di David Mingay e Il futuro non è scritto di Julien Temple). Aveva le sue idee poilitiche il grande Joe Strummer, che idee fossero non lo sapeva bene nemmeno lui, ma voleva fare la rivoluzione.
I Clash adesso tra i giovani non li conosce quasi nessuno, ma tutti conoscono bene Should I stay or should I go. Questo libro è la storia del gruppo, organizzata in capitoli successivi che narrano le singole storie dei membri e del manager. Come la musica dei Clash, è la storia degli anni che hanno sancito il passaggio dall’ultima possibilità di pensare a cambiare il mondo, che è quel che è stato il punk, alla successiva perdita della possibilità di pensare a qualcosa, nella disgregazione di tutte le linee ideologiche e nella disgregazione della musica, che i Clash hanno rappresentato perfettamente nel loro Sandinista!. Dopo, c’è stato lo sconquasso, e il tentativo di riprendersi ha portato necessariamente al grande rock com’era sempre stato, cioè a quella canzone, Should I stay or should I go, che li ha fatti conoscere a tutti.
I Clash sono stati il massimo del punk, ma sono stati un’avventura musicale e una meravigliosa avventura esistenziale, e il libro dà un quadro affascinante di tutta quell’epoca. Anzi si può dire che è una lettura indispensabile per chi è nato più tardi, quando il rock non c’era più, quando le possibilità di pensare a cambiare qualcosa hanno cominciato ad assottigliarsi inesorabilmente, tanto per vedere com’era fatto il mondo quando non era ancora vietato fumare dappertutto, i cinema non erano multisala, quasi nessuno aveva il cane, e i padri non si rivolgevano ai figli maschi chiamandoli amore.
Ma soprattutto il libro è bellissimo, e la cosa più bella è che Pat Gilbert è riuscito a scrivere un romanzo affascinante e a mandare avanti una storia della musica e delle idee di quel periodo e della vita e delle idee di tutti i membri del gruppo, sempre ben tesa, chiara e lineare, costruendo una struttura narrativa eccellente su un assemblaggio di elementi che è quanto di più incasinato si possa immaginare. Le parti narrative si intersecano con pezzi di interviste ai più svariati personaggi, vita e musica sempre tutto insieme in storie bellissime come la registrazione di London calling con il produttore matto (per seguirla bene bisogna ascoltare il disco) o la notte del tiro al piccione con successivo pestaggio o Joe Strummer che in un albergo dorme ogni notte in una stanza diversa per essere sicuro di aver dormito nel letto dove aveva dormito anche James Dean, con il risultato di un minestrone di alta letteratura in cui si sentono bene i gusti di tutti gli ingredienti. E alla fine, si chiude il libro con il bisogno ingovernabile di bere una Red Stripe e di ascoltare tutto quello che hanno fatto i Clash. (blifil)

Catastrofica pecca editoriale sono gli errori di stampa, moltissimi e spesso al limite del ridicolo, al punto che la storica calzatura del punk, gli stivali Doctor Martens, qui diventano i Doctor Marten’s, e non una ma due volte, che è un refuso forse tollerabile altrove ma sicuramente vergognoso in un libro sul punk. 


The Clash, The Clash. (Isbn)

Meraviglioso libro sui Clash, meravigliose fotografie, c’è anche la macchina del manager Bernie Rhodes con la mitica targa CLA5H. Natale o no, è un regalo con cui si fa un figurone. (blifil)




Questa gente adulta e tanto intelligente s’è chiusa dentro una rete, una maglia tiene su l’altra, sicché l’insieme appare naturalissimo. Ma nessuno sa dove stia la prima maglia che regge tutto quanto. (Robert Musil, I turbamenti del giovane Törless) 

giovedì 3 gennaio 2013

Theodore Dreiser


Theodore Dreiser, Moriremo per questi sogni? (Mattioli 1885)

Ma che roba.
Una cosa di 56 piccole pagine di testo vero e proprio, la storia di suo fratello Paul scritta da Theodore Dreiser.
Che non è tanto una storia quanto il ricordo di una persona e un discorso, una specie di commento, sulla persona.
Con il nome di Paul Dresser, Paul Dreiser era stato l’autore americano di canzoni più famoso del suo tempo, e il fratello Theodore fa delle 56 pagine della sua storia un romanzo in piene regola. C’è dentro la famiglia, New York, l’ambiente dello spettacolo e della musica, le notti di Broadway, la vita di Paul e di Theodore, miseria, difficoltà, successo, disastri, scene indimenticabili paragonabili al Canto di Natale di Dickens, ogni cosa che si incontra e si intrica con tutto il resto.
Grandioso. Stratosferico. Veramente un’opera fuori dai limiti del descrivibile. (moll) 

Nessun refuso, ma le ultime pagine sono comicamente girate a testa in giù.
E il libro come tutti gli altri di questa collana è un gioiello, con risguardo e occhiello, e chi non sa cos’è l’occhiello può colmare con l’aiuto di Maurizio Accardi questa lacuna.
Ma sarebbe stato bello che chi ha curato il libro si fosse ricordato che se Theodore Dreiser è attualmente abbastanza ignorato in Italia, tanti anni fa, quando le cose in generale non facevano tanta pena e soprattutto non faceva tanta pena la televisione e chi la guardava, s’era fatto uno sceneggiato di grande successo con il suo capolavoro, Una tragedia americana.
E poi dopo il Natale arriva la Befana, quindi tenete presente come possibile regalo questo capolavoro, oggettino bellissimo per poco più di 10 euro.




The race is not always to the swift, nor the battle to the strong; and even if sometimes it is, you may be neither swift nor strong. (Thomas Hardy, A Few Crusted Characters )

domenica 21 ottobre 2012

Fernando Pessoa


Fernando Pessoa, Una cena molto originale. (Passigli)

Natale si avvicina, e questo libretto con bellissima copertina potrebbe essere un gradito regalino.
Sono due racconti. Il primo, l’eponimo, non è bello se non nella descrizione di un personaggio, Herr Prosit, e per il resto ha un finale pesantemente prevedibile fin da poco dopo l’inizio. Ma il secondo racconto, Il furto della Villa delle Vigne, pur essendo un raffazzonamento di dattiloscritti incompleti, secondo me è un capolavoro di descrizione del pensiero del detective, il Dr. Quaresma. Piccolissimo capolavoro, ma proprio tanto bello. (moll)

Tra pag. 10 e pag. 11 c’è un di in più, che messo così configura un brutto pasticcio sintattico.




La natura del vero traspare già nella cura che mette a nascondersi. (Claude Lévi-Strauss, Tristi Tropici)

mercoledì 21 marzo 2012

Maurizio Blatto

Maurizio Blatto, L’ultimo disco dei Mohicani. (Castelvecchi)
Uno che ha un negozio di dischi d’alta classe e racconta aneddoti su chi va nel suo negozio.
Questo post è etichettato «idee regalo» per chi volesse adoperare il libro in questo senso, ma è etichettato «compostaggio» casomai a qualcuno venisse in mente di comperarlo per leggerlo.
Mi spiego, essendosi ben chiaro che il libro non l’ho letto tutto ma l’ho solo guardazzato qua e là perché mi sono reso conto in fretta che per questa roba non ho tempo.
Siamo nel pieno di quella comicità iperbolica tipo televisione, per fare un esempio scavalcammo il calzino nell’esatto istante in cui lui spingeva la testa della madre dentro la pentola di pasta e ceci, e per farne un altro si parla di uno che tiene i capelli con la riga in mezzo, che ritengo un ingegnere edile gli curasse di persona, e poi sudavamo anche dalle gengive.
In più, c’è la solita cosa, molto caratteristica della nostra epoca postmoderna, che quelli che stanno in un negozio a vendere qualcosa, qualunque sia il negozio e qualunque cosa vendano, si sentono sempre una gran figata di persone rispetto a quelli che entrano nel negozio.
Oltre al fatto che secondo me avere una buona o ottima competenza di rock ‘n’ roll non è affatto disdicevole, anzi potrei dire che nel mio piccolo in questo argomento qualche competenza me la riconosco anche a me, ma prendere per il culo i Pooh e quelli che li ascoltano, secondo me è una cosa da sfigati, soprattutto quando lo si fa pubblicamente e per iscritto.
A me, me l’ha fatto vedere un mio amico che per lavoro è obbligato a frequentare i migliori (sic) ambienti della finanza d’alto bordo, e gliel’hanno consigliato lì e questo la dice lunga sui migliori ambienti della finanza d’alto bordo.
Comunque va detto che se volete fare un regalo divertente (aggettivo che detesto ma qui ci sta bene) a uno/a che se lo merita, questo libro secondo me è sicuramente meglio di tanta altra roba di questo tipo che si vede in giro. Qualunque cosa ciò voglia dire. (blifil)
Chi è realmente consapevole della morte non è disponibile alle cazzate. (Julio Cortázar, Diario di Andrés Fava)

giovedì 2 febbraio 2012

Torsten Krol

Torsten Krol, Callisto. (Isbn)

Storia di un deficiente raccontata da lui lo scemo medesimo, che però è uno scemo con una certa cultura tant’è vero che legge e rilegge Il cucciolo di Rawlings e ogni tanto siccome ha cultura e sensibilità ci piange anche sopra ma siccome è proprio scemo si va a mettere in una fila di casini tremendi che non dico quali sono, comunque si parte da un guasto alla macchina e si passa per un omicidio con un cadavere che non si sa dove metterlo e la droga e una storia d’amore triste e un predicatore truffaldino e si arriva fino al terrorismo e critica politica e sociologica della società americana e non solo c’è da ridere un sacco ma c’è anche una bella storia che prende come un thriller solo che è scritta molto meglio di un thriller.
Insomma questo è un libro che fa tutto quello che può per sembrare una cazzata e invece è un gran bel libro e non manca un momento di paura che si va in grande apprensione per i destini del protagonista e narratore ma state tranquilli che Condoleeza Rice non c’entra niente se non nelle note di copertina e va tutto a finire bene e lo scemo non è poi proprio così scemo e lo aspetta una vita felice.
Da leggere di gusto e da regalare che si fa un figurone. Sempre che non lo si regali a uno scemo. (moll)

Io avevo bisogno di ficcarmi nel letto e tirarmi le coperte fin sopra la testa. Era quello il mio programma. Ed è ancora questo, in larga misura, il mio programma. (Kurt Vonnegut, Il grande tiratore) 

venerdì 23 dicembre 2011

Dante Alighieri

Dante Alighieri, La Divina Commedia. (Hoepli)
Chiudiamo questo giro di proposte natalesche ma comunque valide per i regali di tutto l’anno, con un libro che insomma, oseremmo dire che lo si potrebbe considerare un classico.
Perché non ci vogliamo riferire all’opera in generale, cioè in una qualsiasi delle edizioni in commercio, ma a questa edizione specifica, altrimenti detta dall’editore, edizione minuscola, tanto che il dorso riporta la scritta IL DANTE MINUSCOLO HOEPLIANO.
La dimensione è infatti più o meno quella di un’agendina o per esprimersi con un modo di dire anche questo classico, circa quella di un pacchetto di sigarette.
La carta è stupendamente sottilissima e non bianchissima, ci sono anche i riassunti di ogni canto e le note a piè di pagina, la prima edizione è del 1907 e il libro ha una bellissima copertina d’epoca. Costa anche poco, meno di 15 euro.
E nel caso che oltre a fare il regalo si decidesse di cominciare una rilettura postscolastica dell’opera, ci permettiamo di ricordare che ai tempi di Dante nessuno leggeva in silenzio, e che quindi La Divina Commedia è stata scritta per essere letta ad alta voce.
Così, se ci si mette in due a leggere in questo modo, si scoprirà non senza una certa sorpresa, una certa forte e profonda sorpresa, che il testo risulta molto più immediatamente comprensibile, anche senza fare grande uso delle note, e si potrà godere fino in fondo della formidabile potenza della sonorità ritmica di versi come quello, tremendo, che chiude il Canto V dell’Inferno, “e caddi come corpo morto cade”.
Comprendendo così, nella fisicità intensa del movimento degli organi della fonazione, cosa intende Marshall McLuhan quando dice che la modalità percettiva principale dei tempi che precedettero l’invenzione della stampa a caratteri mobili era uditiva e tattile invece che visiva. (bamborino, allemanda)
È già assai penoso vivere senza le cose che vogliamo noi, ma, accidenti, la cosa che mi fa indiavolare per davvero è di non essere in grado di dare a qualcuno ciò che vorresti lui avesse. (Truman Capote, Ricordo di Natale)

giovedì 22 dicembre 2011

Mirjam J. Foot

Mirjam J. Foot, La legatura come specchio della società. (Edizioni Sylvestre Bonnard)
Ecco un regalo sbalorditivo e strabiliante.
Che chi lo riceve non solo non se l’aspetta, ma per bibliofilo e bibliomane che sia con ogni probabilità non sa nemmeno che esiste.
Storia della legatura, in realtà storia della legatura decorata precapitalistica, cioè dei tempi in cui di libri ce n‘erano pochi e avevano copertine di cuoio e oro e pietre preziose e smalti, o di tessuti pregiati e artisticamente ricamati, fabbricate da artigiani famosi per committenti ricchi e potenti, e a volte l’artigiano lavorava in un rapporto così stretto con il committente, da andare a compiere l’opera a casa sua.
Non è una lettura entusiasmante, ma porta a una riflessione su come siano cambiate, in quest’epoca di capitalismo agonizzante, le differenze tra i ricchi e i poveri, o meglio tra i ricchi e la popolazione generale.
Cioè i ricchi una volta non lavoravano, e adesso lavorano.
E facevano una vita radicalmente diversa da quella dei poveri, per esempio un tempo se andavi da Milano a Torino con un carretto senza sospensioni e tirato da un cavallo arrivavi mezzo morto, per non dire se ci andavi a piedi, mentre se ci andavi con una carrozza di lusso tirata da quattro cavalli e con le sospensioni e i sedili imbottiti era decisamente un’altra cosa e arrivavi molto prima.
Mentre adesso tra una Panda e una Mercedes la differenza non è poi così profonda, e tutte e due non vanno a più di 130.
Per non dire che pochi anni fa l’aereo era un privilegio per pochi, mentre adesso non si fa che svolazzare di qua e di là.
E i ricchi una volta avevano i libri con le copertine che erano pezzi unici, mentre adesso i libri che abbiamo in casa, ricchi o poveri che siamo, sono tutti uguali, e gli eBook saranno perfino ancora più uguali degli altri.
E allora a cosa serve, che pochissime persone abbiano tutti questi soldi. A cosa serve in generale, e soprattutto, a cosa serve a loro. (moll)
Gli impulsi ereditari, le esperienze personali e i libri: queste sono le tre forze che creano l’uomo. Il solo pensare ai libri e il solo parlarne, è una cosa positiva in sé, qualunque sia l’esito. (Arthur Conan Doyle, Oltre la porta magica)

mercoledì 21 dicembre 2011

Luca Giorgi

Luca Giorgi, Il libro dei libri. (Mattioli 1885)
Accade regolarmente che in questi tempi di festevolezze saltino fuori un sacco di libri cosiddetti divertenti, tipo raccolte di barzellette e manuali per insultare i colleghi.
Ma qualche volta nello sciorinamento di comicità lassativa si può trovare un capolavoro come questo qui, grandiosa sgangheratamente esilarante raccolta di presentazioni di 80 libri inesistenti, con immagine della copertina, commenti di autorevoli giornali e riviste, e brevi note biografiche e fotografia degli autori.
Che se fosse solo per il ridere, già varrebbe ampiamente il suo prezzo come regalo e come acquisto personale.
Ma qui si va oltre, perché Luca Giorgi ha messo insieme un testo di tagliente e giustamente dolorosa critica delle mode o tendenze correnti, un grandioso bestiario editoriale che va dalla mistica orientaleggiante alla cultura culinaria dei ristoranti chic alle curiosità biologiche ai rapporti padre-figlio al giallo scandinavo ai libri sui Templari al ritorno alla natura alla psicologia-psicoterapia al bricolage alla biodinamica all’arte alternativa alla letteratura d’avanguardia ai trattamenti estetici alla pubblicità.
Tenendo presente che ogni tanto non c’è niente da ridere perché se è vero che a un libro sull’oscuro rapporto tra i Templari e l’Atalanta non ci siamo ancora arrivati e forse (forse) nessuno ha ancora proposto la chirurgia estetica per rimodellare lo scroto né di mettersi in testa dello sterco per curare l’alopecia, di libri veri sulla psicologia dei gatti ce ne sono in giro un putiferio, e dilaga la nostalgia di tutto.
E infatti l’opera di Luca Giorgi arriva ad una tale perfezione stilistica ed efficacia di realismo che può accadere, e in effetti accadrà spesso, che qualcuno pensi di leggere un vero catalogo di libri bizzarri e idioti sì ma realmente esistenti, e interrompa la lettura domandando se don Ugo Ribolla sia veramente un sacerdote o non si spacci per tale, e se in questo caso non andrà incontro a guai seri, e si indigni delle risate scatenate dalla sua dabbenaggine, sostenendo che di roba simile se ne trova parecchia.
Quindi questo libro di falsi è un più che veridico specchio del mondo in cui viviamo, e ci possiamo domandare quanto manca all’istituzione di un insegnamento universitario di Logica dell’Incerto o di Psicologia delle Rimanenze, inchinandoci davanti all’Autore che si spinge addirittura al di là del suo testo con Il tesoro dell’isola, giungendo al vertice della falsificazione di una falsificazione. Se poi esiste davvero, Luca Giorgi (blifil, allemanda)

Difficile che in un libro come questo gli errori non siano lì di proposito. Quindi è probabile che se a pag. 161 si parla di un bull terrier, ma il cane della foto non è un bull terrier, ciò sia parte dello scherzo.
Come norma generale, è altamente desiderabile che le signore mantengano la calma; una donna quando si infuria si rende sempre brutta, e di solito anche ridicola. Nulla è così detestabile per un uomo quanto una virago. (Anthony Trollope, Le torri di Barchester) 

martedì 20 dicembre 2011

Gustave Flaubert

Gustave Flaubert, Bibliomania. (Mursia)
Niente di strepitoso, una storia fosca e un po’ tirata per i capelli, ma il protagonista ha un suo fascino forte, e poi un racconto di Flaubert è pur sempre un racconto di Flaubert e tutto sommato questa potrebbe essere anche un regalo sostanzialmente iperautoreferenziale, nel senso che una cosa così, ventisei pagine in sedicesimo di testo scritto in grande, la compra solo un bibliomane e la può regalare solo ad un bibliomane.
Con i migliori auguri di conoscere qualcuno che può apprezzare questo piccolissimo dono. (blifil)
Si sta bene dove noi non siamo. (Anton Čechov, L’accesso)

lunedì 19 dicembre 2011

Vivant Denon

Vivant Denon, Senza domani. (Adelphi)
Un regalo rinfrescante.
Il racconto è bello, veramente molto bello nella descrizione di certe delicatezze dell’interiorità del protagonista, e su queste ci si potrà ricordare di come ci si è sentiti se ci è capitata una cosa simile, cioè una cosa di una botta e via, o meglio di un tipo particolare di una botta e via, o magari le botte erano anche più d’una ma si sapeva tutti e due fin dall’inizio che non si andava da nessuna parte, cioè hai detto poco, si andava a letto.
Riflessioni e confronti che peraltro si fanno quasi sempre, quando si legge qualcosa che merita.
Ma passi per il racconto, è bellissimo anche quel che c’è dopo, cioè la storia della vita di Vivant Denon, che è l’uomo che  andava in giro con Napoleone a rubare capolavori in tutta Europa e che ha messo in piedi il Louvre, (cioè non l’edificio, Vivant Denon ha messo in piedi il museo), narrata con eleganza e con riferimenti finissimi e non scoperti a Diderot.
Insomma il racconto di Denon è intensamente settecentesco, Denon era un personaggio profondamente settecentesco, lo scritto di Ena Marchi è a suo modo settecentesco, mettiamo insieme il tutto e in una sera ci siamo fatti un bagno di Settecento, che coi tempi che corrono è un gran bel modo di rinfrescarsi. (blifil)
Il mestiere di genitore a volte può essere veramente infame. (David Foster Wallace, Il canale del dolore)

domenica 18 dicembre 2011

Velimir Chlebnikov

Velimir Chlebnikov, 47 poesie facili e una difficile. (Quodlibet)
Nel post sul libro di Erik Lange abbiamo già ventilato la possibilità di fare un regalo dispettoso, e questo può essere un dono di perfetta e criptica dispettosità per un vero intellettuale, così l’intellettuale sarà contentissimo e ci ringrazierà con ammirazione, e noi magari avremo sbolognato un libro che ci dava fastidio vederci intorno, e ce la potremo ridere in silenzio.
Nel suo essere, il libricino, un capolavoro di intelletualismo e di faccia tosta.
Cioè c’è una poesia che si capisce benissimo ed è anche bella, e allora questa poesia diventa la prova che di quello che scriveva Chlebnikov non è vero che non si capisce niente, si capisce e come, e la poesia la mettiamo in quarta di copertina e la mettiamo anche nella postfazione, e poi fa niente se dentro il libro ci troviamo delle perle come che la città allunga un’ulcera ad ogni sole notturno, oppure che donne spuntano qua e là come vie lattee, o che sono un cranio di cavallo, son su un tiglio, una bibita al giusquiamo (Amleto? che non c’entra con la poesia, questa cosa in parentesi ce l’ho messa io): bevi. E fa niente se queste poesie di Chlebnikov sono quasi tutte così, perché intanto la poesia facile e bella te l’abbiamo messa in quarta di copertina e il libro l’hai comprato.
Poi c’è la postfazione che anche quella ci va giù pesante, e secondo me la questione non è di spiegare che cosa volevano fare i futuristi russi negli anni Venti, e anche gli altri futuristi e in generale tutti gli avanguardisti del Novecento, ma di cercare di capire come mai a un certo momento non è stato più possibile scrivere coma Jane Austen o come Dickens o come Balzac e perché comincia questo modo di scrivere che non si capisce niente, forse il primo come dice il nostro lieder Bamborino è stato Mallarmé, e non è che alla gente la roba che quando si legge si capisce non interessava più, Dickens e compagnia la gente li leggeva e li legge comunque, casomai nessuno legge più i futuristi ma quelli che si capisce quello che scrivono vanno ancora alla grande, vedi John Fante per dirne solo uno, e vedi Raymond Carver per dirne un altro, che ha scritto anche qualche poesia che si capisce di cosa parla, e vedi anche le poesie di Charles Bukowski o Nazim Hikmet.
E spiegare cosa volevano fare i futuristi eccetera è facile, perché lo dicevano loro, quel che volevano fare, come tutti gli avanguardisti del Novecento che facevano sempre manifesti e programmi e dichiarazioni d’intenti, si legge e poi più o meno basta trascrivere.
Ma cercare di capire quell’altra cosa è molto ma molto meno facile, bisognerebbe fare la fatica di leggere un sacco di roba scritta da canadesi e in Canada fa un freddo tremendo e allora lasciamo perdere.
Come lasciamo perdere di domandarci come mai i futuristi italiani stavano con i fascisti e i futuristi russi stavano con i bolscevichi. Cose difficili.
E un’altra cosa tutt’altro che facile, almeno per me che sono un ignorante, è stato capire qual è la poesia difficile di cui al titolo. Cioè non è che è stato difficile, è che proprio non l’ho mica capito.
Anche se comunque capire dove andava a pescare quel furbastro di Dylan Thomas è già una bella cosa e vale la fatica di leggere Chlebnikov,.
E che Dylan Thomas è un furbastro e un acchiappagonzi non lo dico solo io ma lo dice anche George Steiner. (saposcat)
A pag. 16 un bambino dice, ciò fame, e secondo me era meglio c’ho, anche perché con ogni probabilità è un bambino russo e non un bambino veneto, e comunque anche se fosse un bambino veneto il ciò lo metterebbe in fondo, a pag. 19 c’è Port Artur invece di Port Arthur, a pag. 75 Chebnikov, che secondo me per l’esiguo numero di parole, oltretutto scritte in grande, quindi pochissima fatica per leggere e rileggere con attenzione, per questa poca fatica e per euro 9,50 per un libro così piccolo, secondo me lasciare anche un solo errore è un discreto strafregarsene. Poi ogni tanto salta fuori la rosalka, che non si capisce che cos’è, che forse è una delle parole che Chlebnikov inventava, ma allora perché non segnalarlo in una nota.
La donna si lascia prendere facilmente, quando crede di essere amata. (Caritone di Afrodisia, Il romanzo di Calliroe)

sabato 17 dicembre 2011

Marshall McLuhan

Marshall McLuhan - Quentin Fiore, Il medium è il massaggio. (Corraini)
Cosa ci può essere di più bello a Natale di un bellissimo libro illustratissimo, che possiamo regalare agli altri ma che soprattutto ce lo possiamo regalare a noi stessi, e per solo 12 euro.
A partire dal titolo che storpia il suo famoso “The medium is the message”, McLuhan utilizza come dice lui l’ironia come sistema di comunicazione e come sonda del nostro ambiente, e nel 1967 ci dà una descrizione già completa del mondo di Internet.
Con un riassunto di formidabile potenza del suo pensiero, che spazia dall’analisi storica ed economica alla critica sociale e di costume e si collega solidamente agli studi di Walter Ong e di Eric Havelock delineando in poche parole una storia dei mezzi di comunicazione e della loro influenza sul pensiero occidentale, e balza con trapezistica vivacità dalle ferrovie alla stampa alla televisione all’urbanistica alla moda all’arte alla letteratura alla politica. E c’è anche una cosa da leggere allo specchio.
McLuhan prefigura l’esplosione del diritto d’autore e la perdita della privacy e la cosiddetta formazione permanente, prevede il ritorno alla sensazione primordiale che tutto sia colpa di tutti, vede già un mondo in cui l’attenzione si sposta dall’azione alla reazione e in cui dobbiamo conoscere in anticipo le conseguenze di ogni decisione o azione, perché i risultati si sperimentano immediatamente, come si può vedere in questi giorni con le previsioni economiche che richiedono dappertutto azioni immediate.
E ci fa vedere come l’epoca del passaggio dalla meccanizzazione alla simultaneità non possa essere descritta senza un atteggiamento di profonda critica per le sue infinite ambiguità e contraddizioni e per l’angoscia che queste generano.
Contraddizioni e ambiguità in cui si cade ineluttabilmente, come questo blog che si rifiuta di utilizzare gli stili di comunicazione uditivi dei giornali e della Rete che variano la grafica e le illustrazioni secondo che vogliano urlare o sussurrare, e si mantiene in un’uniformità visiva di tipo libresco ma per forza di cose frammenta come un mosaico il proprio discorso da un post all’altro, e si tiene ben lontano dalle separazioni concettuali del pensiero specialistico. Con e senza angoscia. (bamborino)
Purtroppo a pag. 119 c’è uno degli errori più zotichi che si possino fare, di appioppare all’I Ching il verbo al plurale.
Ogni liberazione dipende dalla coscienza della servitù. (Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione)

venerdì 16 dicembre 2011

Truman Capote

Truman Capote, Ricordo di Natale. (Donzelli)
Sulla base degli stessi criteri per cui ritengo che Truman Capote sia uno dei più grandi scrittori del Novecento, ritengo che questo racconto sia un pastiglione di quella che Marshall McLuhan chiama volgarità sentimentale.
Ma dato che Truman Capote è uno dei più grandi scrittori del Novecento, dentro la tenera storia del bambino amico della vecchietta nel pastiglione potremo trovare una riflessione sull’esistenza che ci ripagherà della lettura, e poi in fondo è Natale, c’è un sacco di gente che adora la volgarità sentimentale, e la sontuosa bellezza di questo piccolo libro pieno di bellissime illustrazioni ci permetterà di fare un regalo veramente e profondamente natalizio. (bamborino)
Il “bambino” è un’invenzione del diciassettesimo secolo; non esisteva, ad esempio, all’epoca di Shakespeare. Fino a quel momento era stato amalgamato al mondo adulto e non esisteva nulla che potesse essere chiamato “infanzia” come la intendiamo oggi. (Marshall McLuhan, Il medium è il massaggio)

giovedì 15 dicembre 2011

James Stephens

James Stephens, La pentola dell’oro. (Adelphi)
L’ho letto la prima volta non so più quanti anni fa. Tanti. Forse nel 1970.
Non mi ricordo perché l’avevo comperato, ma è tanto bello anche da vedere, con la sua copertina rosa e azzurra con il ramo di mandorlo in fiore di Van Gogh. E a parte l’essere stato una delle letture più piacevoli della mia vita, il libro ha la particolarità, probabilmente co
legata al fatto che si tratta di una storia tra il filosofico e il fiabesco, di essere magico.
Mi spiego. A un certo punto compare il dio Pan, che dice a una ragazza, Voglio che tu mi voglia, e non so perché, probabilmente per un’incantesimo, io avevo pensato che se regalavo il libro a una che allora mi piaceva tanto, quando leggeva quel passo, sarebbe rimasta stregata dalle parole del libro, e mi avrebbe voluto. Ebbene ha funzionato, e non solo, ma da allora ha funzionato sempre, e non ha mai smesso di funzionare, e tutte le volte che ho regalato il libro sono stato poi ringraziato con l’intensità che desideravo.
Non sono sicuro che l’incantesimo funzionerà ineluttabilmente per tutti, ma anche soltanto leggerlo sarà comunque una magia indimenticabile.
E beiläufig gesprochen, la prima alla quale l’avevo regalato, poi l’ho anche sposata. (saposcat)
Le inserzioni pubblicitarie sono di gran lunga la parte migliore di qualunque giornale o rivista. (Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare)

mercoledì 14 dicembre 2011

David Foster Wallace

David Foster Wallace, Una cosa divertente che non faro mai più. (minimum fax)
Se poi ci capita di fare un regalino a qualcuno che non conosce David Foster Wallace, si potrebbe fargli davvero il bel regalo di presentarglielo con una cosa facile facile e bella bella.
Una cosa divertente che non è affatto divertente, tanto che il titolo originale è A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again. Da qui parte il racconto della Crociera Extralusso 7 Notti ai Carabi, e se di Wallace non avessi letto quel capolavoro che è Brevi interviste con uomini schifosi, ripeto capolavoro, e se non avessi già visto che Wallace ogni tanto e magari ogni poco può essere divertente ma non scherza mai, potrei pensare che questo è un libro ironico e divertente che parla di una crociera, e all’inizio sembra così.
Ma poi poco a poco ci si accorge che qui la questione non è la crociera, un po’ alla volta ti cresce la sensazione che il libro parli di cosa, parla di una cosa che la puoi chiamare come vuoi, il mondo, il pianeta, la vita, tutto, e quando arrivi alla nota a piè di pagina n. 40 del capitolo Otto ne hai la certezza, il libro parla di te, parla delle tue giornate, parla delle cose che ti vedi intorno dalla mattina alla sera. Da quel momento, leggere diventa quasi una sofferenza.
Perché la crociera è una metafora del mondo.
C’è una realtà divisa in due tra ricchi e poveri, ci sono le comunicazioni a doppio legame che ci bombardano in continuazione, c’è il Sistema che controlla tutto e dice come tutto dovrebbe andare e che tutto va bene e come ci dobbiamo sentire, ci sono le domande su come è fatta la nave che non trovano risposta, c’è perfino una cosa, piccola ma proprio buona, su quelli che si mettono “le lenti degli occhiali da sole sul cocuzzolo del cranio” e c’è l’illusione di poter saltare su un’altra nave che si sogna mille volte più bella ma che si sa benissimo che è uguale a quella su cui ti trovi. Ci sono anche le nostre debolezze e le piccole miserie in cui ci capita di cadere.
Insomma c’è tutta questa presa per il culo organizzata in cui ci tocca vivere, e Wallace se ne accorge e la racconta.
E sta male. Come tutti quelli che se ne accorgono. (blifil)
La vita è una grande sorpresa. Non vedo perché la morte non dovrebbe essere una sorpresa ancora più grande. (Vladimir Nabokov, Fuoco pallido)

martedì 13 dicembre 2011

Chin P'ing Mei

Chin P’ing Mei. (ES)
Immenso romanzo di immensa bellezza.
Romanzo erotico cinese della fine del Cinquecento. Pesantemente erotico, ma a suo modo epico, nella potenza della storia del dissoluto Hsi-Men e delle sue mogli e delle sue amanti e nell’ampiezza del quadro grandioso della Cina imperiale corrottissima e formalissima.
Due tomi, centinaia di pagine di un viaggio in una cultura intensamente diversa dalla nostra, che non conosceva la stampa a caratteri mobili né l’alfabeto e scriveva e quindi pensava per ideogrammi.
Probabilmente la traduzione nel linguaggio di una cultura alfabetica e tipografica ha modificato in qualche modo l’essenza del testo, e sarebbe molto importante conoscere i rapporti, nel linguaggio cinese dell’epoca, tra il verbo essere e il verbo fare, ma ciò non toglie il fascino che può avere per noi l’andamento paratattico della narrazione caratteristico delle cultura orali (vedi Eric A. Havelock, Cultura orale e civiltà della scrittura, prossimamente nel blog) e lo svolgimento in un certo senso non cronologico del tempo, che qui si presenta solo attraverso l’ininterrotta successione paratattica dei fatti.
Se si vogliono cercare nel romanzo caratteristiche particolari della differenza tra il pensiero cinese e il pensiero occidentale, a me viene da dire che in Chin P’ing Mei tutti mostrano una straordinaria compattezza o unitarietà personale in cui il dubbio non trova mai spazio, e quest’impressione potrebbe forse avere un qualche collegamento con l’unitarietà espressiva della scrittura per ideogrammi, ma potrebbe essere dovuta ad un’altra delle caratteristiche orali di questa narrazione, cioè la presenza assoluta dell’azione, un’azione in cui non c’è mai spazio per ciò che per l’Occidente tipografico è quello che definiamo riflessione, e che forse l’attuale epoca di simultaneità sta già portando a cambiare profondamente (vedi qui Marshall McLuhan, La galassia Gutenberg).
Poi forse la compattezza non linearmente consecutiva della scrittura per ideogrammi rispetto alla scrittura alfabetica potrebbe render conto del fatto che qui non c’è, a sostenete la struttura della trama, il tema del viaggio, che è stato indispensabile in Occidente fino a Jane Austen.
C’è sicuramente, in Chin P’ing Mei, una profonda esperienza di tattilità (vedi sempre McLuhan), nell’insieme di colori e di materiali, l’oro la seta il legno il cibo e le bevande, e di rapporti fisicamente esplicitati dei corpi con i corpi, che in Occidente non possiamo trovare se non in Omero e in Dante.
Insomma una lettura straordinaria, oltretutto con tantissime piccole meravigliose poesie incastonate nel testo come smaglianti pietre preziose, che si chiude giustamente con due versi,  
Ma la fragranza di questa storia
durerà per mille anni a venire. (bamborino)
Nel I tomo a pag. 39 c’è accoppiati invece di accoppiate, a pag. 154 sollazzarvi invece di sollazzarsi, a pag. 249 c’è una mancanza di virgolette che però viene bilanciata dalle virgolette in più di pag. 310, e se trovo discutibile che i doni di compleanno vengano chiamati doni natalizi a pag.333 e altrove, sono preda di un attacco di entusiasmo per il bellissimo e ormai purtroppo rarissimo insieme con (invece del solito insieme a, sarebbe più giusto secondo me attenersi alla regola dell’insieme con e assieme a) e l’entusiasmo si rinnova per un disfecero a pag. 334 e per un disfacendo a pag. 366, ma l’inatteso disferà a pag. 384 colpisce come una pugnalata. 
Nel II tomo a pag. 36 troviamo colpirono invece di colpì, a pag. 71 c’è lei che al posto di che lei, a pag. 189 c’è colargli invece di colarle, a pag. 326 manca il, a pag. 363 c’è della Prefetto, a pag. 386 c’è di invece di del. Ma ci sono anche due errori veramente epocali, schernì invece di schermì a pag. 230 e baldracche invece di gualdrappe a pag. 318, errori diffusissimi entrambi a livelli di scolarità che non vadano oltre la terza media.
Questo libro potrebbe essere un meraviglioso regalo per il Natale di chi se lo merita, tenendo presente che le avvertenze date in prefazione sui modi cinesi di descrivere l’atto sessuale come gioco della nube e della pioggia e simili non devono trarre in inganno, perché il testo accanto a queste delicatezze in realtà è più che pesantemente e formidabilmente esplicito e descrittivo, e chi desidera approfondire l’argomento della legatura dei piedi delle donne cinesi può trovare qualcosa qui.

Più si diventa vecchi e più piacciono le cose indecenti. (Virginia Woolf, Quartetto d’archi)

lunedì 12 dicembre 2011

Rivoluzione in cucina

Rivoluzione in cucina. (excelsior 1881)
Sottotitolo, A tavola con Stalin: il libro del cibo gustoso e naturale.
Un libro di ricette non può che essere un regalo graditissimo in ogni occasione. Ma questo è un libro di ricette affatto speciale, perché è stato per decenni il ricettario più diffuso nell’Unione Sovietica, e l’esposizione delle ricette con numerose illustrazioni è preceduta da un apparato introduttivo veramente pregevole, che tratta diffusamente l’atteggiamento del marxismo-leninismo nei confronti della cosiddetta cultura in generale e della letteratura in particolare.
Da questo, e dall’introduzione all’ultima edizione sovietica del libro, si ha modo di vedere cos’era un regime che, come dice Harold Innis in Empire and Communications (prossimamente in questo blog), dava la massima importanza al tempo. Tuttavia il regime sovietico univa all’enfasi sul tempo un’enfasi sulla centralizzazione, e in questo potremmo vedere uno di quei fattori di squilibrio di cui parla Innis. Mentre appunto il capitalismo occidentale trovava i suoi fattori di squilibrio nel porre l’enfasi sullo spazio e sulla decentralizzazione.
Il che ci permetterà, da un libro di cucina, di iniziare una riflessione su quel che fu il XX secolo, e su quello che sta succedendo adesso. Mentre ci ingozziamo di bořš, di sosiska, di čeburek. (bamborino) 
Il marxismo-leninismo e i regimi politici realizzati nel suo nome prendono la letteratura sul serio, terribilmente sul serio. Proprio al culmine della battaglia condotta per la propria sopravvivenza dalla rivoluzione sovietica, Trotskij trovò modo di affermare che "l'evoluzione dell'arte è la prova più alta della vitalità e del significato di ogni epoca". Stalin stesso giudicò essenziale aggiungere alle proprie voluminose dichiarazioni strategiche ed economiche un trattato sulla filologia e sui problemi del linguaggio in letteratura. In una società comunista il poeta è considerato una figura essenziale alla salute del corpo politico. Tale considerazione si manifesta in maniera crudele nell'urgenza stessa con cui l'artista eretico è costretto al silenzio o viene perseguitato fino alla rovina. Tale preoccupazione costante per la vita della mente basterebbe da sola a distinguere l'autocrazia marxista da altre forme di totalitarismo. Fucilare un uomo soltanto perché non si condivide la sua interpretazione di Darwin o di Hegel è un tributo sinistro alla supremazia delle idee nelle cose umane - ma pur sempre un tributo. (George Steiner, Il marxismo e il critico letterario, in Linguaggio e silenzio)