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venerdì 1 novembre 2013

A.M. Homes


A.M. Homes, May We Be Forgiven. (Granta)

Ad un certo punto della lettura ho cominciato ad avere l'impressione di leggere, più che un romanzo, un testo di sociologia o di antropologia. Sociologia e antropologia degli stati Uniti di adesso.
Poi mi è venuto in mente Guerra e pace. Pensiero che, così come mi è venuto, mi è sembrato assurdo.
Però mi è venuto anche il pensiero di pensarci su, a questo, e mi sono resa conto che Guerra e pace è un romanzo, o meglio il romanzo, che parla di tutto.
E anche May We Be Forgiven è un romanzo che parla di tutto.
La violenza domestica. Una storia d'amore extraconiugale. I problemi dell'assistenza sanitaria. Il licenziamento improvviso. La riforma carceraria. Il traffico internazionale di armi. La beneficenza nei confronti del Terzo Mondo. I problemi di quelli del Terzo Mondo quando incontrano il capitalismo avanzato. La vita nei college americani. I genitori dei ragazzi dei college americani. La caccia al sesso in rete, esperienze pericolose comprese, con bambini che si intrufolano nei contatti dei genitori. La diffusa depressione che cerca sollievo nel sesso e nell'abuso di psicofarmaci. Le difficoltà con i genitori affetti da Alzheimer. Gli adolescenti affetti da disturbo dell'attenzione. Il rapporto con gli Ispanici. La vita degli anziani negli ospizi di lusso. La seduzione omosessuale da parte degli insegnanti nei college. Lo psicopatico che uccide la ragazza. I problemi psicologici di quelli che hanno ricevuto un organo trapiantato da un morto di morte violenta. Varie questioni sul rapporto degli Ebrei con i loro usi e costumi. L'Anonima Alcolisti. E dato che il protagonista è un professore di storia che sta scrivendo un libro su Richard Nixon, c'è una riflessione sulla storia degli Stati Uniti e sulle direzioni che ha preso, anche se la Homes non poteva arrivare fino a Barack Obama che festeggia Halloween regalando dolciumi ai bambini di un popolo di obesi. Probabilmente c'è anche dell'altro che non mi ricordo, mi sembra che ci sia anche qualcosa sulla burocrazia.
Come Tolstoj, anche la Homes va a finire in un bel quadretto di serena felicità, e ci tesse gli elogi della famiglia. Ma  in questo romanzo è proprio da una situazione famigliare pessima, che arriva all'omicidio, che era cominciato tutto e si potrebbe dire che se Guerra e pace canta l'epica di tutta la vita in un intersecarsi di esistenze collegate tra di loro e collegate con il mondo, May We Be Forgiven canticchia il ridicolo e la drammatica mancanza di dignità delle attuali cadenze del quotidiano, e procede a scatti, come una serie di episodi separati, tra gente che si incontra e tira via.
A.M. Homes scrive gran bene, la prima parte del romanzo è intensa e travolgente e alla fine abbiamo una lettura che è stata piena di sorprese e tutt'altro che spiacevole, ma non si riesce a capire se lo zuccheroso sciroppo di buoni sentimenti del finale abbia qualche valenza ironica, o sia proprio buonismo del più efferato. Come tutto sommato credo che sia. 
E mi dispiace, perché della Homes mi ricordavo i racconti, bellissimi, di La sicurezza degli oggetti. (moll)

Mi telefona l'amico Zarlingo, che sta leggendo il libro in italiano, Che Dio ci perdoni (Feltrinelli), sorpreso di trovare una macchina della polizia italiana, denominata nella traduzione gazzella della polizia, che si aggira in un parcheggio, e me ne chiede gentile riscontro, se cioè anche nel testo originale ci sia una macchina della polizia italiana. E ovviamente nel testo originale non c'è la gazzella italiana, ma semplicemente una cop car.
Tenendo presente che in inglese questo romanzo è, o almeno è stato per me, un più che istruttivo ma faticosissimo esercizio di dizionario.




Qualunque atto di acquisizione in tema d'amore o di lezioni di vita non risulterebbe così apprezzabile (anzi mi parrebbe quasi di poco valore) se non fosse sempre accompagnato da un prezzo da pagare sulla propria pelle, esponendosi direttamente, spesso anche con conseguenze spiacevoli. Non è forse vero che questi momenti sono consacrati alla conoscenza, che si raggiunge proprio attraverso percezioni ed esplorazioni sempre insidiose e infide, e quando passano, possiamo infine appenderli ai muri della nostra memoria, ognuno al suo posto, proprio come degli ambiti trofei? (Henry James, Autobiografia degli anni di mezzo)

sabato 11 maggio 2013

FOR E GUD PRONUNSIASCION



Quando andiamo fuori dai gangheri e dagli stracci perché non sappiamo se triple si dice tripol o traipol e bible si dice bibol o baibol e se trident si dice trident o traident,
che palle,
ma basterà rivolgersi con disperata fiducia a howjsay.com e l’angoscia svanirà come neve al sole mentre noi ci sentiremo molto meno miserable (mìserebol o maiserèbol?).


lunedì 15 aprile 2013

Henry James


Henry James, Il carteggio Aspern - The Aspern papers. (Alia)

Venezia.
Un palazzo e due donne, irrigiditi nella miseria e nella vicinanza con la morte, grandi stanze quasi disabitate con le finestre raramente aperte, un giardino.
Siamo in estate, notti calde e profumate fuori, silenzi esitazioni timori e sospetti nell’interno.
Un giovane americano è venuto qui alla ricerca di un’antica amante del suo poeta preferito, nel tentativo di entrare in possesso delle lettere che il poeta le ha scritto molti anni prima.
In Oralità e scrittura Walter Ong considera Il carteggio Aspern come una variazione sul tema della ricerca del tesoro di Lo scarabeo d’oro di Edgar Allan Poe. Perché anche in Henry James il testo dà accesso a una conoscenza del tesoro, che in questo caso è una comprensione più profonda del poeta Jeffrey Aspern.
Ma qui, come il tesoro è la scoperta di un’interiorità che si nasconde, la vicenda misteriosa si svolge nell’interiorità del narratore-cercatore, ed è nei suoi pensieri più che negli eventi che si articola la ricerca, che diventa quindi lo svolgimento di un pensiero che si sviluppa e cerca di precisarsi lungo tutta la vicenda, fin dal momento dell’apertura della porta del palazzo.
Conversazioni, sguardi, movimenti lenti e scatti inattesi.
Ho già detto per Ritratto di signora che probabilmente Henry James rappresenta il punto più alto di quella che Marshall McLuhan ha chiamato l’Epoca Tipografica, e che in questa sua posizione storica coglie aspetti caratteristici anche dell’epoca dell’oralità secondaria. Così qui c’è la mediazione esterna, verso il carteggio, e la mediazione interna e addirittura la doppia mediazione dei due tra di loro, il giovane americano e l’antica amante. Nel senso di René Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca.
Non è facile dire dove sia il fascino di questa storia. Forse è Venezia, che fa scivolare i fatti e le parole come le gondole sull’acqua dei canali.
Forse è il silenzio del lavoro continuo del pensiero, della vecchia Juliana Bordereau che nasconde le lettere e della sua ingenua nipote Tita, e dell’americano che le cerca, pensieri che attraversano le stanze, si aggirano per le piazze e i canali, si fermano nel giardino.
Perché forse Il carteggio Aspern è un’altra prova del lavoro di Henry James sulla distanza, già magistrale in Daisy Miller, che toccherà un vertice in Il giro di vite. Solo che qui le distanze si esplicano nelle rispettive interiorità incapsulate, più che negli spazi dell’andamento narrativo.
Fino a quando tutto si ferma nella sospensione di un pensiero non finito, non chiarito.
Forse solo un pensiero sbagliato. E allora forse i pensieri di tutti erano sbagliati, fin dall’inizio. (bamborino)

Bellissimo libro, bellissimo da guardare e da tenere in mano, carta meravigliosa.
A pag. 156 nel testo originale si va a capo come in italiano, a pag. 234-235 la traduzione incappa in un famoso insidioso false friend, che oltretutto genera frasi insensate, per un delusion che viene tradotto delusione invece di delirio o illusione, e si deplora con forza l’errore di scrivere il titolo originale all’italiana, e non come è scritto in inglese, The Aspern Papers.
Può essere interessante anche rilevare come la traduzione metta in atto con una certa frequenza interventi di ipostatizzazione (vedere qui per un chiarimento), che potrebbero anche essere considerati un segno dei tempi. Per esempio, a pag. 22 un personaggio è “all the more convinced” ma in traduzione egli ha “una convinzione”, a pag. 158 “coldly enough” diventa “con una certa freddezza” e un “be obliging” diventa “per cortesia”.




Our doubt is our passion and our passion is our task. The rest is the madness of art. (Henry James, The Middle Years)

mercoledì 10 aprile 2013

Maryanne Wolf


Maryanne Wolf, Proust e il calamaro. (Vita e Pensiero)

Non ci pensiamo mai, ma noi non siamo fatti per leggere.
Se il linguaggio è una delle nostre facoltà biologiche, così non è per la scrittura e per la lettura, che sono invenzioni, cioè tecnologie.
Questo libro ci porta nella storia dell’origine della scrittura e della scrittura alfabetica, ci spiega le differenze tra i diversi tipi di scrittura e soprattutto ci spiega come sono fatte dal punto di vista concettuale le scritture diverse dalla nostra e ci spiega che differenze comportano le differenti scritture nell’assetto neurofisiologico di chi legge e scrive, cioè nei rapporti interni tra diverse strutture cerebrali. Così che in questi diversi rapporti tra le strutture cerebrali, determinati dalle diverse modalità di scrittura ed ora evidenziati dalle nuove tecniche di visualizzazione cerebrale, si possono comprendere le diverse modalità di pensiero delle culture dotate di diversi tipi di scrittura.
Come dire che ci mostra un punto essenziale della differenza tra culture e mentalità, e ci mostra l’importanza di fattori culturali acquisiti nel determinare la struttura e il funzionamento delle parti del nostro cervello che danno origine al linguaggio e al pensiero. Ci mostra il momento in cui i Greci hanno cominciato a scrivere, ci presenta le obiezioni di Socrate all’invenzione dell’alfabeto e le problematiche della Grecia nell’epoca del passaggio da una cultura orale a una cultura scritta, vedi Eric Havelock, Cultura orale e civiltà della scrittura.
Ci fa comprendere in profondità l’immensa portata dell’ampliamento di esperienza esistenziale e di conoscenza di noi stessi che ci viene fornito dalla lettura di narrativa, mostra le limitazioni sociali e personali che si legano a una scarsa dimestichezza con la parola scritta, in quanto non incontrare certe forme della sintassi vuol dire capire meno i nessi tra certi eventi di un racconto, e non conoscere le forme della narrazione vuol dire essere meno in grado di dedurre e prevedere anche nella realtà, in cui i nessi causali non sono quelli della fisica né della logica matematica. Matematica che, come diceva Ludwig Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus, non è una forma di pensiero.
Cioè per fare un esempio, se ho un oggetto in mano e apro le dita facendo cadere l’oggetto, e chiedo perché l’oggetto è caduto, quasi tutti rispondono che è caduto a causa della forza di gravità, ma la forza di gravità descrive un contesto e non un rapporto causa-effetto, e in realtà il motivo della caduta dell’oggetto è che io ho aperto le dita, e poi ci si può domandare perché ho aperto le dita, e via di seguito, ricorsivamente.
Proust e il calamaro ci mostra i diversi livelli di profondità che possiamo raggiungere, nel corso della vita, nella comprensione e nell’interpretazione di un testo scritto, dalla condizione che Maryanne Wolf chiama di lettore decodificante a quella di lettore esperto o trascendentale, che legge andando continuamente al di là del testo.
Poi ci spiega come è fatto il nostro cervello e quali delle sue parti vengono utilizzate per la lettura e come queste parti si modificano appunto a causa della lettura, che cambia i rapporti interni tra diverse strutture cerebrali e ci mostra quello che succede nel cervello mentre si legge.
Con una sfilza di bellissime e interessantissime cose sulle meraviglie di quella meravigliosa e apparentemente semplice ma incasinatissima lingua che è l’inglese.
E con questo Maryanne Wolf apre un discorso molto esteso e approfondito sul cambiamento che la lettura apporta alla nostra struttura di pensiero, che si collega anche al modo in cui il cervello di chi è affetto da una delle diverse forme di dislessia cerca di adattarsi alla lettura.
Cioè il nostro modo di vedere il mondo e il nostro modo di pensare non dipendono dalla realtà ma dalla struttura mentale che organizza la nostra percezione e il nostro pensiero, che è profondamente diversa per chi vive in una cultura orale e per chi vive in una cultura scritta. E che potrebbe essere profondamente diversa per un lettore decodificante e per un lettore esperto. Con ciò riferendosi apertamente agli studi di Walter Ong, vedi Oralità e scrittura, e di Eric Havelock.
E un altro importante spunto di riflessione che può venire da questo libro è che se la coscienza in quanto coscienza di qualcosa è un processo intenzionale, ricordando che l’intenzionalità secondo il Dizionario di filosofia di Nicola Abbagnano è il riferimento di qualsiasi atto umano a un oggetto diverso da sé e ricordando anche quanto detto nel post su Il lato oscuro della Rete di Nicholas Carr, è possibile che la coscienza come consapevolezza di sé e del mondo di un lettore esperto sia ben più vasta e approfondita di quella di un lettore decodificante, proprio per la possibilità e la capacità del lettore esperto di essere continuamente consapevole di sé rispetto a diversi elementi della realtà, e rispetto a diversi possibili punti di vista.
In più, quel che Maryanne Wolf dice della lingua inglese mi fa venire in mente di lasciarmi andare a dire una scemenza che forse non è una scemenza, che se è vero che come dice Humberto Maturana in Autocoscienza e realtà noi, in quanto esseri umani, esistiamo nel linguaggio e come come dice Walter Ong in Oralità e scrittura citando Derrick de Kerckhove l’alfabeto fonetico a vocali indipendenti permise ai Greci di sviluppare il pensiero filosofico analitico caratteristico dell’Occidente, e se ha un valore la teoria di Harold Innis esposta in Empire and Communications, che non siano i mezzi di produzione, che dipendono dai mezzi di comunicazione e dalle tecnologie, a muovere la Storia, ma i mezzi di comunicazione e le tecnologie, si può avanzare l’ipotesi che il predominio mondiale della lingua inglese non sia dovuto al predominio economico e militare mondiale degli anglofoni, ma che sia vero il contrario, cioè che una lingua come l’inglese, che ha pochissime parole il cui significato è fisso e indipendente dal contesto, può aver fatto sì che chi la parla ed è quindi abituato dalla nascita a pensare più alla variabilità dei contesti che non alla fissità artificiosa dei significati, vedi The Meaning of Meaning di C. K. Ogden e I. A. Richards, si possa trovare avvantaggiato nelle richieste di elasticità e di mobilità contestuale dell’economia capitalistica globalizzata e dell’Epoca Elettrica che cominciò nel 1844 con l’invenzione del telegrafo. Ed è a partire dall’inizio della globalizzazione (vedi Niall Ferguson, Ascesa e declino del denaro) che l’inglese ha preso il sopravvento sul francese.
Maryanne Wolf dà un’occhiata anche al futuro, e si domanda cosa succederà ai giovani che vivono sempre di più nei balzi degli ipertesti, che limitano la visuale interiore a quello che si riesce a vedere e sentire subito e senza difficoltà.
Ai suoi tempi, quando aveva temuto che la scrittura rendesse gli uomini meri acquisitori di informazioni, Socrate si era sbagliato. Ma forse adesso lo scenario sta diventando questo, e se teniamo presente la possibilità della formazione di un nuovo monopolio della conoscenza (vedi ancora Harold Innis), forse possiamo prevedere sviluppi sociali abbastanza inquietanti. (bamborino)

A pag. 24 troviamo una capsula Petri, che si è sempre chiamata capsula di Petri, a pag. 94 c’è un pasticcio poco chiaro, a pag. 159 manca un punto, a pag. 161 c’è situato invece di situata e a pag. 217 c’è un arrivò di.
A parte questi pochi refusi, a pag. 102 c’è un bellissimo eventualmente che non si capisce cosa c’entra, ma se il traduttore si fosse degnato di guardare in un dizionario, bastava anche l’Oxford Mini, avrebbe scoperto che eventually è uno dei più famosi cosiddetti falsi amici, e non vuol dire eventualmente ma alla fine, e sottolineo che io non mi guadagno da vivere facendo traduzioni. Soprattutto, la cura editoriale è stata così vasta ed approfondita da farsi sfuggire che l’Orality and Literacy di Walter Ong è stato da tempo tradotto in italiano, Oralità e scrittura.




Siamo assurdamente assuefatti al miracolo che qualche segno scritto possa racchiudere immagini immortali, intrecci di pensiero, mondi nuovi con persone vive che parlano, piangono, ridono.  (Vladimir Nabokov, Fuoco pallido)

sabato 23 marzo 2013

Robert Dessaix


Robert Dessaix, Lettere di notte. (Fazi)

Trovare questo libro è stata una grandissima botta di culo.
Un giorno di qualche anno fa sono andato a Parma, bellissima per quel poco che ne ho visto io, fuori dalla stazione ho camminato diritto fino all’università, e poco dopo le otto passavo per queste strade silenziose a un’ora che a Milano si è già nel casino più orribile, e qui solo biciclette nella mattinata umida, la bellezza di tutto violata solo da una Volkswagen Touareg che scintillava tutta nera e grossa, stupida come solo un SUV può essere stupido, ancora più stupida in quelle strade quasi vuote e in mezzo a quelle case così basse. Poi mi sono trovato lì di colpo un edificio incredibile che si chiama il Pilotto, tutto di mattoni, grandissimo, stranamente articolato nei corpi di fabbrica diversi e complicati, con un androne di profondità mai viste, una cosa da romanzo fantasy, m’è venuto in mente Tito di Gormenghast.
E bellissima anche l’università, l’atrio antico come uno se lo aspetta, una camminata lunghissima in un corridoio bellissimo con sgabelli di pietra ricavati dentro nicchie nelle pareti, il soffitto altissimo, quella mezza luce che obbliga a silenzi timidi e rispettosi.
E poi l’aula magna, piccola, con file di poltrone di legno unite a gruppi di tre, non la solita aula magna che sembra un teatro, e qui sul soffitto affreschi con personaggi forse religiosi che si sporgono giù a guardarti, e poco sotto il soffitto quattro nicchie trompe l’oeuil, con dentro sedute Litterae, Iurisprudentia, Scientiae e Medicina. Pitture semplici e abbastanza ingenue, Iurisprudentia col torace largo e una tonaca azzurra sotto la quale spingeva in avanti due tettine piccole e svettanti, e Medicina vestita come un’infermiera (ma quella di Parma è la grande Medicina di Giacomo Rizzolatti e della scoperta dei neuroni specchio).
Mi sono seduto e mi sono messo a leggere, poco dopo è entrato uno con il blutùt attaccato all’orecchio, poi è arrivato l’Affascinante che parlava con le signore tenendo sempre una mano infilata in tasca attraverso uno degli spacchi della giacca e un sorriso colossale che non gli si muoveva dalla faccia. L’evento formativo è cominciato, come sempre (sempre nel senso che questa cosa in questi eventi c’è sempre assolutamente sempre) il prof. Tale ha detto che era contento di avere lì il prof. Talaltro per i suoi grandi meriti scientifici ma anche e soprattutto perché era un vecchio amico, si sono dette delle cose interessanti anche se la cosa più importante di cui si poteva parlare non è stata nemmeno menzionata, a metà dell’evento s’è mangiato un po’, e alla fine l’evento formativo è finito.
Fuori dall’università al treno mancava più di un’ora, e mi sono guardato ancora questa Parma bellissima e adesso piovigginante, con tante case belle e il suo fiume quasi in secca che lasciava vedere quello che praticamente era un bellissimo prato verde, incredibile per me abituato alle secche di spazzatura dei Navigli. Di nuovo, era l’ora di punta ma traffico ce n’era ben poco, e c’erano tante biciclette, in giro e ferme e legate, vicino alla stazione mazzi di decine di biciclette sui marciapiedi, e vicino alla stazione c’era il fatidico tendone bianco con sotto i fatidici banconi dei libri a metà prezzo.
Dessaix l’ho trovato qui. L’ho visto e ho pensato, un libro di un francese, poi l’ho girato, e sulla quarta di copertina c’era scritto che secondo «Vogue Australia» era un capolavoro, e allora mi sono detto questo è un fatto straordinario, che «Vogue Australia» si occupi di un libro di un francese, prendiamo e leggiamo. Dopo Dessaix ho comperato altri tre o quattro libri, poi mi sono seduto nella sala d’attesa della stazione ad aspettare l’ora del mio treno. Sala d’attesa che avrei ritrovato, nel libro, perché quando Dessaix parla della sala d’attesa della stazione di Vicenza io mi sono immaginato la stazione di Parma. Come di volta in volta lungo il libro mi sono visto su tutti i treni della mia vita.
Robert Dessaix è un australiano, e Lettere di notte è la storia del viaggio di un omosessuale australiano che ha appena saputo di avere l’AIDS o di essere sieropositivo, non si capisce. Meraviglioso viaggio in Svizzera e in Italia, raccontato in prima persona attraverso venti lettere scritte in un albergo a Venezia.
Venezia è la base da cui il narratore riparte tutte le notti per riprendere il filo dei suoi spostamenti, e ogni lettera si sposta da Venezia all’Australia ai luoghi del viaggio, in una sovrapposizione continua di piani narrativi diversi, che si susseguono ed entrano uno nell’altro, attraversano posti e storie, entrano ed escono da quadri e da altri libri, soprattutto la Divina Commedia. Mentre il narratore racconta la sua storia, altri gli raccontano le loro e gli raccontano altre storie, e il viaggio non si ferma mai, Dessaix attraversa il tempo e attraversa lo spazio, da Locarno a Milano a Bologna a Vicenza a Padova e poi a Venezia, dal medioevo a oggi all’altroieri, tutto insieme e tutto precisamente definito nei suoi colori nelle sue luci e nelle sue voci. Ci sono momenti bellissimi, come la notte a Vicenza che poi nella lettera successiva si apre come uno sparo sulla mattinata che la segue, c’è la descrizione bellissima e purtroppo vera di quello che si vede e di quello che si prova quando si passa in treno dalla Svizzera all’Italia. C’è il confronto tra i viaggi di Marco Polo e i viaggi di Casanova, riflessione sul vivere e sull’andare del corpo e dello spirito. 
Il narratore dice più di una volta la sua sorpresa, adesso che sta aspettando di morire, nel rendersi conto che la gente che gli sta intorno “pensa di andare da qualche parte”, e il suo viaggio è un po’ questo, un non andare più da nessuna parte pur in questo movimento continuo esteriore che diventa interiore, un flusso di fatti e di luoghi che è anche un flusso di coscienza, nella consapevolezza della scoperta che è sempre stato così, che non è mai andato da nessuna parte anche quando credeva di spostarsi lungo la strada di un’esistenza che era solo insensata fragilità. E il libro si chiude con due righe sull’esultanza, l’esultanza di aver capito adesso cos’è vivere, adesso che la vita ha trovato il suo senso in un rapporto sereno con la morte.
Ho cominciato a leggere la sera che sono tornato da Parma, per la curiosità della quarta di copertina e, vita pratica a parte, ho smesso di leggere quando il libro è finito, sempre con la voglia di tornare nel piccolo viaggio di Dessaix, sui suoi treni, nelle sue storie. 
Rimane da aggiungere che quando il narratore dice al suo compagno che è ammalato, l’episodio viene raccontato prima che glielo dice in macchina uscendo dallo studio del medico, e più avanti che glielo dice incontrandolo quando torna a casa dopo la visita. Forse sono io che non ho capito niente, ma mi sembra strana una simile incongruenza in uno scrittore così stilisticamente attento, e preferisco pensare a una simulata svista stendhaliana. Poi c’è un bellissimo e raro “famigliare” messo al posto giusto, riferito alla famiglia vera e propria, con la sua bella g, ma quando arriviamo a Bologna si parla di “arcate”. In inglese portico si dice arcade, e probabilmente le arcate vengono da lì, ma nessuno dice che Bologna è piena di arcate, in italiano si chiamano portici. E poi c’è anche il fatto della pizza, definita come “farina e acqua condita con della salsa”, e subito dopo “Domani sera andrò al ristorante cinese e mangerò come si deve”. A me la pizza piace da matti, compresa la pizza al trancio che nell’impasto ha anche l’olio, e il ristorante cinese se posso lo evito, perché mi rimane sempre tutto sullo stomaco, e a leggere questa cosa mi sono incazzato proprio tanto, e ho pensato che gli involtini primavera e il maiale in agrodolce, il narratore se li poteva anche infilare gioiosamente su per dove gli pareva, melamina compresa. Senza che questo e qualche altro piccolo isterismo abbiano diminuito il piacere del libro di viaggi trovato in viaggio. (blifil)




...e la poesia è certo una crisi, forse l’unica crisi che possiamo mettere in moto con i nostri propri mezzi. (J.D. Salinger,  Seymour. Introduzione)

lunedì 25 febbraio 2013

Guy de Maupassant


Henry René Albert Guy de Maupassant, Boule de suif. (Pubblico Dominio)

Evito di sperticarmi come dovrei nelle lodi per questo indiscutibile colossale capolavoro.
Casomai potrei dire che nella ricerca dei precursori del minimalismo un posto bisognerebbe farglielo anche a Maupassant, per la sua capacità di fare esplodere dettagli irrilevanti lungo tutto questo racconto.
Che come ho detto in un post su Raymond Carver e Mary Robison, secondo me i dettagli irrilevanti sono l’anima del minimalismo, e i dettagli di Maupassant, pur nella loro colossalità descrittiva, qualcosa a che fare con l’irrilevanza minimalista ce l’hanno, nel senso che non intervengono nel dare senso alla storia, ma ci si infilano dentro in un meravigliosa collateralità che se non ci fossero, della narrazione non cambierebbe nulla, se non che non sarebbe più un capolavoro.
Ovvero mi sembra giusto, tenendo presente anche il resto della sua opera, mettere Maupassant con Anton Čechov tra i precursori del sonnambulismo del racconto americano di cui parla René Girard in Menzogna romantica e verità romanzesca.
Tuttavia qui voglio segnalare come già questo blog ha fatto altrove e ripetutamente il problema della traduzione , dato che nell’edizione scaricabile gratuitamente del Kindle di Amazon il testo originale può essere confrontato con una traduzione inglese, e i problemi si vedono fin dalla prima frase, pendant plusieurs jours de suite des lambeaux d’armée en déroute avaient traversé la ville, che in inglese diventa, for several days in succession fragments of a defeated army had passed through the town.
Il punto è l’articolo indeterminatvo, che in francese non c’è e non ci sarebbe stato nemmeno in una traduzione in italiano, ma appare in inglese, cambiando leggermente il senso della frase, come se passasse un esercito qualsiasi, mentre quello che passa è l’esercito francese. E mi sembra abbastanza indiscutibile che in inglese fragments of defeated army, senza l’articolo, sarebbe stato una discreta porcheria. Problema insolubile, ma forse le traduzioni sono sempre problemi sostanzialmente insolubili.
Anche se bisogna riconoscere che per rendere un po’ più solubile il problema, spesso potrebbe bastare evitare gli errori. Per esempio in questo caso, en déroute e defeated, in rotta e sconfitta, non sono affatto la stessa cosa.(bamborino)

Per quello che riguarda la qualità editoriale, segnalo in copertina, copertina di libro digitale, Renee invece di René, che non solo manca l’accento, ma con l’accento sarebbe femminile. Va poi detto che il dizionario francese incorporato in questo Kindle è difettoso, nel senso che se davanti alla parola c’è una preposizione con l'apostrofo, tipo d’abord o s’efforçait, il dizionario non la riconosce.




O vanità! Sei tu la leva con la quale Archimede voleva sollevare il globo terrestre! (Míchail Jur’evič Lermontov, Un eroe del nostro tempo)

mercoledì 20 febbraio 2013

Uwe Timm


Uwe Timm, Rosso. (Le Lettere)

Regalo per Natale da una delle pochissime persone gentili che conosco. Leggo di tutto (anche la carta del burro, come dice mia madre) ma in genere rifuggo dalla letteratura tedesca, i racconti sulla resistenza e le storie presuntuose. Questo sembrava proprio un regalo sbagliato: autore tedesco sconosciuto, copertina rossa, titolo Rosso e sopratutto, l’affermazione “Rosso riflette sulla vita e la morte, sull’amore e l’amicizia, su sogni e speranze, sconfitte e utopie”. 
Il libro ha avuto però la fortuna di venirmi in mano un giorno in cui la voglia di disertare dalla vita era più forte dei pregiudizi letterari. Non ci sono capitoli. Si deve leggere senza perdere una riga con ritmo costante, come quando si vuol nuotare a lungo. È un susseguirsi di storie di vita cosiddetta normale, frapposta  a pensieri e giudizi di un io narrante, Thomas Linde, di professione scrittore di discorsi per funerali. Sta scrivendo anche un saggio sul colore rosso (pieno di luoghi comuni e un po’ banale).
Rosso è ambientato nella Berlino di oggi, con descrizioni quasi fotografiche di certe realtà quotidiane non scontate (la casa senza quadri o arredi) e un po’ bislacche (le opere d’arte fatte con la luce da un’amichetta saccente). Sembra esserci una trama aggrovigliata intorno alla morte di Thomas (il libro inizia con lui che si guarda a terra dopo essere stato tirato sotto da una macchina) e l’ultimo sermone che sta scrivendo per un amico di gioventù con la passione per la solitudine, l’anarchia e la voglia di mettere una bomba per distruggere un monumento. Alla fine però è forse solo un minestrone di ricordi e riflessioni non proprio felici sulla vita tra gli anni sessanta e adesso.
E fino a qui niente di speciale, se non il piacere del bello stile e di farsi venire in mente certe considerazioni su fatti ed eventi passati se si ha tra i 45 e i 60 anni. Bello scritto, ma forse è un libro per pochi. Credo che solo una certa generazione possa apprezzare certe immersioni in un passato così dissimile dalle miserie della realtà di oggi. Per capire fino in fondo Rosso bisogna aver vissuto certe cose, avere buona memoria ed essere abbastanza onesti da guardare al passato con malinconia e senza rassegnazione.
Ma il libro per me alla fine è stato un uovo di Pasqua. La sorpresa è stata trovare il sosia letterario di una persona che conosco da più di vent’anni. I due (Thomas e il mio amico) sono uguali, stessi pensieri, stessi piaceri, stesse parole per descrivere il sesso, la politica, la vita. Stesse esperienze, stesso tipo di donne, stesse manie. Addirittura stesso arredamento e stesso modo di trattare i libri.
A dirla così la cosa non sembra una scoperta sconvolgente ma in realtà lo è. Leggere è un piacere ma quando quello che leggi ti racconta una persona che tu stessa conosci, è un incubo. Hai paura di leggere perché potresti scoprire che la realtà non esiste, che gli altri sono solo personaggi di un libro, che forse stiamo tutti vivendo in un libro e da qualche parte c’è qualcuno che racconta la nostra storia e tu hai la brutta sensazione di essere un alieno o un robot di una storia di Philip Dick. (alia)

Nel romanzo è citato l’inno comunista cinese L’est è rosso. Può sembrare una traduzione corretta di un possibile tedesco Ost ist rot. Però il traduttore evidentemente non è stato, al momento giusto, quello che allora si diceva un filocinese. E non sa che in italiano quell’inno si chiamava L’oriente è rosso.




I grandi scrittori non sono quelli che ci dicono di non giocare col fuoco, ma quelli che ci bruciano le dita. (Stephen Vizinczey, I dieci comandamenti di uno scrittore)

sabato 2 febbraio 2013

Eric A. Havelock


Eric Alfred Havelock, Cultura orale e civiltà della scrittura. (Laterza)

Visto che in prefazione si pianta una grana sul titolo di questo libro, che è uno dei principali testi di riferimento di Oralità e scrittura di Walter Ong, comincio anch’io piantando una grana, cioè dico che il titolo Preface to Plato stabilito da Eric Havelock, che non è un cretino, secondo me andava benissimo, e non c’era ragione di tradurlo in italiano trasformandolo in una sparata professorale. Oltretutto facendo in qualche modo trapelare l’idea, e stiamo parlando della Grecia dei tempi di Omero e di Esiodo, che la cultura orale fosse cosa diversa dalla civiltà.
Diciamo quindi che questo libro è veramente una prefazione al pensiero di Platone nel senso che dà ad esso una posizione storica nuova e che dopo averlo letto si potrà affrontare La Repubblica e il resto con una mente più preparata e sarà un piacere rivedersi per esempio tutta la parte che parla del famoso letto e di cosa sia un letto e tutta la realtà che abbiamo intorno e dentro di noi e ci diremo, ecco, non avevo capito niente e adesso capisco, e capiremo fino in fondo cosa intendeva dire Alfred North Whitehead quando scrisse in Process and Reality che “The safest general characterization of the European philosophical tradition is that it consists in a series of footnotes to Plato”, o se vogliamo nella guerra ancora in corso tra realisti e nominalisti.
Con Platone nasce il pensiero occidentale e questo libro di Eric Havelock è la storia del momento in cui si instaurava il processo di questa nascita.
Cioè questo libro è una prefazione non solo a Platone ma anche al pensiero occidentale o meglio a quello che noi intendiamo come pensiero. O che almeno abbiamo inteso come pensiero fino ad ora, fino a quest’epoca di oralità secondaria.
Quindi questo libro è anche una prefazione a quello che sta succedendo ai nostri tempi, e ci fa capire bene che cosa rischia di diventare, cioè non rischia perché si tratta di un processo ineluttabile, quindi cosa sta per diventare il modo di pensare dell’epoca dell’oralità secondaria.
Insomma Eric Havelock ha scritto un libro sull’impensabile, per cercare di capire e di spiegare, attraverso lo studio dei poemi omerici e di Platone, come si parlava e quindi come si pensava prima dell’invenzione della scrittura e dell’alfabeto. Quando le parole che denominavano le istanze dell’interiorità non esistevano come le intendiamo noi e le emozioni potevano essere considerate solo come entità distaccate.
Ora, essendo io nel mio piccolo socraticamente consapevole appunto di questa mia piccolezza e di tutto quello ch so di non sapere, non mi sogno nemmeno di mettermi a scrivere un riassunto del testo di Havelock tale da illustrarne gli argomenti, e mi limiterò a mostrarne quelli che secondo me sono i punti di contatto con quello che ci sta succedendo intorno.
Quindi segnalo innanzitutto la possibilità di un rapporto tra la formidabile importanza dei fattori ritmici nella poesia epica e quanto detto sugli elementi ritmici del linguaggio da Dean Falk in Lingua madre.
E dico anche che Eric Havelock mostrandoci la tendenza del pensiero orale dei Greci a cristallizzare i fattori astratti in forma di intervento di personaggi potenti come gli Dei o a denominare come oggetti reali e dotati di proprie possibilità di azione quelli che per noi sono istanze interiori o modi dell’essere, vedi l’ira di Achille con cui comincia l’Iliade, secondo me ci fa vedere da dove venga, cioè dalla sempre più vasta inondazione di modalità di pensiero orale, il sempre più diffuso malvezzo di utilizzare sostantivi astratti che così vengono ipostatizzati o reificati, invece di aggettivi e/o di attributi della persona, per esempio uno spot pubblicitario in cui si dice che una compagnia di assicurazioni lavora per darci tranquillità invece di dire che lavora per farci stare più tranquilli.
Avremo quindi un aiuto a capire anche come mai si diffonde sempre di più la tendenza alla medicalizzazione e soprattutto alla psichiatrizzazione della vita quotidiana, per cui non si dice più che uno sta male e non ne può più della vita che fa ma si dice che gli è venuta la depressione, l’ansia e l’insonnia, come ai tempi di Omero non si diceva che Achille si era infuriato ma si diceva che la sua ira portava lutti agli Achei.
Che a voler fare della critica impostata in senso marxista uno potrebbe dire che il capitalismo non vuole riconoscere il disagio che genera negli esseri umani e quindi ce lo gabella come una malattia, ma abbiamo visto con Empire and Communications di Harold Innis che le interpretazioni marxiste possono andar bene ma c’è anche dell’altro, e forse con Marshall Mc Luhan e il suo La galassia Gutenberg abbiamo visto che il marxismo potrebbe essere considerato anch’esso un’espressione di mentalità tipografica.
E nello stesso modo si dice che c’è il farmaco che arriva al centro del dolore, e non un centro in senso neurofisiologico ma nel senso che arriverebbe nel punto centrale di quest’altra entità concettuale che è il dolore, che però anche in questo caso viene ipostatizzato o reificato fino a diventare un oggetto fisicamente dotato di un punto centrale.
E se ci pensiamo potremo trovare altri esempi più vicini, quasi identici a questa pubblicità, in un altro Grande dell’oralità, grandissimo soprattutto nel rendere esplicita e tangibile (sic) quella tattilità pretipografica di cui parla McLuhan, cioè il nostro Dante Alighieri che descrive le sue emozioni nel II capitolo della Vita nuova.
Ma nella condizione dell’oralità secondaria le ipostasi devono attraversare i cambiamenti di pensiero portati dall’invenzione della tipografia, e così un po’ alla volta oggi il distacco della persona da sé stessa è diventato più o meno totale e si attacca a quello scorporo della mente dal corpo che è il dualismo cartesiano, altra impresa filosofica fondamentalmente compiuta dalla tipografia. Solo che l’epoca tipografica divideva il corpo dalla mente dando una importanza massima al pensiero, mentre l’oralità secondaria trasforma il corpo in una macchina senza mente, vedi nel blog Marshall McLuhan, La sposa meccanica, e vedi le nuove tendenze del body tracking.
E c’è anche l’importantissima faccenda delle modalità di pensiero paratattiche e ipotattiche, che potrebbero essere anche queste utilizzate per una riflessione sulla destrutturazione del pensiero effettuata dai giornali e dalla televisione, con un riferimento alla perdita di sintassi di cui parla Marshall McLuhan nel capitolo sulla Fotografia di Gli strumenti del comunicare.
Insomma Eric Havelock ci fa vedere come i Greci abbiano dovuto fare un lavoro enorme per passare dalla doxa alla sofia, dall’impressione delle cose sensibili alla conoscenza certa delle cose in sé, e possiamo vedere che adesso la possibilità della conoscenza delle cose in sé e della certezza se ne stanno andando a farsi benedire con l’aiuto della televisione nelle sue manifestazioni più fredde (vedi ancora Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare) che secondo me sono i reality, che presentano argomentazioni e discorsi con un andamento totalmente paratattico, in cui cioè l’argomentazione si sviluppa come spiega Havelock attraverso l’aggiunta di nuove parole che sfruttano o variano associazioni già presenti in parole precedenti, su un principio di variazione dell’identico, e probabilmente proprio per questo generano una partecipazione forse non molto diversa da quella che veniva richiesta dalle recitazioni pubbliche dell’epica omerica, che secondo Havelock avevano anche e forse essenzialmente la funzione di ricapitolare l’insieme delle conoscenze e delle tradizioni del popolo greco disperso dopo le invasioni doriche, e di ricostituirne il senso di unità.
A ciò si aggiunge la lotta di Platone contro l’etica dei poemi omerici, parola di cui Havelock ci mostra la derivazione dal concetto di abitudine domestica piuttosto che di insieme di regole, etica omerica basata essenzialmente sull’opinione degli altri, e anche questo è un fenomeno che sta attraversando ai nostri tempi uno sviluppo decisamente importante.
Tutto sommato stanno capitando un sacco di cose abbastanza sorprendenti e non tanto facili da comprendere, soprattutto nel modo di pensare delle generazioni più recenti, e chissà cosa sta succedendo nelle menti dei bambini.
E da questo libro di Eric Havelock possiamo trarre un bell’aiuto a comprendere il mondo e a comprendere meglio noi stessi. (bamborino)

C’è un abominevole soddisfi a pag. 56, che però è riportato dalla traduzione dell’Iliade di Rosa Calzecchi Onesti, ma c’è anche un bellissimo imprestiti a pag. 147. E personalmente avrei gradito che si facesse la distinzione tra famigliare con la sua bella g per intendere cose attinenti alla famiglia e familiare nel senso di ben noto. Ma sono felice e batto le mani alla traduzione di Mario Carpitella per la strage di congiuntivi che corre per tutto il testo, strage fatta secondo me di volta in volta in modo più che appropriato e che per fare un esempio arriva a un vertice di assoluta eleganza a pag. 124.
Mi dispiace infine che nel 1963 un genio come Eric Havelock non si sia reso conto che nell’analogia tra oralità e musica moderna, oltre al jazz di cui parla a pag. 121, era arrivata da un pezzo la bomba del rock.




Leggere ci cambia la vita, e questo, a sua volta, cambia il nostro modo di leggere. (Maryanne Wolf, Proust e il calamaro)

domenica 16 dicembre 2012

Henry James


Henry James, Daisy Miller. (Alia)

Henry James comincia con questo racconto il suo lavoro sulla distanza, che probabilmente è un segno fondamentale di tutta la sua opera.
Ma Daisy Miller secondo me è più di un libro, è un libro che è come una persona.
Perché Daisy Miller la conosciamo non attraverso l’impersonale racconto di un narratore esterno, ma attraverso l’osservazione di Frederick Winterbourne, americano spiazzato in Europa e spiazzato anche nei confronti della vita, che in qualche modo sembra rimanere sempre a una certa distanza da lui, come a una certa distanza si mantiene Daisy Miller, anche perché è lo stesso Winterbourne che questa distanza non riesce mai a colmarla.
Quindi non conosciamo Daisy Miller, ma quello che lei è per Winterbourne, come nella realtà non conosciamo mai una persona in quello che è per sé stessa, ma per quello che questa persona è per noi. E Daisy si muove intorno a Winterbourne in una inafferrabile elusività che si ferma su qualcosa di chiaro e apertamente svolto solo alla fine, quando però forse le somme si tirano con il senno di poi.
E questo libro è come una persona per una ragione ancora più forte e profonda, che c’è una frase che viene detta due volte, e la prima volta mi è sembrato di capire una cosa, che la seconda volta mi è parso di non comprendere nello stesso modo ma non riuscivo a capire come, e ho chiuso il libro e e la frase due volte proferita mi è tornata in mente il giorno dopo, e aveva  acquistato un significato terribile e tragico, e ci penso ancora adesso, e non sono sicura.
Come capita tanto spesso con gli altri.
E non è solo per questo che Daisy Miller spezza il cuore. (moll)

Si tratta di uno dei meravigliosi libri Alia con testo a fronte. Però il testo originale in blu, è tanto bello ma credo che si leggerebbe meglio in un banale nero, come il testo in italiano. Poi qui ho da dire per la traduzione, che per esempio a pag. 28 decide di eliminare una voluta ripetizione della parola cars, a pag. 36 decide di modernizzare l’elegante most earnestly di Henry James in uno sfigatissimo assolutamente sì.




Fintanto che non avremo un fine in grado di colmare la nostra vacuità, copieremo la vacuità degli altri replicando costantemente l’inferno dal quale tentiamo di fuggire. (René Girard, Disturbi alimentari e desiderio mimetico) 

giovedì 22 novembre 2012

Thomas Hardy


Thomas Hardy, Personaggi di vecchio stampo - A Few Crusted Characters. (Marsilio)

Via dalla pazza folla in inglese comincia così:

When Farmer Oak smiled, the corners of his mouth spread till they were within an unimportant distance of his ears, his eyes were reduced to chinks, and diverging wrinkles appeared round them, extending upon his countenance like the rays in a rudimentary sketch of the rising sun.

Che in italiano, trovato in Rete, viene così:

Quando il fittavolo Oak sorrideva, gli angoli della bocca gli si slargavano fino a trovarsi a esigua distanza dagli orecchi;  gli occhi gli si riducevano a due fessure; e apparivano loro intorno certe grinze divergenti che si stendevano sulla sua fisionomia come i raggi di un rudimentale abbozzo di sole nascente.

Si potrebbe obiettare che non si vede un motivo perché le fessure, che Thomas Hardy ha deciso di non numerare, debbano diventare due, e la countenance si poteva più efficacemente e correttamente tradurre, faccia, visto che i dizionari Oxford dicono face or expression, ma comunque c’è poco da fare, potete anche provare a tradurlo per conto vostro, il significato rimane, ma in qualche modo la forza del discorso svanisce, tutto diventa fiacco.
Ecco perché consiglio pesantemente di leggere questo Personaggi di vecchio stampo, che qui è presentato con la traduzione a fronte, per poter apprezzare continuamente il passaggio dalla debolezza del testo tradotto alla piena potenza della parola di Thomas Hardy. O per confrontare una continua esplosione di ritmo che non si ferma mai da una parola all’altra, con un percorso piano che si snoda attraverso i significati invece di saltare da un suono all’altro.
Sono racconti, collegati dall’accadere nello stesso villaggio e dall’essere narrati dai viaggiatori di una diligenza a un compaesano tornato dopo molti anni dall’America.
Storie spassose, storie spaventose, due storie d’amore tragiche.
Storie bellissime. (moll)

C’è da dire qualcosa per la traduzione. Per esempio a pag. 45, poche righe dopo l’inizio, a large carrier’s van viene tradotto, una carrozza a cavalli, e sono rimasta un po’ sorpresa, perché io l’unica carrozza non a cavalli che mi viene in mente (questo anacoluto è una meraviglia) è quella di Cenerentola, che mi pare fosse tirata da topi. A pag. 91 poi c’è mused tradotto, esitò, che sui miei dizionari è più o meno be absorbed in thought. Ancora, a pag. 97 the two remaining ones diventano i due giovani, e a pag. 195 an old village seen by an absolute stranger diventa un vecchio villaggio visto dall’esterno. E questi sono solo alcuni esempi.




C’è gente a cui dell’inglese non importa niente, stanno bene come stanno. (Ry Cooder, Chi è che conosci e io no?)

domenica 11 novembre 2012

Jorge Luis Borges


Jorge Luis Borges, Finzioni. (Einaudi)

Esistiamo nel linguaggio, e nel linguaggio ci possiamo anche perdere.
Lungo percorsi fatti di variazioni di significato, di costruzione e di perdita di definizioni e di rapporti e di collegamenti tra queste definizioni e tra lo spazio e il tempo (Tlön, Uqbar, Orbis Tertius), nell’inseguimento di una identità comune a tutto ciò che è diverso o forse non è diverso (L’accostamento ad Almotasim), nella creazione interiore di ciò che è già esistente e ci porta a perderci come individui (Pierre Menard, l’autore del “Chisciotte”) fino alla creazione di un inesistente in cui ci ripetiamo nella nostra stessa inesistenza (Le rovine circolari), per poi perdere la certezza di poter sapere cosa è volontario e cosa è involontario e scoprire la difficoltà di distinguere tra casuale e causale (La lotteria a Babilonia), mentre nell’Esame dell’opera di Herbert Quain le certezze possibili si riporteranno nel presente e le incertezze saranno nelle plausibilità generative del passato, e verrà anzi negata al presente la possibilità di esistere. Ma l’esistenza si svelerà come infinita ripetizione di spazi indifferenziati (La biblioteca di Babele) e la possibilità di una differenza, la vana possibilità di una qualsiasi articolazione di diversità della realtà sarà ancora nella ripetizione del linguaggio, la frammentazione della parola nei suoi minimi elementi costitutivi alfabetici infinitamente ricombinati, in un dominio fenomenico che oramai è totalmente occupato dalla scrittura e dalla tipografia e qui la differenza tra il causale e il casuale si manifesterà in una diversa disposizione di un carattere di stampa, e in questa espansione totale di combinazioni alfabetiche diverse ma sostanzialmente tutte uguali (torna in mente L’accostamento ad Almotasim) e disposte in spazi identici troveremo una fondamentale predizione della Rete che ricombina ogni parola e ogni discorso negli spazi ripetuti dei computer. Il giardino dei sentieri che si biforcano chiude la prima parte dell’opera con un’altra predizione visionaria, dell’immobilizzazione della variabilità dell’illusione del tempo, che è come la presenza continua degli oggetti mutevoli della Rete, e che forse si apre a un senso solo nell’atto della morte.
Nella seconda parte Ireneo Funes (Funes, o della memoria) è Internet. Funes è paralitico, vive su un letto, fermo nello spazio, e in questo spazio fermo vede tutto, si accorge di tutto, persino del cambiamento del colore di una foglia nel passare della stagione, e ricorda tutto. Al punto che gli è in qualche modo inibita la possibilità del pensiero. Siamo nel 1944 e nella mente dell’artista c’è già questa mostruosità che è il nostro presente e che ci porterà a chissà quale futuro. Un futuro che forse Borges comincia a svelare nei racconti che seguono. In La forma della spada la perdita dell’individuazione è nel confondersi dei soggetti, nel Tema del traditore e dell’eroe la realtà diventa narrazione e la narrazione diventa realtà. Così in La morte e la bussola il falso diventa vero, lo dirà vent’anni dopo anche Guy Débord in La società dello spettacolo che nel nostro mondo il vero è un momento del falso, e qui una direzione si trasforma nel suo opposto fino a diventare, nel finale della storia, una linea retta che unisce il vero e il falso in un unico percorso indifferenziato e indifferenziabile. Poi in (Il miracolo segreto) ricompare il tempo, che viene mostrato per quello che è, nella sua assoluta soggettività. Così il discorso arriva alla fine (Tre versioni di Giuda) e gli opposti si fondono. Dio diventa l’Uomo, e come Uomo è Dio, la stessa confusione che scoprirà René Girard in Menzogna romantica e verità romanzesca, e il Bene e il Male sono la stessa cosa, nell’indefinibilità di ogni verità possibile, che si stabilisce come indeterminata e indeterminabile.
Così finisce questo capolavoro di Jorge Luis Borges, che da un racconto all’altro mantiene il ritmo elegante di danza e la densità riflessiva di un’aria di Bach.
Forse Borges non sapeva di aver scritto un’opera unitaria che scorreva nel pensiero del futuro. Forse gli artisti non sanno mai niente e sanno sempre tutto. (bamborino)

Segnalo nella traduzione di Franco Lucentini (che bel nome Franco, così semplice e oggi così raro) una bellissima sconsiderazione a pag. 36 e una altrettanto bellissima trascuraggine a pag. 100.
Unico errore nella mia copia, che è un esemplare della collana “Scrittori tradotti da scrittori” della seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso, alla fine di pag. 107 Colorada comincia correttamente in corsivo con Colo ma va a capo a pag. 108 in normale, rada. 




Io mi sento me stesso solamente quando sono solo. (Peter Cameron, Un giorno questo dolore ti sarà utile)

venerdì 26 ottobre 2012

Richard Yates, William Faulkner


Richard Yates, Easter Parade. (minimum fax)

William Faulkner, La paga dei soldati. (Adelphi)

Come una mosca in un bicchiere.
Come una mosca chiusa dentro un bicchiere capovolto Emily Grimes, la protagonista di Easter Parade, vola di qua e di là, sbatte contro il vetro, ogni tanto si riposa, poi ricomincia. Vola e si dibatte senza capire niente.
Invece il tenente Donald Mahon di La paga dei soldati è fermo, sono le persone intorno a lui che si muovono e anche loro come la Emily vivono senza una direzione, descrivono traiettorie casuali, che si intersecano ma non vanno da nessuna parte.
Forse non è giusto parlare di questi due romanzi, c’è qualcosa di profondamente immorale nell’inserire parole di commento esterno che interrompono e frammentano la compattezza di quello che la lettura trasferisce dalla pagina alla mente. Ma non è giusto nemmeno non dirne niente.
Il problema è che qualunque cosa se ne dica, si rischia di distruggere l’emozione continua che in entrambi è data dalla costruzione lenta e progressiva del discorso che Yates e Faulkner fanno sul mondo, su quello che siamo, sui rapporti tra le persone, sul senso profondo del vivere di tutti i giorni.
Si può dire che Easter Parade è la storia di una donna, Emily Grimes, che parte da bambina e arriva fino a cinquant’anni. Nella storia c’è sua sorella Sarah, con la sua vita e la sua famiglia. Ci sono le storie d’amore di Emily, le sue storie di lavoro. Senza commento da parte dell’Autore, i fatti come si svolgono uno dopo l’altro in una tensione lirica continua, senza commento e senza tentativi di interpretazione, pagine e pagine di bellezza assoluta senza mai un cedimento. Il paragone può essere solo con la musica, e può viene in mente Naima di John Coltrane.
Stessa cosa per La paga dei soldati. Che è la storia di un militare che torna a casa gravemente ferito e delle persone che lo accompagnano, di suo padre, della sua fidanzata che lo aspettava, di un’altra donna che lo ama, di un uomo che desidera questa donna. Sembra che tutto succeda per caso e probabilmente tutto succede davvero per caso, o non per caso ma senza motivo. Ma poi i motivi per cui facciamo una cosa invece di un’altra quali sono, dopo ci pensiamo su e crediamo di saperlo, ci diamo una spiegazione, ma è sempre una spiegazione successiva, nel momento in cui le cose succedono non sappiamo mai niente.
Qui il paragone musicale non è più con un grido solitario, ma la cadenza narrativa è comunque ancora sempre perfettamente omogenea. Può venire in mente Son of Mr. Green Genes di Frank Zappa.
Due capolavori di tensione continua e di dissonanze. (bamborino, zarlingo)

Su Easter Parade abbiamo da dire per la traduzione del titolo, per cui rimandiamo al post su Principianti di Raymond Carver, dove se n’è già parlato.




Una volta ci si meravigliava quando le donne cedevano; ora ci si meraviglia piuttosto quando si resiste. (Samuel Richardson, Pamela) 

mercoledì 24 ottobre 2012

Jane Austen


Jane Austen, Mansfield Park. (Garzanti)

Si parla tanto dell’ironia di Jane Austen.
E non ci si accorge che la zitella di Chawton non è stata solo ironia, spirito caustico e affilata capacità di delineare personaggi. Perché se si pensa alla discesa nei più reconditi recessi dell’animo umano, subito vengono in mente i foschi abissi dei sottosuoli dostoevskiani (se si scrive così). E ci si dimentica che non viviamo, si spera, un’esistenza tempestosa di scenate e di drammi con suicidio finale, ma in generale ci accontentiamo di tranquilli percorsi domestici, peraltro non meno intrisi di dolore esistenziale anche se certamente meno vistosi.
Credo di poter dire che Mansfield Park è una delle più penetranti opere di analisi psicologica che siano mai state scritte.
Un romanzo di sfumature, di sguardi silenziosi, di cose non dette. Che si svolge come certi film di Fassbinder quasi tutto nella stessa casa.
Non succede niente, come al solito per Jane Austen c’è solo qualcuno che s’innamora, qualcuno che crede di innamorarsi, qualcuno che fa il furbo, qualche carogna, qualche cretino, qualcuno più intelligente degli altri e qualcuno più scemo. La casa è lì, ci stanno dentro tutti, qualcuno parte e qualcuno arriva.
Non succede niente eppure il romanzo è una scarica di colpi di scena. Nei silenzi tranquilli dei rapporti interpersonali osservati dall’interno e dall’esterno dei personaggi, nei fremiti del pensiero e nelle esitazioni delle parole e dei gesti.
L’avventura più avventurosa, la vita di tutti i giorni. La difficoltà più difficile, cercare di capirsi e di capire gli altri.
Con la bomba, verso il finale e precisamente nel colloquio tra Mary Crawford e Edmund Bertram, che qualche volta capirsi e capire gli altri proprio non è possibile, e allora ci si accorge che in certi casi non è che gli altri sono come noi, hanno capito ma preferiscono una strada diversa, la vita li ha portati a non vedere il bene, o sono degli ipocriti. No.
Come dirà qualche anno dopo Hannah Arendt in La banalità del male, qualche volta, cioè spesso, qualcuno semplicemente non capisce. E allora scopriamo che una genialità assoluta come quella di Jane Austen, nella sua infinita capacità di studio della mente umana, non poteva rimanere estranea alle problematiche dell’etica. Che in Mansfield Park vengono affrontate con diversi risvolti e lasciate, come è filosoficamente giusto, nell’inesprimibilità del dubbio.
In un tormento reciproco che passa da un personaggio all’altro e scatena in chi legge una frenesia che di pagina in pagina cresce fino a diventare quasi angoscia, mentre la storia si muove in direzioni che lasciano sempre possibilità aperte.
Perché lo sappiamo, possiamo star tranquilli, nei romanzi di Jane Austen va sempre a finire che si sposano e sono più o meno tutti contenti, anche gli stronzi, ma qui fino all’ultimo momento non si può essere sicuri di niente, e anche se si sa che la storia va a finire bene, fino alla fine non si riesce a immaginare come, e sembra impossibile. (bamborino)

A pag. 3 abbiamo ; al posto di , e a pag.13 ha invece di ho, e a pag. 60 aveva invece di avevo. A pag. 117 abbiamo un punto dentro le virgolette e subito dopo, si fecero udire scritto due volte. A pag. 124 abbiamo per invece di perdo, a pag. 133 manca un più, a pag. 202 c’è un osceno soddisferà, a pag. 232 giunta invece di giunto, a pag. 244 c’è una virgola in più, o una virgola in meno. A pag. 291 manca un verbo, a pag. 294 c’è un maì, a pag. 320 quando invece di quanto, a pag. 410 un orrendo più prossimi, a pag. 466 c’è una invece di uno.
Ma mi è piaciuto molto uno sragionevole (che ricorda Michel Foucault) a pag.123 e un nove e mezza (la mezz’ora è femminile quando si parla e non capisco perché debba diventare maschile quando si scrive) a pag. 284.
Mentre protesto (e in questo ho avuto l’approvazione dei GMM, i Grammatici Militanti Milanesi, un’associazione gemellata con i Grammatici Militanti del Massachussets) per l’uso di essa al posto di ella in tutto il testo. Anche se non credo che i GMM approverebbero questi miei inizi di frasi con delle congiunzioni.
Devo aggiungere che la traduzione ha presentato altri due piccoli problemi. Uno, a pag. 151, con una scarsa chiarezza nel modo di tradurre can, che in inglese significa sia sapere che esser capaci. L’altro nel capitolo VII, dove ho trovato a pag. 68 un sorprendente “tagliarle il vino” che corrisponde a “mix the wine and water” del testo originale, e che viene tradotto secondo me molto meglio nell’edizione Newton da Maria Felicita Melchiorri (che usa ella invece di essa) con “mescerle l’acqua e il vino”.




Forse alcuni ricordi sono delle premonizioni più che episodi del passato. Forse ciò che ricordiamo è solamente una continua verità su di noi. (Helen Humphreys, La verità, soltanto la verità)