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lunedì 10 settembre 2012

Marshall McLuhan


Herbert Marshall McLuhan, Aforismi e profezie. (Armando)

Questo libro bellissimo costituisce, anche grazie alla stupenda introduzione e alle sapienti note bibliografiche alla fine di ogni capitolo del curatore Marco Pigliacampo, un meraviglioso esauriente bigino dell’opera di questo Maestro del pensiero critico.
In sostanza, come certamente piacerebbe a McLuhan, si può leggere il libro saltando qua e là da un aforisma all’altro, ma lo si può anche leggere di fila come se fosse uno scritto strutturato, tenendo presente che qualche aforisma, in questa condizione di espunzione dal contesto da cui deriva, perde la sua connotazione ironica e può diventare fuorviante. Ma se qualche volta si capisce male o si capisce quello che si vuole e che potrebbe essere anche il contrario di quel che intende McLuhan non importa, il Maestro probabilmente ne sarebbe compiaciuto e comunque nel complesso si arriverà a una buona conoscenza del magistrale pensiero e ad un vero risveglio del proprio cervello, con apertura a entusiasmanti universi di nuove consapevolezze.
In questa direzione è particolarmente interessante l’incredibile gioco di carte di McLuhan di cui si parla a pag. 188, che non solo può essere utilissimo per tutti, ma si potrebbe rivelare come uno straordinario e rivoluzionario mezzo di approfondimento e di miglioramento di qualunque tipo di psicoterapia, fino ad arrivare a permettere, secondo noi, la realizzazione di efficacissime autopsicoterapie a costo zero.
Questo perché (richiamandoci a quanto detto nel post su un’altra opera di McLuhan, La sposa meccanica) il giochino delle carte in fondo permette di lavorare sulla ricerca del senso, se il senso di un’avventura psicoterapica fosse la ricerca di un senso di sé, e se le ideologie che sostengono tutte le tecniche psicoterapiche non fossero radicalmente prive di senso.
E proprio perché in questi tempi di oralità secondaria la ricerca del senso di sé è diventata particolarmente difficile, forse potrà essere utile svolgerla anche con questo piacevole mezzo di riflessione su combinazioni di parole scritte.
Purtroppo l’indirizzo che c’è nel libro è sbagliato, ma ne mettiamo qui uno giusto, e ci trovate anche la spiega e così potete cominciare immediatamente la vostra corroborante ginnastica neuronale,
E adesso basta. C’è solo da comperare il libro e mettersi subito a leggerlo. (bamborino, blifil, herzenstube)

Non abbiamo trovato refusi. Ma anche l’indirizzo Internet della raccolta di citazioni di Bob Dodds non funziona, e grazie a questo simpatico blog potrete saltare subito da qui nel posto giusto.




Oggi il tiranno non governa più con il bastone o con il pugno di ferro ma, travestito da ricercatore di mercato, pascola il suo gregge sui sentieri della praticità e della comodità. (Marshall McLuhan, La sposa meccanica)

sabato 23 giugno 2012

Marshall McLuhan


Herbert Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare. (il Saggiatore)
Probabilmente, se avessi letto questo libro quando fu pubblicato in Italia, nel 1967, mi sarei rovinato la vita.
Perché non sarei mai stato un marxista-leninista, e nel 1968 non avrei fatto quel poco che ho fatto, e l’avrei saputo subito, che non solo non si poteva fare la rivoluzione ma proprio non c’era niente da fare, in nessun modo. Insomma non mi sarei vissuto nemmeno quei pochi anni di entusiasmo prima di capirlo comunque per conto mio, che non si andava da nessuna parte. O che comunque si va dove va la Storia, e noi ci possiamo fare ben poco.
Però in compenso avrei saputo subito da che parte bisognava guardare, per capire qualcosa di quello che sta succedendo.
Non si è mai contenti.
Ma adesso posso solo ringraziare padre Ong che mi ha fatto scoprire McLuhan, e la Anna che mi ha fatto scoprire padre Ong.
Che poi, posso star tranquillo che se il libro di McLuhan l’avessi letto allora, probabilmente non avrei capito niente anch’io, come è capitato più o meno a tutti in Italia, che non avendo letto né ✈ La sposa meccanica né ✈ La galassia Gutenberg nessuno si è reso conto che Gli strumenti del comunicare non è (ripeto, non è) un libro sui mezzi di comunicazione.
Ma è una delle opere che si inseriscono nel grande lavoro di studio del cambiamento del pensiero e soprattutto della coscienza dell’Uomo nel corso dei secoli, con gli studi di Harold Innis, ✈ di Walter Ong, di Eric Havelock, per arrivare fino a ✈ Teilhard de Chardin.
Poiché come ha detto Humberto Maturana noi, in quanto esseri umani, esistiamo nel linguaggio, cioè il nostro pensiero e la nostra vita si sviluppano in e con un mezzo di comunicazione, e nel linguaggio si sviluppa e si modifica quella parte del nostro pensiero, se così si può dire, che è la coscienza e poiché come dice McLuhan i mezzi di comunicazione non sono solo un’estensione del nostro corpo ma del nostro sistema nervoso centrale, e questo l’ho già detto nel post su ✈ Empire and communications di Harold Innis ma vale la pena di dirlo ancora, così con lo studio dei mezzi di comunicazione e del loro cambiare nel tempo si è portato avanti lo studio dei cambiamenti della coscienza nel tempo.
Innis Ong e Havelock hanno studiato i processi che hanno portato al cambiamento della coscienza dall’oralità alla scrittura alla tipografia, Mc Luhan è partito dal Ramus di Walter Ong e ha studiato i cambiamenti portati dalla tipografia e i processi in corso attualmente.
Gli strumenti del comunicare non si limita a valutare il rapporto dei mezzi di comunicazione con la coscienza, radio televisione stampa telegrafo cinema fotografia macchina da scrivere, ma investe la totalità dell’esperienza esistenziale della nostra epoca, dalla politica all’economia alla sociologia all’uso degli elettrodomestici ai mezzi di trasporto ai viaggi all’abbigliamento alla letteratura all’urbanistica all’architettura al denaro agli orologi allo sport alla pubblicità alle armi alla musica.
Con la famosa distinzione tra i media caldi, che colmano di dati un’unico senso e travolgono e si impongono, come la radio che fu fondamentale per i totalitarismi del XX secolo, e i media freddi come il telefono o la televisione, che chiamano alla partecipazione.
Quindi non posso pensare di riuscire a scrivere un post decente su un’opera di tale vasta portata, e tenendo presente che Marshall McLuhan ha sempre scritto opere volutamente e voluttuosamente disorganiche e non ordinate in una successione gerarchica di capitoli dipendenti uno dall’altro e ha sempre invitato a una lettura casuale delle sue opere, lettura erratica e casuale che tuttavia io personalmente sconsiglio perché bisogna tenere presente anche che McLuhan era tra l’altro un simpatico burlone, comunque il post su Gli strumenti del comunicare lo scrivo così, come mi viene, su alcuni dei diversi argomenti che McLuhan ha affrontato nel suo libro.
Cioè lui ha parlato praticamente di tutto, ma per quel che mi riguarda credo che sia come si suol dirsi il caso di non fare i miei bisogni fuori dalla tazza.
Così comincio facendo notare che nell’Introduzione di quest’opera colossale Marshall McLuhan scrive che la nostra è la Age of Anxiety e propone come simbolo dell’Ottocento la poltrona del direttore di giornale, e come metafora del Novecento il divanetto dello psichiatra, in quanto come estensione dell’uomo la poltrona è un’ablazione specialistica del posteriore, o preterito, mentre il divanetto estende l’essere nel suo totale abbandono e sopprime la tentazione di esprimere punti di vista personali, nell’aspirazione della nostra epoca elettronica alla compartecipazione totale, all’empatia e alla consapevolezza in profondità ovvero la fine dell’individualismo tipografico.
E poi vado a prendere qualcosa qua e là, per esempio il capitolo 11 che parla dei numeri e della folla, della funzione dell’alfabeto fonetico nella generazione della frammentazione visiva dello spazio e nella nascita della matematica, mentre la tecnologia elettronica con la sua velocità istantanea detronizza il senso della vista e ci riporta dalla frammentazione a una condizione di sinestesia, in cui i numeri riprendono le loro antiche caratteristiche tattili, come quando si contava sulle dita delle mani e dei piedi, e gli ammassi statistici di numeri portano le folle a nuovi afflussi di intuizione primitiva e di magica consapevolezza subconscia.
Poi passo alla musica, facendo riferimento al capitolo 18, La parola stampata, che tra l’altro è un bellissimo piccolo riassunto di La galassia Gutenberg. Nel capitolo 18 McLuhan dice che per quanto riguarda la poesia, con la tipografia e la perdita dell’abitudine alla lettura ad alta voce, si scoprì che era possibile leggere i versi senza udirli, e quindi poteva essere possibile far suonare gli strumenti musicali senza parole d’accompagnamento. Lui dice che la musica tornò ad avvicinarsi alla parola con Schönberg e Bartók, ma mi sembra giusto metterci anche l’opera lirica, perché l’oralità in un certo senso non era mai stata perduta completamente e la grande ripresa della lirica nell’Ottocento bene o male esplode con l’invenzione del telegrafo, che è il momento d’inizio dell’Epoca Elettrica e dell’oralità secondaria.
Voglio solo fare notare che per quanto riguarda la musica McLuhan aveva visto giusto, e la pienezza dell’oralità secondaria e del recupero della parola è arrivata con il rock, in cui lo strumento vero e proprio è diventato la voce del cantante.
Solo per fare un esempio in un punto di massima grandezza di questa espressione dello spirito, invito all’ascolto di She Was Hot dall’album Undercover dei Rolling Stones, in cui la voce di Mick Jagger è veramente tutto, e le chitarre di Keith Richards e di Ron Wood semplicemente cioè tutt’altro che semplicemente come suonano quei due che non sembra niente ma è un lavoro tremendo di continui scambi di note, le due chitarre fanno da sostegno al canto che è tutto, e così nel resto di questo disco fondamentale.
Ma poi non ci si è fermati al rock, e nella musica la parola è diventata tutto, fino a sostituire completamente la musica stessa e ad abbandonare addirittura la forma del canto, con il rap.
E con il rap si va addirittura più indietro, avvicinandosi a quello che forse è il punto di origine del linguaggio, che secondo quanto riporta Harold Innis in Empire and communications e Dean Falk in Lingua Madre potrebbe essere situato a metà strada tra il canto e il discorso.
Poi si può parlare del capitolo 14, sul denaro, in cui già nel 1964 McLuhan faceva notare che nell’era elettronica stiamo tornando alla condizione delle società primitive, in cui ricchi e poveri vivevano più o meno nello stesso modo, poiché adesso l’uomo più ricco è ridotto ad avere sostanzialmente gli stessi divertimenti e anche lo stesso cibo e gli stessi veicoli dell’uomo comune.
Ma la riflessione sul denaro è ben più vasta, parte dai traffici marittimi dei fenici e arriva fino a John Maynard Keynes, passando per i rapporti tra produzione artistica e prosperità delle classi dominanti, mostrando il potere storico delle merci nel determinare le forze formative delle culture e mostrando anche come l’idea prettamente tipografica della frammentazione della vita interiore mediante i prezzi e le statistiche, che è stata la grande novità del pensiero di Daniel Kahneman, risalga al XVIII secolo.
Si può prendere in esame anche quello che McLuhan dice nel capitolo 20 della fotografia, che estende e moltiplica l’immagine umana alle proporzioni di una merce prodotta in serie, e ha generato la possibilità di esprimere rapporti visivi senza una sintassi, che secondo me è l’inizio della fine del pensiero ramista, influendo non soltanto sul nostro atteggiamento esteriore ma sui nostri atteggiamenti interiori e sul dialogo con noi stessi, facilitando l’immissione nella nostra vita di percezioni artificiali e di valori arbitrari, rendendo inoltre il turismo ben poco diverso dall’andare al cinema o dallo sfogliare le pagine di una rivista. E non solo, perché secondo la sua geniale visione la fotografia, immobilizzando il gesto, portò l’arte dalla creazione del mondo esterno all’esplorazione del mondo interiore, e nel momento in cui divennero stabilmente visibili e osservabili gli atteggiamenti interiori espressi dal gesto, e non fu più necessario descriverli con la serie cronologica delle parole, si diede la stura alle psicologie del profondo, ma secondo me questa è una conseguenza della fine delle sintassi visive del ramismo, vedi Ramus di Walter Ong.
Alla fine, nel capitolo 33 sull’automazione, ci dirà che la compravendita e il consumo tendono a identificarsi con l’apprendimento, la comprensione e l’assorbimento dell’informazione, e che il consumatore diventa produttore, e potremo pensare a YouTube e a Facebook e a Instagram che sono infatti diventati quello che sono per la produzione che ci mettono dentro i loro consumatori, e da lì ci potremo accorgere che nel 1964 Marshall McLuhan aveva già visto tutto e capito tutto.
E insomma questo è un libro che si legge tutto intero e poi si va avanti a rileggerlo a pezzi qua e là quando succede qualcosa di nuovo o ci si accorge di qualcosa che c’era sfuggito in quello che sentiamo e vediamo intorno e non si finisce mai, come non finirei mai questo post, ma adesso basta.  (bamborino) 
A pag.38 si poteva fare lo sforzo di tradurre Dagwood, che in italiano si chiama Dagoberto, a pag. 50 c’è gli al èposto di le, a pag. 53 c’è un improbabile tostatore che forse dovrebbe essere un tostapane, a pag. 59 alcool, a pag.92 si poteva tradurre, Massa e potere, anche perché Crowds and Power non è certo il titolo originale dell’opera di Elias Canetti, a pag. 197 manca una e o una virgola, a pag. 227 la invece di le, a pag. 267 McLuhan fa uno sbaglio, attribuendo a Charles Dickens in David Copperfield il primato della descrizione del mondo visto dagli occhi di un ragazzo, perché Dickens in questo è stato preceduto di un anno da Charlotte Brontë con Jane Eyre, a pag. 274 c’è dei invece di dai.
Inoltre deploro che media venga tradotto media, e che così sia ormai abituale dire e scrivere. Gli anglofoni anglizzano le parole e poi ci fanno i plurali come gli pare, in italiano con le parole delle altre lingue il plurale non lo si fa, nemmeno con il latino, tant’è vero che si dice gli sponsor e non gli sponsores. E lo stesso per i curriculum. 
L’unico modo certo per non trovarsi è non sapere che ci si è persi. (Romain Gary, Mio caro pitone)

giovedì 9 febbraio 2012

Sofocle, Marshall McLuhan, Adam Smith

Sofocle, Antigone. (Mondadori)
Marshall McLuhan, La galassia Gutenberg. (Armando)
Adam Smith, La ricchezza delle nazioni. (UTET)
Non esiste la città che è di un solo uomo, dice Emone a Creonte.
L’edizione Oscar dei tragici greci costa poco, è un bel libro rilegato, la traduzione di Raffaele Cantarella va via benissimo.
Il libro può rimanere lì per tirarlo fuori ogni tanto anche senza preoccupazioni per la nostra distanza culturale dal contesto, i Grandi hanno comunque qualcosa da dire a tutti, e ogni tanto si può fare un viaggio nella Grecia classica, per rifornirsi di pensieri e di emozioni.
Antigone è una tragedia breve, si legge in una sera. C’è il famoso coro sull’ingegno umano, e il coro sulla potenza dell’Amore che tutto travolge.
Ma soprattutto Antigone può essere utile per una riflessione sul potere, sui rapporti tra i governanti e il popolo.
Non esiste la città che è di un solo uomo, dice Emone a Creonte.
Ma forse esiste, la città che è di un solo uomo, e forse noi ci stavamo dentro, l'anno scorso quando avevamo pubblicato un post su questo argomento nel nostro blog precedente. E non perché l’uomo fosse un tiranno con poteri assoluti. Anzi.
Però quando un uomo governa una nazione dove non c’è nessun altro, allora forse è giusto che la nazione sia sua.
Sua perché gli era stata consegnata dalla miseria morale di un popolo che non ha avuto di meglio da fare che parlare per giorni dei suoi stili di vita.
Un popolo in cui anche quelli che si spacciano per oppositori si erano messi a intervistare prostitute e a organizzare trasmissioni radiofoniche in diretta di sfigati che commentavano i racconti delle prostitute.
Un popolo in cui un giornale come quel che è diventato adesso «l’Unità» era riuscito a raccogliere 37000 firme di gente che ci tiene a dire che no, noi ce l’abbiamo talmente preziosa che non ci sono soldi che bastino e quindi non siamo disposte a scopare per soldi. E glielo facciamo vedere a tutti mettendoci la sciarpa bianca. Patetico movimento delle sciarpe bianche che è durato sì e no una settimana, senza che a nessuno sia venuto in mente di mettersi una sciarpa magari rossa o nera per protestare per quello che è successo dopo e sta succedendo adesso. Comprese tutte quelle che ci hanno tenuto a dire che scopavano solo con l’uomo che amavano, e non sanno che bello che è scopare anche con quelli che ti piacciono senza l’imperativo categorico di amarli.
Ma per un certo tipo di pensiero (sic) politico evidentemente le dignità più rilevanti si localizzano nel bassoventre, cioè ciascuno pensa di sé quello che può, e se sente che i suoi valori si trovano lì, si comporta di conseguenza.
Marshall McLuhan ci dice che la stampa e gli altri mezzi di comunicazione con la loro uniformità, ripetibilità e ampiezza illimitata conferiscono in effetti fama e una seconda esistenza a qualunque cosa. Questa sorta di misera vita attribuita da ingegni deboli a temi altrettanto deboli compenetra di sé formalisticamente tutta l’esistenza, e dal momento che chi riceve il messaggio vive della stessa miseria di chi lo invia, l’aspirazione diventa quella di contemplare il proprio volto collettivo, e si esige che gli ingegni più piatti si diano da fare sempre di più, via via che il pubblico collettivo aumenta.
Come diceva Adam Smith, nella ricca società del libero mercato pensare o ragionare diventa, come ogni altro lavoro, un’attività specialistica, che viene svolta soltanto da pochissime persone, le quali forniscono al pubblico tutto il pensiero e la ragione che dovrebbero essere posseduti dalle masse dei lavoratori.
E così, la città è di un solo uomo.
Anche se di volta in volta l’uomo può cambiare, e ognuno si diverte come può, ci sono quelli che si divertono a scopare, e ci sono quelli che si divertono a prendere in giro pubblicamente la sofferenza di chi perde un lavoro e si deve arrabattare a cercarsene un altro. (moll)
In genere è certo che la maggior parte dei vecchi crede di aver molti diritti e soli diritti. Sapendo di non esser più raggiungibili da un’educazione, credono di poter vivere proprio come il loro organismo comanda. (Italo Svevo, Novella del buon vecchio e della fanciulla)

domenica 5 febbraio 2012

Marshall McLuhan

Marshall McLuhan, La galassia Gutenberg. (Armando)
L’astronave di Marshall McLuhan parte da Re Lear.
Il vecchio sovrano compie l’atto fondante dell’Epoca Tipografica, la delega la frammentazione e la periferizzazione. Del potere, della scienza, della produzione, di tutta l’esistenza dell’Uomo. Che Lear mostra visivamente riprodotto su una mappa. E qui c’è già tutto il libro.
L’astronave si aggira per tutta una galassia di fatti e di commenti, distribuiti disorganicamente e appunto galatticamente perché la storia dei movimenti economici scientifici sociali e di pensiero che hanno attraversato le diverse tecnologie subentranti della scrittura, dell’alfabeto fonetico e in seguito della tipografia a caratteri mobili, è una storia che non può essere ricostruita e raccontata ordinatamente, nelle sue molteplici intersezioni e nelle variazioni di piani interpretativi in cui le cause si confondono con gli effetti e si influenzano a vicenda.
La condizione della donna nei secoli, l’industria, la produzione di massa, la politica, la scrittura, la lettura, il romanzo, la poesia, la pittura, l’architettura, la grammatica, lo stato, il nazionalismo, l’individualismo in quanto consapevolezza di sé, i mezzi di comunicazione, l’università, lo studio, la fisica quantistica, la storia della filosofia dalla patristica all’esistenzialismo, il giornalismo, l’opinione pubblica, l’inconscio, il pensiero e la percezione nell’Occidente confrontati con il pensiero e la percezione dell’Oriente e dei popoli primitivi.
Non si può dare un’idea dell’entusiasmo con cui si passa da una pagina all’altra di questo meraviglioso guazzabuglio.
E sarebbe decisamente un atto di presunzione credere di essere in grado di riassumere in un post il contenuto di un libro di portata colossale come questo. Un’opera di dimensioni veramente galattiche.
Mi limito a dire che Marshall McLuhan offre una trama di comprensione di tutta la spiegazione dei movimenti di pensiero degli ultimi secoli che si può trovare nel lavoro di Michel Foucault e soprattutto in Sorvegliare e punire, e non casualmente Foucault apre Nascita della clinica dicendo che nel suo libro si parla dello sguardo, che è appunto la modalità visiva che McLuhan indica come essenza della tipografia. Ma anche per il pensiero di Zygmunt Bauman e per il discorso sull’Illuminismo di Modernità e Olocausto, la lettura di McLuhan è indispensabile per una piena e illuminante (sic) comprensione. E La galassia Gutenberg sarà anche un punto di riferimento fondamentale per Oralità e scrittura di Walter Ong (.
Ma soprattutto La galassia Gutenberg è indispensabile per cercare di capire quello che sta succedendo ai nostri giorni, quando la struttura di pensiero che si è costituita sulla tipografia e sulla diffusione dei libri e si è fondata sull’opera di Cartesio sta cominciando a sfaldarsi in quella che McLuhan chiama oralità secondaria, la nuova realtà del tribalismo planetario, della simultaneità della comunicazione, del Villaggio Globale che vediamo nascere attraverso Facebook e Twitter. Perché l’essenza dell’oralità secondaria non è nel prevalere, attraverso radio e televisione, della comunicazione orale rispetto a quella scritta, ma è nel costituirsi di una realtà nuova in cui tutto è simultaneo, è tutto qui e subito, come era nel villaggio tribale.
All’inizio degli anni Sessanta Marshall McLuhan non poteva prevedere Internet. Ma aveva visto giustamente come, a partire dall’elettricità che permetteva la distribuzione istantanea e senza confini dell’energia e quindi della produzione, si sarebbe arrivati a un mondo di simultaneità totale.
Che però non sarebbe stata la simultaneità delle piccole e poche cose immediatamente presenti e fruibili del villaggio tribale.
Ma sarebbe stata la simultaneità degli infiniti elementi di comunicazione del mondo attuale, che richiederà nuove modalità di pensiero e che si andava sviluppando in tempi già brevissimi a quell’epoca, e che si sono fatti ancora più brevi negli anni successivi.
Per i cambiamenti del pensiero legati prima alla comparsa della scrittura e poi alla comparsa dell’alfabeto fonetico e quindi alla comparsa della tipografia si sono impiegati secoli. Ma i nuovi attuali cambiamenti della simultaneità elettronica si stanno verificando in pochi anni. Ed è questa mancanza di gradualità, la madre della nostra angoscia. (bamborino)
Il libro è ricchissimo di refusi che non ho voglia di elencare nel dettaglio. Mi limito a riportare i più efferati e/o grammaticali, con uno snobbismo a pag. 117, accellerare a pag. 243, un aforismo a pag. 253, un’altro a pag. 354.
Ma la cosa tragica è che proprio in questo libro sulla storia dell’Epoca Tipografica, come se fosse stato colpito da un contrappasso dantesco, troviamo il vero gioiello più unico che raro della E maiuscola accentata scritta con l’apostrofo, E’, invece di È.
Questo per la parte strettamente tipografica. Mentre la traduzione ci offre un vero gioiello (sic) a pag. 325, dove nel capitolo su Heidegger un "promoting" del testo originale diventa "rimuovere" in italiano, trasformando una frase sensata in una scemenza incomprensibile e che, se significa qualcosa, è il contrario di quel che dice McLuhan.
Può darsi che gli storici futuri finiscano per definire l’epoca attuale in Occidente come un’era di attacco massiccio all’intimità umana, ai delicati processi tramite i quali cerchiamo di realizzare la nostra identità unica e individuale, di sentire l’eco della nostra propria natura. Questo attacco è imposto dalle condizioni stesse di una tecnocrazia urbana di massa, dalle necessarie uniformità delle nostre scelte politiche ed economiche, dai nuovi mezzi elettronici di comunicazione e di persuasione, dall’esposizione sempre crescente dei nostri pensieri e delle nostre azioni a istruzioni e controlli sociologici, psicologici e materiali. Sempre più noi veniamo a conoscenza dell’intimità reale, dello spazio autentico in cui sperimentare la nostra sensibilità personale, soltanto in forme estreme: esaurimento nervoso, intossicazione, fallimento economico. Donde l’impressionante monotonia e pubblicità - nel pieno senso della parola - di tante vite apparentemente prospere. Donde anche il bisogno di stimoli nervosi di una brutalità e di un’autorità tecnica senza precedenti. (George Steiner, Parole notturne, in Linguaggio e silenzio)

venerdì 20 gennaio 2012

Marshall McLuhan

Herbert Marshall McLuhan, La sposa meccanica. (Sugarco)
Ho già detto nel post su Empire and Communications di Harold Innis, che era inevitabile che, una volta che i mezzi di comunicazione avevano assunto un’importanza tale da superare l’importanza dei mezzi di produzione e da sostituirsi in un certo senso alla realtà, qualche mente geniale cominciasse ad accorgersi di quello che stava succedendo, e a parlarne.
E all’università di Toronto, con Harold Innis c’era anche Marshall McLuhan.
Dopo Marshall McLuhan, altri si sarebbero messi al lavoro, e qualcuno avrebbe approfondito gli studi iniziali, mentre altri ne avrebbero semplicemente approfittato, scimmiottando i grandi iniziatori. Perché la conoscenza di La sposa meccanica metterà in grado di capire come tutte le critiche del consumismo in fondo vengano da questo libro e dal pensiero di Marshall McLuhan che però, caso strano, i suoi scopiazzatori, da Jean Baudrillard a Marc Augé, si guardano bene dal citare.
Questo capolavoro della critica sociale parla del mondo in cui viviamo esaminando le sue espressioni culturali più importanti, cioè la pubblicità e i giornali, che di volta in volta ci mostra commentandoli, con un’immagine per ogni capitolo.
Non credo che ci sia da dire altro.
Si potrà scoprire che nel 1951 i contenuti dell’ideologia corrente non erano molto diversi da adesso, e già allora riversava nelle menti della gente le stesse cose di cui le riempie adesso. McLuhan la chiamava educazione commerciale.
Casomai si potrà fare una riflessione, e domandarsi da dove si prendono adesso le idee e gli ammaestramenti etici che ci seguiranno per tutta la vita.
Mamma e papà sono certamente importanti in una prima fase, sempre più breve, in cui non si è ancora visto un televisore acceso. Una mamma e un papà che di solito sono cresciuti anche loro con quantità più che cospicue di educazione televisiva. Cioè di educazione pubblicitaria.
Poi appena si comincia a entrare nei territori del linguaggio si ascolta e si guarda la televisione e come dice McLuhan in Il medium è il massaggio, tutto il mondo diventa maestro. Si entra nel magico mondo della pubblicità in cui in uno spot di un gestore telefonico, ti dicono che siccome l’importante sei tu allora ti hanno preparato una meravigliosa offerta, che naturalmente è uguale per tutti.
Si entra cioè in questo mondo della comunicazione di oggi, in cui tutto significa una cosa e il contrario della stessa cosa.
Stiamo diventando come macchine, ci dice McLuhan in questo libro, qualche anno prima di Marc Augé. Ce lo dice quando l’estensione dei nostri corpi attraverso le macchine non era ancora arrivata ai poteri di simultaneità e di delocalizzazione del telefonino e di Internet.
E questa cosa l’ha spiegata bene anche Nicholas Carr in Il lato oscuro della Rete, mostrandoci come siamo diventati punti nodali della continua costruzione del World Wide Computer.
Questa meccanizzazione delle persone McLuhan ce la mostra nel capitolo che dà il titolo al libro, attraverso una pubblicità di calze di nailon. Le macchine sono divisibili in parti staccabili e anche l’essere umano, in questo mondo per specialisti, viene considerato come un insieme di parti separabili. Nel 1951 non si facevano ancora i trapianti d’organo e non c’erano le meraviglie della chirurgia plastica, ma l’ideologia era già pronta. Perché come McLuhan ci avrebbe poi mostrato pienamente in ➫ La galassia Gutenberg  l’innovazione tecnologica si accompagna sempre ad un movimento di pensiero. E adesso siamo arrivati ai centri per la cura del piede diabetico. 
Forse è per questo che un po’ alla volta i significati si stanno perdendo. Come, in un altro spot, il lusso, che adesso è diventato un diritto. Stravolgendo con ciò il significato del lusso, e questo non sarebbe un gran male, ma stravolgendo soprattutto il significato dei diritti, che infatti si vanno facendo sempre più evanescenti.
Come si fa evanescente fino a scomparire la differenza tra pagare e ricevere in dono, per esempio quando si parla dei campioni sportivi o dei cantanti e degli attori che ci regalano emozioni, anche se non ci regalano niente perché per quello che fanno sono più che ben pagati, e i soldi glieli diamo noi. E magari questo ci aiuta a perdere il senso del valore del denaro e ci aiuta a pagare 300 euro un paio di jeans sporchi di vernice.
Si può stravolgere anche il significato della famiglia, come nello spot che ci dice che l’animaletto che abbiamo in casa è parte della famiglia, che così non è più una struttura di parentela ma diventa un bizzarro insieme di uomini e bestie, fino a quando nella famiglia non sarà ammesso/annesso anche il pc*.  E poi magari lo spot interrompe un programma in cui qualcuno si lamenta che nei nostri tempi si è perduto il senso e il valore della famiglia.
Del resto già si chiama amicizia la condivisione di una localizzazione di Facebook.
Fino ad arrivare alla completa mancanza di senso e di significato dello spot che dice, per una volta parlate di energia, sarà bello scoprire che parlate di voi. Vengono in mente le idee verdi che dormono furiosamente di Noam Chomsky.
Forse i significati si perdono perché le macchine sono portatrici di funzioni ma non di significati. Ed è nella natura delle macchine, di essere tutte uguali.
A questo punto, come dice sempre McLuhan, l’individualismo si fonde con il suo opposto, l’uniformità. E ad essere tutti uguali ci si sente meglio.
Così per affermarsi nella propria specifica unicità magari ci si fa un tatuaggio, che ce l’ha solo lui/lei, un tatuaggio così. Però il tatuaggio ce l’hanno tutti. (bamborino)
* Questo post era stato pubblicato nel nostro blog precedente, il 21 luglio 2011, per celebrare il centenario della nascita di Marshall Mc Luhan. C’è stato da aspettare qualche mese, e la previsione si è avverata, come si può vedere in quella pubblicità in cui in una famiglia si comunica attraverso presentazioni PowerPoint.
Nessun refuso, ma bisogna dire che per quanto riguarda la rilegatura questo è di gran lunga il libro peggiore che mi sia mai capitato in mano, perché a partire da pag. 191 e fino alla fine a pag. 300, si sono staccate tutte le pagine. E io sono uno che quando legge un libro in generale lo lascio come nuovo o quasi. 
Se il libro che stiamo leggendo non ci desta, come un pugno che ci martella il cranio, allora perché leggerlo? Perché possa renderci felici? Buon Dio, saremmo felici lo stesso se non avessimo libri, e i libri che ci fanno felici potremmo, se ve ne fosse bisogno, scriverceli da soli. Ma ciò che dobbiamo avere sono quei libri che ci piombano addosso come la sventura e ci affliggono profondamente, come la morte di uno che amiamo più di noi, come il suicidio. Il libro dev’essere un rompighiaccio per spezzare il mare gelato dentro di noi. (Da una lettera di Franz Kafka, citata da George Steiner in Linguaggio e silenzio)

sabato 17 dicembre 2011

Marshall McLuhan

Marshall McLuhan - Quentin Fiore, Il medium è il massaggio. (Corraini)
Cosa ci può essere di più bello a Natale di un bellissimo libro illustratissimo, che possiamo regalare agli altri ma che soprattutto ce lo possiamo regalare a noi stessi, e per solo 12 euro.
A partire dal titolo che storpia il suo famoso “The medium is the message”, McLuhan utilizza come dice lui l’ironia come sistema di comunicazione e come sonda del nostro ambiente, e nel 1967 ci dà una descrizione già completa del mondo di Internet.
Con un riassunto di formidabile potenza del suo pensiero, che spazia dall’analisi storica ed economica alla critica sociale e di costume e si collega solidamente agli studi di Walter Ong e di Eric Havelock delineando in poche parole una storia dei mezzi di comunicazione e della loro influenza sul pensiero occidentale, e balza con trapezistica vivacità dalle ferrovie alla stampa alla televisione all’urbanistica alla moda all’arte alla letteratura alla politica. E c’è anche una cosa da leggere allo specchio.
McLuhan prefigura l’esplosione del diritto d’autore e la perdita della privacy e la cosiddetta formazione permanente, prevede il ritorno alla sensazione primordiale che tutto sia colpa di tutti, vede già un mondo in cui l’attenzione si sposta dall’azione alla reazione e in cui dobbiamo conoscere in anticipo le conseguenze di ogni decisione o azione, perché i risultati si sperimentano immediatamente, come si può vedere in questi giorni con le previsioni economiche che richiedono dappertutto azioni immediate.
E ci fa vedere come l’epoca del passaggio dalla meccanizzazione alla simultaneità non possa essere descritta senza un atteggiamento di profonda critica per le sue infinite ambiguità e contraddizioni e per l’angoscia che queste generano.
Contraddizioni e ambiguità in cui si cade ineluttabilmente, come questo blog che si rifiuta di utilizzare gli stili di comunicazione uditivi dei giornali e della Rete che variano la grafica e le illustrazioni secondo che vogliano urlare o sussurrare, e si mantiene in un’uniformità visiva di tipo libresco ma per forza di cose frammenta come un mosaico il proprio discorso da un post all’altro, e si tiene ben lontano dalle separazioni concettuali del pensiero specialistico. Con e senza angoscia. (bamborino)
Purtroppo a pag. 119 c’è uno degli errori più zotichi che si possino fare, di appioppare all’I Ching il verbo al plurale.
Ogni liberazione dipende dalla coscienza della servitù. (Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione)