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lunedì 7 maggio 2012

Michael S. Gazzaniga


Michael S. Gazzaniga, La mente etica. (Codice)
Si nasce in clinica e si muore in ospedale, dice Marc Augé.
Riassumendo in una frase il potere che la Medicina ha preso nella vita di tutti noi.
Nella vita normale, quella dei giorni che si susseguono ai giorni. Basta accendere il televisore e vedere che massa di programmi si occupa direttamente del corpo e della salute, e che massa di programmi fa entrare indirettamente il discorso sul corpo e sulla salute in tantissimi argomenti, per non parlare delle avventure del dottor House. E se si sta attenti alla pubblicità si potrà vedere che per ogni giro di spot ce ne sono sempre almeno due che trattano argomenti connessi con la salute e il benessere, direttamente reclamizzando farmaci o quasifarmaci, e indirettamente segnalando le percentuali di grassi nei cibi, quando il discorso della salute e dell’efficienza fisica non viene addirittura utilizzato ingannevolmente per spingere la vendita di abominevoli miscele tossiche di carboidrati e di grassi.
Per non parlare poi di quello che succede con la cronaca nera, quando viene posto il problema se l’assassino abbia o non abbia avuto un raptus, e qui lo psicologo sapiente non manca mai. Una volta ho sentito uno che diceva che la violenza ci viene dal nostro ancestrale passato bestiale, perché i leoni quando vogliono far sesso non chiedono il permesso alle leonesse ma le aggrediscono a morsi. Dimenticando che gli animali si accoppiano in periodi geneticamente prestabiliti e che in generale sono le femmine a decidere, e siamo solo noi e i bonobo che lo facciamo tutto l’anno. E comunque poi si seppe che l’uomo che secondo l’illustre criminologo aveva avuto un raptus animalesco in realtà aveva solo nascosto un cadavere, con umanissima decisionalità consapevole.
Michael Gazzaniga (non sono riuscito a trovare da nessuna parte cosa significa la S.) non è un grande neurofisiologo, ma un sommo neurofisiologo, che è stato la guida degli studi sulla divisione in due parti del cervello, emisfero destro ed emisfero sinistro, che hanno cambiato radicalmente quello che si sapeva sul sistema nervoso centrale, e in parte hanno cambiato anche quello che si sapeva sul pensiero.
Quindi è il caso di prendere nella massima considerazione quello che dice, e se ci dice che sono in corso studi di psicologia neurocomputerizzata per programmare delle telecamere in corrispondenza delle porte automatiche in modo che si capisca l’umore di una persona dai tratti del suo viso per mostrare sullo schermo lì vicino la pubblicità più adatta al suo stato interiore, se ci dice che sta per arrivare anche questo è il caso di credergli. Tenendo presente che abbiamo già il computer zeppo di cookie che conoscono le nostre preferenze quando andiamo in giro nella Rete.
Non che il libro consista in una serie di informazioni spaventose. Si tratta semplicemente di un libro molto utile e molto facilmente comprensibile. Ma ciò che è veramente spaventoso è appunto l’estensione del pensiero medico in tutti i campi dell’esistenza e soprattutto nel campo dell’etica, che Michael Gazzaniga mostra in modo così terribile proprio perché per lui si tratta semplicemente di sviluppi della scienza, e la questione è solo se controllarli o no, e come vadano controllati, e da chi.
Si comincia con il problema di come si debba valutare, da un punto di vista medico-biologico, che cos’è la vita (1). Cioè quando comincia e quando finisce la vita. E dalla questione delle cellule staminali a quella di quando una persona sia da considerare morta e si possano sospendere le procedure che la tengono più o meno artificialmente in una condizione che non si sa se chiamare vita o cosa, anche questo è uno degli argomenti di dibattito televisivo di maggior successo, sempre a proposito dell’intrusione medica in tutto ciò che riguarda l’esistenziale.
A questo proposito direi che il libro di Gazzaniga, che en passant si dichiara cattolico, è veramente prezioso, che si sia d’accordo o no con le sue opinioni sulla questione, nel permettere di affrontare l’argomento con un minimo di cognizione di causa e nei tempi lenti e riflessivi della lettura e senza le interruzioni rumorose della pubblicità.
Segue una prima questione di rapporto tra la ricerca medica e la vita quotidiana, cioè cosa è possibile fare per migliorare le nostre prestazioni mentali, e se sia lecito farlo. Dove si presenta un altro problema, che è quello di definire le prestazioni mentali, e tra esse l’intelligenza. Che non è affatto una faccenda semplice e facile, e questo libro ce lo spiega più che bene.
Dopo di che, Gazzaniga affronta il problema della coscienza intesa come consapevolezza, del libero arbitrio, e più in generale del comportamento, ovvero i rapporti tra il cervello e la mente, e tra cervello e comportamento normale e non normale. Dove naturalmente si parla di Phineas Gage (chi non sa chi era si faccia un giro di Google, si trovano facilmente anche dei disegni chiarissimi del suo celeberrimo sfondamento cranico) e da qui ci si addentra in una palude in cui era già malamente cascato Antonio Damasio nel suo L’errore di Cartesio, delineando come ambito del comportamento normale qualcosa che si riassume più o meno nella capacità di metter su famiglia trovare un lavoro e farsi un piano pensionistico.
Quindi il problema torna ad essere sostanzialmente analogo a quello dell’inizio del libro, non cosa sia la vita, ma cosa è che decidiamo di chiamare vita, e in base a quali elementi. E così a questo punto fanno la loro comparsa i criteri sulla cui base il comportamento viene definito normale o non normale, criteri di tipo medico-biologico. Cioè come la neurofisiologia studia il comportamento, come studia il funzionamento del cervello con tecniche che permettono di osservarne le variazioni di flusso sanguigno e di energia mentre la persona mostra i suoi diversi modi di comportamento, e quali siano i rapporti tra il cervello e il comportamento.
Da qui si passa a una delle parti più belle movimentate e interessanti del libro, sui problemi che riguardano la responsabilità penale e il rapporto tra decisioni e attività cerebrale, dove si chiarisce che il concetto di responsabilità dell’individuo è una costruzione sociale che esiste nelle regole di una società e non nelle strutture neuronali del cervello. Sempre a partire dalle problematiche relative alle testimonianze nei processi penali, Gazzaniga ci spiega poi con la massima chiarezza e semplicità che cosa sia la memoria, e ce lo spiega in modo da chiarire ulteriormente, se ce ne fosse ancora bisogno, che anche per quello che riguarda questa facoltà il nostro cervello non ha nulla a che fare con i computer.
Arriviamo quindi al gran finale, su come la neurofisiologia cerca (1) di definire e di studiare il senso morale. Che comprende una bellissima spiegazione della teoria della mente, cioè delle ipotesi finora avanzate su come ci facciamo un’idea di quello che pensano gli altri. E da qui si passa ai neuroni specchio e all’origine del linguaggio.
Insomma un libro sostanzialmente facile e tremendamente pieno di roba. Ottimo per cominciare a occuparsi di certi argomenti, e ottimo anche per fermarsi lì ma sapendone parecchio di più e riuscendo tutto sommato a ragionarci sopra con un pochino di preparazione. (herzenstube)
Nel piacere di trovare la distinzione tra famigliare e familiare e di leggere adattativo invece di adattivo, oltre a sé stesso con l’accento, dispiace trovare l’osceno anglismo realizzare invece di rendersi conto. Poi c’è un dna minuscolo e ci sono due refusi comici, neuroepilettici invece di neurolettici a pag. 65 e libico invece di limbico a pag. 165.
Ma che bello bellissimo trovare ogni tanto un editore che come Adelphi mette l’indice all’inizio come è giusto, come nei ristoranti che il menu te lo portano prima e non dopo il pasto, e che bello bellissimo anche il nastrino segnalibro di seta rossa, e la carta meravigliosa e l’elastica morbidezza dell’oggetto.
(1) Nel provvedere come faccio sempre per tutti i post alla redazione finale di questo scritto di Herzenstube mi sono trovato ad affrontare un problema, che potrà anche apparire del tutto irrilevante ma il bello di fare un blog è questo, la libertà di esprimersi in tutta la propria profonda efferatezza, e quindi metto fuori il problema, per tutti gli imbecilli ossessivi come me che sono invitati a dire su questo la loro con uguale efferazione.
Cioè all’ottavo capoverso Herzenstube aveva scritto, cosa sia la vita. E a me quel congiuntivo non mi andava giù. Perché secondo me il congiuntivo è da riservare a discorsi in cui si presenti (eccolo di nuovo, il maledetto: si presenta o si presenti?) un’aria di possibilità e/o di indeterminatezza, e qui, dannazione, qui siamo a metà strada e non si sa che pesci prendere o lombardamente siamo tra il gnacc e il petacc, mentre più elegantemente un francese non saprebbe su che piede danzare e un inglese si troverebbe poeticamente in bilico tra il diavolo e il profondo mare blu. Perché se è vero che cosa sia la vita in questo caso è da decidere e quindi è cosa indeterminata, è anche vero che si deve decidere non cosa la vita potrebbe o dovrebbe essere, ma cosa in realtà è. Problema che si è posto anche immediatamente dopo con la frase, quando comincia e quando finisce, che in origine era, quando cominci e quando finisca. Insomma io i congiuntivi li ammazzo tutte le volte che posso e alla fine ho deciso per l’indicativo, ma questa volta mi è rimasto il dubbio, che è rimasto anche per il cerca del penultimo capoverso. (bamborino)
Noi sappiamo che non sono i raggi che i corpi assorbono, ma quelli che essi respingono a dar loro i colori che li contraddistinguono; e nello stesso modo le persone vengono differenziate dai loro antagonismi e dalle loro antipatie, mentre il loro buon voler viene considerato cosa trascurabile. (Thomas Hardy, Via dalla pazza folla)

lunedì 30 aprile 2012

René Girard, Vittorio Gallese

René Girard, La violenza e il sacro. (Adelphi)


Vittorio Gallese, Dai neuroni specchio alla consonanza intenzionale.
Riassumere e spiegare un’opera così importante sarebbe un’impresa decisamente al di là della portata dei nostri poveri mezzi.
Quindi si fa quel che si può e innanzitutto informiamo il lettore che se all’inizio ci potrebbe essere l’impressione che René Girard scriva in quello stile caro ai francesi che definiremmo situazionista o à la Foucault, cioè che non si capisce quasi niente fino alla quarta rilettura, qui nel giro di due o tre pagine di relativa modesta fatica le cose cambiano, e anzi gradualmente lo stile di Girard rivela la piacevole particolarità di sviluppare il discorso come se l’argomentazione non fosse già presente nella sua mente ma si andasse formando mentre scrive. Peraltro, non crediamo che ci sia nemmeno bisogno di essere particolarmente preparati per seguire tutto il discorso. Certo, conoscere le due tragedie di Sofocle e di Euripide che vengono prese in esame è utilissimo, ma allora questo libro diventa un’ottima occasione per fermarsi un momento e aprirsi al teatro greco, per poi ripartire nella lettura con un piacere molto aumentato.
Poi si fa presente che di fronte a questo libro secondo noi i lettori possibili si dividono in due categorie.
La prima categoria sono quelli che il mondo in cui vivono gli va bene così e non ci trovano niente di strano o di sbagliato o di orribilmente distorto e doloroso, e questi o si annoieranno e troveranno che è una massa di cretinate per intellettuali eruditi, o riceveranno un’illuminazione, ma saremmo più propensi per la prima ipotesi.
La seconda categoria sono quelli che si domandano cosa sta succedendo, che tutte le volte che accendono la televisione in cinque minuti stanno male e spengono, che si domandano cosa c’ha la gente che per anni sono andati avanti a dire nella misura in cui e poi un attimino e adesso assolutamente e quant’altro, e perché per le vacanze partono e tornano tutti insieme e perché si sono mesi tutti a viaggiare che prima si stava a casa tranquilli e perché c’è una cosa come la moda e restano basiti davanti al meraviglioso mistero delle conversazioni sul calcio, che tutti dicono da sempre esattamente le stesse cose esattamente nello stesso modo e cambiano solo i nomi, insomma quelli che non solo non capiscono perché tutti ad un certo momento si comperano la macchina bianca (la prossima figata per tutti è il nero opaco), ma dopo che hanno visto i gruppi di Facebook gli è venuta la lussazione dell’articolazione temporo-mandibolare e oramai da anni si sentono di vivere nella disgregazione e nello schifo e che lo schifo si avvicina di giorno in giorno a una vera catastrofe sociale.
Questa seconda categoria costituisce il pubblico di René Girard.
Se fate parte di questo popolo di disgraziati che fa fatica a tirare i conti dell’assurdità quotidiana, dalle pagine di questo libro salirà verso di voi un profumo ineffabile che vi prenderà e vi trasporterà nel tempo e nello spazio in un viaggio meraviglioso attraverso la storia l’etnologia le religioni la filosofia la letteratura cioè attraverso tutto il faticoso lavoro che si fa e si è sempre fatto per comprendere il mistero dell’essere umano e del suo agire nelle reciprocità dell'interazione sociale, in un susseguirsi di scoperte e di aperture a pensieri mai fatti e a punti di vista nuovi, alla fine del quale non dico che avremo capito tutto, ma ci saremo fatti le idee più chiare su un sacco di cose e ci troveremo di fronte a nuove sconvolgenti possibilità di interpretazione della realtà.
E dopo questo libro niente sarà più come prima, e capiremo perché ai semafori si mettono tutti in fila dietro alla prima macchina.
Perché siamo convinti che se uno è costretto a vivere in un barile di escrementi, se non sa dare un nome e una ragione agli escrementi magari pensa che sì, c’è cattivo odore ma è solo una sua impressione, e sta ancora peggio perché gli sembra di non capire e di essere un disadattato. Ma se sa che sono escrementi, e da dove vengono e in cosa consiste l'essenza della loro costituzione, innanzitutto non si sente di essere lui quello sbagliato e poi magari nel suo piccolo trova non dico un modo per uscire dal barile ma forse riesce a sporcarsi un po’ meno.
In questo, La violenza e il sacro è veramente uno di quei libri che aiutano a vivere. E forse anche a riuscire meglio in quello che consiglia John King nell’explicit di Human punk, cioè cercare di scegliere bene, seguendo l’onda ma tenendo gli occhi aperti.
Quanto a Vittorio Gallese, le sue idee sono geniali ed è, con Giacomo Rizzolatti (il capo), Luciano Fadiga e Leonardo Fogassi, uno della Banda dei Quattro che a Parma hanno scoperto i neuroni specchio. Tra i quattro, Vittorio Gallese è forse il più attento al rapporto tra le nuove scoperte della neurofisiologia e i temi della ricerca filosofica di sempre, che si stanno reciprocamente ingranando in un modo impensabile fino a pochi anni fa.
Questo suo testo parla dei neuroni specchio e del loro ruolo nella vita dell’uomo in modo facilmente comprensibile anche a chi non ha competenze neuroanatomiche ed è strettamente collegato al libro di René Girard, al punto che si potrebbe dire che Girard spiega Gallese e reciprocamente Gallese spiega Girard, cioè René Girard ha fatto delle osservazioni fondamentali sulla storia dello sviluppo della civiltà del pensiero e del comportamento, e la scoperta dei neuroni specchio le sta confermando.
Lo si può raggiungere cliccando qui ed è scaricabile e quindi stampabile per leggerlo con la dovuta calma e attenzione, completamente a gratis. Peraltro il sito internet del prof. Gallese offre, sempre alle stesse condizioni, molto altro materiale importantissimo per la conoscenza delle nuove prospettive che si stanno aprendo allo studio della mente e della coscienza (magnifico e altrettanto fondamentale, anche se tipograficamente fastidioso, Neuroscienze e Fenomenologia).
Il nostro percorso personale è andato dalla lettura di Vittorio Gallese al libro di René Girard (che abbiamo scoperto grazie a Gallese), ma non è detto che non si possa seguire anche il cammino contrario. (bamborino, herzenstube, zarlingo) 
Il fatto che la grande maggioranza della popolazione accetta ed è spinta ad accettare la società presente non rende questa meno irrazionale e meno riprovevole. (Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione)

martedì 3 aprile 2012

Noam Chomsky

Noam Chomsky, Linguaggio e problemi della conoscenza. (il Mulino)

Per un ignorante quale io sono, questo libro è stato innanzitutto l’occasione di una bella ginnastica mentale.
Nella speranza che la ginnastica, se comporta sempre un po’ di fatica, alla fine poi irrobustisca la muscolatura.
Cioè per carità, non voglio dire che con un libro così tutti si trovino a far fatica, dico solo che io nel mio piccolo ho fatto la mia discreta fatica.
Si comincia con una spiegazione dei principi della struttura del linguaggio. Necessaria per comprendere che cosa sia il linguaggio e quali siano le sue complessità, e la grandiosità del normale miracolo biologico che i bambini piccoli imparano senza nessuna fatica a parlare, anche i bambini piccoli poco dotati dal punto di vista intellettivo.
E ciò è molto importante per penetrare il problema più generale che Chomsky pone fin dall’inizio, cioè in che modo un sistema di conoscenza si forma nella nostra mente/cervello, e in che modo questo sistema di conoscenza venga utilizzato. Cioè, vedi Platone se non mi sbaglio, se i concetti esistono già per conto loro indipendentemente dalla nostra capacità di nominarli, o se ce li costruiamo noi.
Tenendo presente che i bambini piccoli quando giocano da soli parlano e commentano in continuazione quello che fanno, e tenendo presente che in The Meaning of Meaning, parecchi anni prima di Chomsky, C. K. Ogden e I. A. Richards dicevano che "Language, as we know, was made before people learned to think".
Con l’interessante osservazione, da parte di Chomsky, che se è stato possibile costruire il sistema periodico senza sapere niente di fisica atomica, probabilmente sarà possibile comprendere il funzionamento del cervello studiando le strutture della conoscenza anche senza andare a guardare cosa fanno esattamente di volta in volta i singoli neuroni. E infatti in questo campo la fenomenologia aveva già dato i suoi bei risultati anche prima della scoperta dei neuroni specchio. E come dice Douglas Hofstadter in Anelli nell’io, benché ciò che accade al livello più basso sia responsabile di ciò che accade al livello più alto, è però irrilevante al livello più alto.
Come dice Chomsky, un bambino sa che differenza c’è tra l’idea di libro nel senso che uno scrive un libro, e l’idea di libro nel senso che un libro è un oggetto pesante e un altro è un oggetto leggero, ma nessuna delle persone che ha avuto intorno si è mai messa lì a spiegargliela, ammesso che di spiegargliela fosse capace.
Appunto il problema della conoscenza.
Che se noi, come dice Humberto Maturana, esistiamo nel linguaggio, diventa problema della conoscenza e problema del linguaggio, tutto insieme, proprio perché al di fuori del linguaggio non si dà conoscenza, come non si dà denominazione dei concetti né dei fatti.
Cioè, e qui torniamo a Platone, se la struttura del nostro modo di conoscere sia la struttura del linguaggio.
E forse qui con Platone Chomsky avrebbe potuto tirar fuori Eraclito, per cui il Logos era un’espressione della struttura del mondo, sempre se non mi sbaglio. Perché secondo Chomsky anche la nostra facoltà di contare nasce come prodotto collaterale della facoltà del linguaggio, in quanto qualunque bambino sa, senza rendersi conto di saperlo e senza che nessuno glielo abbia spiegato anche perché quelli che glielo dovrebbero spiegare non lo sanno nemmeno loro, qualunque bambino sa che è sempre possibile aggiungere un’unità all’infinito, e che esistono infinite frasi formate da infinite parole, e che ogni frase può essere formata da un numero infinito di parole, ma non c’è una frase che abbia, per esempio, quattro parole e mezza.
Poi da Platone si passa a Cartesio, e si vede che la prova che noi siamo diversi dalle bestie è proprio nel linguaggio, e così la creatività infinita del linguaggio fa nascere il problema della distinzione tra mente e corpo.
E Chomsky a questo proposito ci fa osservare che qui la questione è innanzitutto che il problema della distinzione tra mente e corpo non potrà essere formulato fino a quando qualcuno non abbia trovato un modo chiaro di porlo. Nel senso che non abbiamo ancora trovato una definizione chiara e sicura di cosa sia il corpo.
Come non c’è una definizione chiara e sicura di cosa sia la mente, e qui secondo me si può andare alla polemica sulla coscienza, l’auto-coscienza, tra chi sostiene che la nostra mente è come un computer e la coscienza è solo un programma implementabile in qualsiasi macchina, e chi sostiene l’irriducibilità del fenomeno della coscienza.
Noam Chomsky non si ferma qui, e continua mostrando come le dottrine che vedono lo sviluppo dell’essere umano solo in dipendenza dall’ambiente siano tutt’altro che dottrine progressiste e che fanno comodo soprattutto a coloro che sono coinvolti nel controllo e nella manipolazione, per i quali è utile e comodo credere e far credere che gli esseri umani non abbiano una natura morale ed intellettuale intrinseca.
Ma io mi fermo qui, perché a questo punto non posso non domandarmi quali siano stati i cambiamenti della conoscenza e quindi della mente umana che si sono sviluppati con i cambiamenti del linguaggio.
Perché Platone comincia la sua riflessione al tempo dell’inizio di quel cambiamento del linguaggio (vedi Eric Havelock, Cultura orale e civiltà della scrittura) che è arrivato con l’invenzione della scrittura fonetica.
Alfred North Whitehead scrisse in Process and Reality che “The safest general characterization of the European philosophical tradition is that it consists in a series of footnotes to Plato”.
Platone ha guidato il pensiero occidentale fino a oggi. Fino a quando il cambiamento dei mezzi di comunicazione non ha portato a un momento di scontro storico forse finale tra il linguaggio delle culture letterate e il linguaggio delle culture non letterate (vedi Walter Ong, Oralità e scrittura ).
Così forse è arrivato il momento in cui, dopo aver pensato con Platone, possiamo cominciare a pensare al suo pensiero. (bamborino)

Lasciando perdere i soliti esaustivo realizzare e inusuale, a pag. 29 c’è vero invece di vera, a pag. 34 c’è gli al posto di le, a pag. 95 bloccata per bloccato e a pag. 172 sebbene le persone hanno, compensato a pag. 174 da un congiuntivo fuori posto.




Throughout the Western world it is agreed that people must meet frequently, and that it is not only agreeable to talk, but that it is a matter of common courtesy to say something even when there is hardly anything to say. (C. K. Ogden & I. A. Richards, The Meaning of Meaning)

giovedì 23 febbraio 2012

Jonah Lehrer, Laura Boella, Maurice Merleau-Ponty

Jonah Lehrer, Proust era un neuroscienziato. (Codice edizioni)
Laura Boella, Neuroetica. (Raffaello Cortina Editore)
Maurice Merleau-Ponty, L'occhio e lo spirito. (SE)
Il libro di Jonah Lehrer è di solo 170 pagine ma è un libro colossale. Attraverso la letteratura, la pittura, la musica e l'arte culinaria, sì anche l’arte culinaria, fa un'esposizione completa e chiarissima di tutte le più recenti acquisizioni della neurofisiologia e ci mostra come tutto fosse già stato detto dagli artisti.
Non è facile riuscire a comunicare l'entusiasmo continuo che può dare la lettura di un libro come questo.
Può essere considerato una meravigliosa e tanto facilmente comprensibile quanto accurata spiegazione di come siamo fatti e di come si generano le nostre sensazioni e il pensiero che le accompagna.
Ma può essere considerato anche come una stupenda opera di critica, che mostra della narrativa e di altre arti aspetti che non erano nemmeno lontanamente evidenziabili prima che la scienza li mettesse in luce. Anche se l'arte ha sempre saputo tutto molto tempo prima della scienza. Il fatto, adesso, è che gli scienziati abbandonano le recenti stupidità riduzioniste e cominciano a stabilire che gli artisti avevano ragione, hanno sempre avuto ragione. Cioè, come dice Marshall McLuhan in Gli strumenti del comunicare, gli artisti raccolgono il messaggio della sfida culturale e tecnologica decenni prima che essa incominci a trasformare la società.
Lehrer passa in rassegna tutte le nostre facoltà, e non solo i sensi ma anche la memoria il linguaggio e l’emotività, e si spinge fino al libero arbitrio per arrivare al gran finale sulla coscienza, dove mette bene in luce come la caratteristica della coscienza sia l’assoluta impossibilità di trovarle una localizzazione cerebrale, in quanto si tratta di un fenomeno emergente dal complesso di tutte le attività dell’io. E questo, Lehrer lo fa vedere con il massimo di semplicità e con una leggerezza stilistica incredibile per la difficoltà e la complessità degli argomenti che tratta e delle cose che dice.
Alla fine veniamo a sapere su noi stessi cose che non ci saremmo mai immaginati. Soprattutto, perderemo una serie di false certezze, tra cui quella di poter avere delle certezze, ovvero di poter pensare a noi stessi come a macchine dotate di parti e di funzioni separate.
Un solo piccolo rimprovero a Jonah Lehrer, seguito da una piccola polemica.
Il rimprovero di aver citato, a proposito della coscienza, Daniel Dennett, chiamandolo autorevole filosofo (ma Dennett stesso si autodefinisce più o meno così), quando Dennett è in realtà uno che la coscienza non sa nemmeno lontanamente che cosa sia e tende a scambiarla con oggetti come le sedie e i tavoli o con i sistemi operativi (non lo diciamo solo noi, lo dice anche John Searle), e la considera e ne parla in modo completamente diverso da lui (lui Lehrer). Probabilmente perché la coscienza, avendo un'ontologia esclusivamente soggettiva, per capire che cos'è è necessario e sufficiente avercela e lui (lui Dennett), come tutti i cognitivisti-computazionalisti, finalmente avviati con le loro teorie verso una meritata obsolescenza, lui la coscienza non ce l'ha. D’altra parte che la coscienza non è una dotazione biologica uguale per tutti l’aveva detto anche un cognitivista-computazionalista come Gregory Bateson.
La piccola polemica, pur nella lode per la elegantissima scioltezza di Jonah Lehrer nel citare The boxer di Paul Simon, verte sul contenuto della nota 39 a pag. 183, dove mette i Ramones all'origine del punk, come del resto fanno quasi tutti, ma dimentica i Damned. E mantenendoci saldi nel nostro proposito di promuovere e sostenere qualsiasi forma di quello che abbiamo già definito (vedi post su Dietrich Buxtehude) lo sbifolcamento faidatè, ci azzardiamo a dire la nostra, e facciamo presente che se l'album d'esordio dei Ramones è del 1976, che è anche l’anno di New Rose dei Damned, secondo noi i primi brani di punk in assoluto (e questa è una cosa che nella Wikipedia c’è per modo di dire), ben prima anche della comparsa  dei New York Dolls, sono le canzoni di Roxy Music Editions of You e Virginia Plain (album Roxy Music, 1972), e sarà interessante notare che in Street Life, che apre Stranded, 1973, terzo album del gruppo, si può sentire già il caratteristico modo di cantare, con le parole che finiscono quasi tutte allungandosi in una a, che sarà dei Sex Pistols.
Ma già che ci siamo facciamo rilevare che il punk è stato un movimento, forse il primo, radicalmente caratterizzato non solo da aspetti musicali ma anche da elementi di pertinenza della cosiddetta immagine, e che quella che potremmo chiamare l’estetica del punk non comincia con i Pistols ma qualche anno prima, nel calderone musicale che a New York vedeva in azione gruppi come i New York Dolls, Blondie e i Ramones, e comincia con un singolo musicista particolare, Richard Hell quando suonava il basso nei Television, prima che Tom Verlaine lo sbattesse fuori (e infatti Richard Hell nel fondamentale Marquee Moon non c’è). Malcolm McLaren aveva visto il taglio di capelli e l’abbigliamento inventati da Hell e li aveva trasportati nei Sex Pistols. (bamborino, blifil, herzenstube) 
Con il libro di Laura Boella (che è una filosofa che ha partecipato a testi in cui compaiono anche scritti di ☛ Humberto Maturana, ma non lo dice, come Daniel Dennett, in apertura del suo libro) siamo al passo successivo rispetto al libro di Lehrer, e cioè innanzitutto all’esame delle tecniche con cui le neuroscienze mettono in evidenza quel che accade dentro il cervello proprio nel  momento in cui accade. Ma la descrizione tecnica non è delle più dettagliate, perché l’oggetto del libro non è tanto il procedere degli studi scientifici in sé, quanto una valutazione della possibilità (e la pubblicità ha già cominciato a darsi da fare in questo senso) di utilizzare questi studi per la manipolazione del comportamento e del pensiero. E il passo successivo è l’impatto che lo studio dei correlati cerebrali del nostro comportamento può avere sul pensiero etico in generale.
In questo contesto, Laura Boella apre un discorso sul senso morale, e sulle scoperte ancora iniziali ma strepitosamente promettenti che la neurofisiologia sta facendo in questo campo, mettendo in evidenza come l’agire etico sia in realtà solo un aspetto del più generale comportamento di intenzionalità e della consonanza intenzionale tra gli individui, che non sono parole nostre ma del grande Vittorio Gallese, e un giro nel suo sito internet, suo di Vittorio Gallese, potrebbe essere molto interessante per tutti. Cioè si sta scoprendo che l’etica e più in generale le motivazioni del comportamento non nascono da cosiddetti ragionamenti, nel senso che vediamo qualcosa, ci facciamo su un pensiero e poi prendiamo una decisione giusta o sbagliata che sia. L’intenzione non solo nasce (vedi Lehrer) dall’emozione, ma è in qualche modo compresa, come diceva già la fenomenologia, nell’atto del percepire e nel modo (vedi ancora Lehrer) in cui noi stessi diamo struttura e senso alla percezione e al nostro rapporto con il mondo e con gli altri (e vedi Humberto Maturana). (bamborino, herzenstube)
Maurice Merleau-Ponty è spesso trattato come uno studioso di estetica, ma in realtà si è sempre occupato della percezione e, attraverso questa, della coscienza. Anche questo è uno scritto sull’arte, ma comincia distruggendo con immensa eleganza e totale chiarezza le pretese delle scienze riduzioniste e meccaniciste.
Merleau-Ponty è un fenomenologo, e quello che scrive in quest’opera, l’ultima della sua vita, va perfettamente d’accordo con gli altri libri di questo post (e anche con quel che dice Vittorio Gallese e tutta la ricerca sui neuroni specchio  e con Humberto Maturana), e basterebbe una frase di questo suo testo, "Vediamo solamente quel che guardiamo" (che è poi quel che dice anche la canzone di Paul Simon citata da Lehrer), per riassumere in un unico istante espressivo un intero discorso sull'intenzionalità e sul rapporto tra persona gesto e spazio.
Jonah Lehrer ha parlato di Paul Cézanne per spiegarci la neurologia della percezione visiva, ribaltando completamente i rapporti che avevamo sempre creduto di avere con ciò che è fuori di noi, e Maurice Merleau-Ponty parte ugualmente da Cézanne per accompagnarci in una vertigine che è insieme poesia e filosofia, fino al limite dell'abisso che si apre sulla perdita della distinzione che credevamo di poter fare tra ciò che è dentro di noi e ciò che è fuori.
Merleau-Ponty chiude questo testo e la sua vita dicendo che nessuna opera d'arte porta mai a compimento l'arte, perché ogni nuova opera d'arte altera approfondisce e ricrea le opere d'arte che l'hanno preceduta. Che è poi quello che ci dice la neurofisiologia moderna (vedi Lehrer), che ogni uomo ricrea di momento in momento sé stesso e tutte le versioni di sé stesso che hanno preceduto la versione attuale.
E dato che questa creazione è coscienza e pensiero e il pensiero non esiste senza linguaggio, partendo da Merleau-Ponty può valere la pena di fare un salto fino a Humberto Maturana e al suo Autocoscienza e realtà. (bamborino, herzenstube)
E da qui si va al blog di Jonah Lehrer, di cui raccomandiamo a tutti la lettura. (Rosa M.)
Nel libro di Lehrer, c'è un naif senza la dieresi a pag.24, l’orribile anglismo adattiva invece dell’italiano adattativa a pag. 43, e un ridicolo Agnostelli invece di Agostinelli per l’autista di Proust a pag. 75. Poi, a parte il solito esaustivo a pag. 43, dispiace che una persona attenta a quel che scrive come Laura Boella a pag. XIX presenti questo elenco di categorie: giovani, artisti, filosofi, giuristi e politici, che non si capisce come i giovani possano costituire un insieme paragonabile a questi altri. Ineccepibile il libro della SE.

Probabilmente il progresso scientifico più importante del XX secolo è il fatto che l’economia ha rimpiazzato la curiosità come forza motrice della ricerca scientifica. (Kary Mullis, Ballando nudi nel campo della mente)

mercoledì 30 novembre 2011

Jean-Pierre Changeux

Jean-Pierre Changeux, Ragione e piacere. (Raffaello Cortina Editore)

Ogni tanto può valere la pena di fare un regalo fuori squadra, e in questo caso può andare benissimo questa raccolta ben organizzata di scritti di un neurobiologo eminente.
Il libro è leggermente datato e quindi parzialmente obsoleto per quel che riguarda la neurofisiologia più recente, ma solo parzialmente, in quanto Changeux già riconosce e segnala, pochi anni dopo la loro scoperta, l’importanza dei neuroni specchio. Ma il testo resta sostanzialmente affascinante per quel che riguarda la visione d'insieme della neurobiologia e soprattutto dell'arte.
Cioè attraverso un'esposizione di serena comprensibilità Changeux mostra lo svolgersi dell'armonia totale che attraversa lo sviluppo della vita, dalla formazione dell'embrione all'evoluzione della specie all'organizzazione del pensiero, fino alla costituzione del processo lungo il quale si crea l'opera d'arte.
Non credo che riassumere un saggio sia una cosa sensata. Posso segnalare una direzione, di quest'opera posso dire che non mi sarei mai aspettato di scoprire che l'uomo ha cominciato già prima dei disegni rupestri a fare arte partendo dalle collezioni di oggetti, posso invitare alla lettura chi è interessato a seguire la direzione del pensiero umano come dispiegamento collettivo e incessante verso, non lo sappiamo verso cosa, e probabilmente non lo sapremo mai, ma non credo che ci fermeremo. (herzenstube)
A pag. 45 c'è un di al posto di nel, a pag. 60 l’ormai frequente osceno soddisfi.
In ogni visita di complimento dovrebbe esserci sempre un bambino, per rifornire la conversazione. (Jane Austen, Ragione e sentimento)