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domenica 30 novembre 2014

Massimo Cotto


Massimo Cotto, Rock bazar. (Vololibero)

Sottotitolo, 575 storie rock.
Bellissimo.
Troppo bello.
Per tutte le volte che ci vogliamo riposare un po’.
Per tutte le volte che ci viene voglia di essere contenti e di non pensare a niente, per un pochino. O per un pochino di più, perché qui si comincia a leggere, si comincia in una pagina qualsiasi, e non è facile smettere.
Però poi una volta può capitare che hai messo giù il libro ieri, e oggi non ce l’hai, sei in giro e ci pensi, e ti rendi conto che è tanto bello perché ci sono dentro tutte queste persone che sono state lì con la loro musica e le loro voci in tanti momenti importanti della tua vita, e forse ti viene il magone, che a Milano vuol dire una gran tristezza con il groppo allo stomaco.
Perché storie rock cosa vuol dire, vuol dire storie come il rock, e il rock è la musica della seconda metà del ventesimo secolo, la musica della fine del mondo, la musica di tutto che cambia, la musica dello schifo, la musica di gente che sta male. La musica di quando si stava male ma si credeva di poter cambiare il mondo, e invece poi non è cambiato niente.
E poi rock vuol dire anche la canzone di tre minuti e queste storie sono tutte brevissime, pezzetti di vita di musicisti e di gruppi, frammentazioni di spazi e di tempi, come il mondo frammentato in cui sono successe queste cose.
Così queste 575 storie rock sono quasi tutte storie di eccessi e di malesseri, e alla fine sono brutte storie, e tristi.
Ma sono comunque storie ad alto volume, e se per qualcuno sono storie che hanno accompagnato la vita, per quelli che non erano ancora nati possono essere storie che aiutano a scoprire qualcosa di gente oramai in via di estinzione.
Storie di gente che ha fatto tutto quello che poteva in tutti i modi che poteva. Come forse hanno sempre fatto tutti gli artisti.
E poi tra poco viene Natale, e questo libro è uno dei regali più belli che ci siano. (blifil)

Nella storia 181 compare un be’. Secondo me è così che va scritto, be’ come se fosse bene con una troncatura, e non beh che non si capisce cosa voglia dire, a meno che non voglia essere l’imitazione di un belato.




Ci vorrebbe sempre un po’ di musica. (J. P. Donleavy, Ginger Man)

domenica 13 ottobre 2013

Pat Gilbert


Pat Gilbert, the clash-death or glory. (Arcana)

Uno dei detti celebri di Joe Strummer era “Like trousers like brain” (Tali i pantaloni tale il cervello), e si era fatto una maglietta con la scritta BRIGADE ROSSE che metteva sul palco (si vede bene nei film Rude boy di David Mingay e Il futuro non è scritto di Julien Temple). Aveva le sue idee poilitiche il grande Joe Strummer, che idee fossero non lo sapeva bene nemmeno lui, ma voleva fare la rivoluzione.
I Clash adesso tra i giovani non li conosce quasi nessuno, ma tutti conoscono bene Should I stay or should I go. Questo libro è la storia del gruppo, organizzata in capitoli successivi che narrano le singole storie dei membri e del manager. Come la musica dei Clash, è la storia degli anni che hanno sancito il passaggio dall’ultima possibilità di pensare a cambiare il mondo, che è quel che è stato il punk, alla successiva perdita della possibilità di pensare a qualcosa, nella disgregazione di tutte le linee ideologiche e nella disgregazione della musica, che i Clash hanno rappresentato perfettamente nel loro Sandinista!. Dopo, c’è stato lo sconquasso, e il tentativo di riprendersi ha portato necessariamente al grande rock com’era sempre stato, cioè a quella canzone, Should I stay or should I go, che li ha fatti conoscere a tutti.
I Clash sono stati il massimo del punk, ma sono stati un’avventura musicale e una meravigliosa avventura esistenziale, e il libro dà un quadro affascinante di tutta quell’epoca. Anzi si può dire che è una lettura indispensabile per chi è nato più tardi, quando il rock non c’era più, quando le possibilità di pensare a cambiare qualcosa hanno cominciato ad assottigliarsi inesorabilmente, tanto per vedere com’era fatto il mondo quando non era ancora vietato fumare dappertutto, i cinema non erano multisala, quasi nessuno aveva il cane, e i padri non si rivolgevano ai figli maschi chiamandoli amore.
Ma soprattutto il libro è bellissimo, e la cosa più bella è che Pat Gilbert è riuscito a scrivere un romanzo affascinante e a mandare avanti una storia della musica e delle idee di quel periodo e della vita e delle idee di tutti i membri del gruppo, sempre ben tesa, chiara e lineare, costruendo una struttura narrativa eccellente su un assemblaggio di elementi che è quanto di più incasinato si possa immaginare. Le parti narrative si intersecano con pezzi di interviste ai più svariati personaggi, vita e musica sempre tutto insieme in storie bellissime come la registrazione di London calling con il produttore matto (per seguirla bene bisogna ascoltare il disco) o la notte del tiro al piccione con successivo pestaggio o Joe Strummer che in un albergo dorme ogni notte in una stanza diversa per essere sicuro di aver dormito nel letto dove aveva dormito anche James Dean, con il risultato di un minestrone di alta letteratura in cui si sentono bene i gusti di tutti gli ingredienti. E alla fine, si chiude il libro con il bisogno ingovernabile di bere una Red Stripe e di ascoltare tutto quello che hanno fatto i Clash. (blifil)

Catastrofica pecca editoriale sono gli errori di stampa, moltissimi e spesso al limite del ridicolo, al punto che la storica calzatura del punk, gli stivali Doctor Martens, qui diventano i Doctor Marten’s, e non una ma due volte, che è un refuso forse tollerabile altrove ma sicuramente vergognoso in un libro sul punk. 


The Clash, The Clash. (Isbn)

Meraviglioso libro sui Clash, meravigliose fotografie, c’è anche la macchina del manager Bernie Rhodes con la mitica targa CLA5H. Natale o no, è un regalo con cui si fa un figurone. (blifil)




Questa gente adulta e tanto intelligente s’è chiusa dentro una rete, una maglia tiene su l’altra, sicché l’insieme appare naturalissimo. Ma nessuno sa dove stia la prima maglia che regge tutto quanto. (Robert Musil, I turbamenti del giovane Törless) 

martedì 17 settembre 2013

Johann Sebastian Bach


Johann Sebastian Bach, 4 Orchestral Suites. (Das Alte Werk)

Esecuzione del Concentus Musicus Wien diretto da Nikolaus Harnoncourt.
Può sembrare incredibile, ma io conosco, conosco ma certamente non frequento, persone che, con roba simile in giro, trovano il tempo di ascoltare le porcherie disgregate di Wagner, Mahler, Brahms. Superfluo dire che questi soggetti nemmeno sanno chi siano i Rolling Stones, o Joy Division, o Fats Waller.
Aggiungo che qui c’è anche la famosa Suite n. 3 BWV 1068, che il secondo movimento, l’Aria, l’hanno sentito tutti almeno una volta nella vita, e varrebbe la pena di ascoltarlo da qui.
Con un altro pezzo strafamoso, la Badinerie che chiude la Suite n. 2 BVW 1067, che è ben più nota come Nokia Tune. Ma qui tutti diranno che il Nokia Tune è il Gran Vals di Francisco Tárrega, ma se ci si ricorda bene, tanti anni fa nell'elenco delle suonerie dei telefonini il Nokia Tune si chiamava Badinerie e se si ascolta bene, ci si può accorgere che il Gran Valse è una scopiazzatura parafrasata del pezzo di Bach. (blifil)




Gli esseri umani sono anfibi – mezzo spirito e mezzo animale. (Clive Staples Lewis, Le lettere di Berlicche)

domenica 16 giugno 2013


Christian Zacharias, Domenico Scarlatti: Sonates pour clavier. (EMI Classics)


Qualche anno fa, vicino a piazzale Loreto c'era ancora il negozio Stradivarius, ogni tanto ci andavo, al sabato mattina. Così avevo trovato questi cofanetti EMI di riedizioni di vecchi classici, a un prezzo molto conveniente. li ho lasciati lì e mi sono messo ad ascoltarli da poco.
Questo di Scarlatti è bellissimo, Christian Zacharias è divino. A tratti, parecchi tratti, sembra quasi di ascoltare Glenn Gould.
Quattro cd. Ma la meraviglia di questo meraviglioso cofanetto, la sorpresa che vale l'acquisto, cioè l'acquisto lo vale comunque e tutto, i 221 minuti e qualche secondo di ascolto delle quarantanove sonate dei cd 1, 2, 3 sono tutti di grandissimo piacere uno dopo l'altro e tutte le volte qualcosa rimane in mente per ore, ma la meravigliosa sorpresa, l'esperienza esistenziale che mi è giunta veramente inaspettata è il cd 4.
Lo strepitoso cd 4 offre diciannove (19) esecuzioni della sonata K 55, eseguita dal vivo come bis in diciannove diversi concerti.
Ovviamente le differenze tra un'esecuzione e l'altra sono sottili, ma comunque sufficientemente rilevanti da non annoiare mai. Anzi è un piacere che si ripete intatto ogni volta, anche lungo ascolti immediatamente successivi del disco.
Parlo di piacere, e l'unico termine di confronto che mi viene in mente è il far l'amore con una persona con cui ci si trovi veramente e profondamente bene. La faccenda è sempre più o meno la stessa, ma ogni volta è diverso, e in un certo senso ogni volta è più bello.
Come dice Raymond Radiguet in Il diavolo in corpo, Non nella novità, ma nell’abitudine scopriamo i piaceri più intensi. (blifil) 





Nulla muore interamente, si sa; per quanto poi perdiamo tutto. (Salvatore Mannuzzu, La ragazza perduta)

mercoledì 12 dicembre 2012

Ry Cooder


Ry Cooder, Los Angeles Stories. (Elliot)

Da un musicista come Ry Cooder ci si poteva aspettare qualcosa di grandioso, ma Los Angeles Stories è un’opera di grandezza decisamente fuori regola.
Roba da matti.
Nel primo racconto cadaveri ed esplosioni per il possesso di una raccolta di vecchi dischi. Poi c’è uno che ruba un tram e rimane coinvolto in un omicidio, poi c’è la storia di una truffa immobiliare che comprende le avventure di un uomo che si fa operare per diventare una donna, c’è un musicista che tenta di costruire un albergo semovente rimaneggiando una roulotte, c’è la caccia a un Winchester decorato a mano con incisioni erotiche che passa per la storia di una vecchia che aspetta gli extaterrestri nel prato davanti a casa sua, armata fino ai denti, e forse gli extraterrestri arrivano davvero, e si chiude con l’odontotecnico suonatore di steel guitar che finisce dentro una congiura internazionale a causa dell’uomo dell’ascensore che è affetto da erezioni improvvise e ingovernabili.
Cioè come dice un personaggio di uno di questi racconti, La vida es un sueño, dietro ogni porta, un mondo sconosciuto.
Con cadaveri dappertutto, sparati accoltellati bruciati.
Con descrizioni d’ambiente che non hanno nulla di pittorico ma sono intensamente e freneticamente sociologiche.
Insomma sostanzialmente un capolavoro che stabilisce un nuovo genere letterario.
Il noir sociosurrealista. (blifil)

A pag. 22 abbiamo raggiunse invece di raggiunsi, a pag. 133 c’è ma invece di mai, a pag. 134 adeso invece di adesso. Si saluta con gioia un bel famigliari con la sua bella g, ben messo a pag. 69.




I furboni finiscono col pestare i piedi soltanto a sé stessi. (Raymond Chandler, Il lungo addio)

giovedì 4 ottobre 2012

988 forever



Johann Sebastian Bach, Variazioni Goldberg BWV 988

Glenn Gould (1955) (Sony)

Keith Jarrett (ECM)

Anthony Newman (Digital Focus)

Ramin Bahrami (Decca)

Murray Perahia (Sony)

András Schiff (Decca)

Martin Stadtfeld (Sony)

Glenn Gould (1954) (Sony)

Glenn Gould (1959) (Sony)

Wanda Landowska (Sound Archive)

Claudio Arrau (RCA)

Angela Hewitt (Hyperion)

Dmitry Sitkovesky - Gérard Caussé - Misha Maisky (Orfeo)

Silke Strauf e Claas Harders (Raumklang)

Glenn Gould (1981) (Sony)


C’è un momento, quando l’autunno è già avanzato ma non ha ancora preso le sfumature di odori e di colori che preparano l’inverno, in cui le foglie dei pioppi sono di un giallo scuro che fa venire in mente una risata silenziosa.
C’è un momento in cui una luce bassa e localizzata come quella di una candela colora dello stesso giallo il lenzuolo, e disegna la spalla di quella donna e la curva del suo collo con una precisione che la luce centrale non saprebbe trovare.
C’è un momento, nell’Aria delle Variazioni Goldberg fatte da Glenn Gould nel 1955, in cui qualcosa di impensabile si distende tra il cielo e la terra, tra quello che siamo e quello che potevamo e che potremmo essere. Tra noi e Dio, forse.
E non c’è altro da dire. L’Aria finisce quasi senza che ce ne accorgiamo, quel momento di sospensione tra l’essere e il pensiero, tra il reale e il possibile si ferma, si distende nelle note in un momento di silenzio, un silenzio che Glenn Gould proclama al di sopra di tutto, come un arresto dell’intenzione, ed esplode la Variatio 1.
Da lì, saranno trenta tempeste dell’anima, trenta gioie e trenta disperazioni, fino al riposo dell’Aria da capo.
Poi si potrà ricominciare. Per tutta la vita.

Come l’amore per una persona non ferma il movimento di un cuore esorbitante e non impedisce svaghi e curiosità, così  nell’amore per Glenn Gould e per quest’opera di Bach ci sarà spazio per altre avventure. E la versione di Keith Jarrett è un’esperienza ineludibile, nel clavicembalo per cui le Variationen erano state scritte.
Keith Jarrett ce l’abbiamo dentro per le emozioni sontuose del Köln Concert, che non ritroveremo nel voluto distacco e nella voluta astensione da ogni soggettività interpretativa di questa esecuzione. Ma c’è la formidabile capacità di dare al clavicembalo una vivacità e una ricchezza espressiva da pianoforte, senza interruzioni.

La versione per clavicembalo di Anthony Newman ha il pregio della regolarità. Una bellezza semplice e invariabile dall’inizio alla fine, un po’ di elegante serenità che aiuta a sentirsi bene.

La versione di Ramin Bahrami è vivace festosa e prorompente ed è la più romantica di tutte, vedi come ci dà dentro con la Variatio 25 che a Glenn Gould non piaceva perché troppo chopiniana. Spesso arrivano delle mareggiate vicine a Artur Schnabel e nella Variatio 11 fa un piccolo miracolo, che comunque Glenn Gould ha già fatto in alcuni momenti di Il clavicembalo ben temperato, e trova un tocco così asciutto che il pianoforte sembra a tratti quasi uno strumento a fiato.

Ma l’enormità emotiva di Bach non arriva a tutti. Così sappiamo che esistono anche anime affascinate dallo zum pa pa del tre quarti verdiano preferibilmente con presenza di elefanti e altri animali veri sul palcoscenico, per non dire di coloro che si struggono per le militaresche e scoordinate obesità wagneriane. E non dimentichiamo gli intellettuali del Linn, che estasiati volgono lo sguardo al soffitto mentre Mahler schizza frammenti di musica (musica?) tra un altoparlante e l’altro.
Ora, se Glenn Gould può essere loro precluso per la condizione di trascendenza della sua musica, forse anche questi spiriti pagani potranno essere toccati dalla potenza immanente di Murray Perahia. Le sue Variazioni scivolano sotto la pelle con una tranquillità elegante, e mordono il cuore. 
Se Ramin Bahrami sorride, Murray Perahia svolge trentadue episodi di contenuta malinconia, che si aprono quasi alla disperazione nella Variatio 29 e nella 30. E nel punto sublime dell’Aria non esita, non tenta di afferrare l’inesprimibile, mantiene un’esecuzione corposa e affonda il coltello in una ferita emotiva che si è già aperta e che non si chiuderà facilmente nemmeno alla fine, dopo un’Aria da capo delicatissima. Forse la sua esecuzione è l’unica con una differenza profonda tra l’Aria e l’Aria da capo, e c’è un’interpretazione veramente sorprendente della Variatio 8.

Interprete commovente di Il clavicembalo ben temperato e delle Suites, in cui suona Bach con una dolcezza e un’intensità che a me fanno venire in mente Chopin, András Schiff è meravigliosamente chopiniano nella Variatio 25 ma  per il resto si lascia andare a una continua insopportabile languida morbidezza da cocktail party, che sembra di vedere una brigata di americani che chiacchierano e sorridono con il bicchiere in mano, con qualcuno che sta per mettere su un disco di Rachmaninoff, e se trasforma in un volo leggero la Variatio 5, cosparge tutto di fastidiose trillosità virtuosistiche, vedi Variatio 7, riduce in poltiglia le profonde intensità della Variatio 13, riesce a sgonfiare persino la solida solenne potenza della Variatio 30 e chiude con un’Aria da capo di totale sdilinquimento.

Martin Stadfeldt è ben consapevole delle proprie capacità di virtuoso, e probabilmente ha deciso di fargliela vedere, a Glenn Gould, suonando veloce come lui. Ma se la velocità non gli manca, gli manca l’anima ed è sempre semplicemente piatto, come nella 29 e nella 30, quando non trasforma la sua esecuzione, specialmente nella Variatio 5 e nella 26, in una farsa che non fa ridere e che dà l’impressione che stia prendendo in giro il capolavoro di Bach, mentre non si accorge di prendere in giro solo sé stesso.

L’ascolto della misteriosa registrazione di Glenn Gould del 1954 non aggiunge niente alla successiva del 1955. Ma può essere utile per vedere, cioè per sentire quale può essere stata la strada interiore che lo ha portato fino a quel 10 giugno negli studi Columbia di New York.

Così come la registrazione della sua esecuzione al Festival di Salisburgo del 1959 non è niente di importante, cioè non e niente di importante rispetto a Glenn Gould: secondo me è più o meno come la versione del 1955, solo un po’ fiacca, al confronto.

E si può andare ancora un po’ più indietro, fino alla registrazione di Wanda Landowska, a Parigi nel novembra 1933. Anno fatidico il 1933, in cui il Volk teutonico dava inizio al Reich millenario, che però sarebbe durato dodici anni (e sei milioni). Wanda Landowska suona un clavicembalo speciale, con il telaio di ferro e quindi con corde più grosse e più tese, fatto apposta per lei dalla famosa ditta Pleyel che faceva i pianoforti su cui suonava Chopin. Così il suono è parecchio diverso da quello di Keith Jarret e di Anthony Newman. Più profondo, più colorato, mi fa venire in mente l’organo. Wanda Landowska non è mai molto veloce ma è vivacissima, quasi buxtehudica , anche se dà un po’ l’idea che non gliene frega niente. Ma potrebbe essere stata lei ad aver fatto venire in mente a Claudio Arrau che il pianoforte poteva essere il prossimo passo. E forse Glenn Gould potrebbe essere partito da qui.

Secondo me Glenn Gould potrebbe essere partito da Wanda Landowska nel senso che la storica versione di Claudio Arrau la metterei in rapporto con quella di Keith Jarrett. Keith Jarrett suona il clavicembalo come un pianoforte, Claudio Arrau suona il pianoforte come un clavicembalo.

Tra tutti quelli che ho sentito, Angela Hewitt secondo me è l’unica che in qualche modo tiene il paragone con Glenn Gould. Mi dà come l’impressione che le dita si abbattano sui tasti verticalmente, le note sono sempre staccatissime e passa dalla leggerezza più leggera a momenti di formidabile violenza in un continuo scatto di tendini, che va dall’elettrificazione della Variatio 5 alla sospensione riflessiva della 13 alla forza selvaggia della 29, e riesce a dire sempre la sua senza forzare una ricerca di originalità ad ogni costo.
E secondo me solo lei e Glenn Gould riescono a suonare le trenta variazioni come se fossero composizioni indipendenti.
Angela Hewitt è stata la prima a suonare il CD 318 dopo la morte di Glenn Gould (vedi Katie Hafner, Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto), e forse dal suo pianoforte qualcosa è arrivato fino a lei. E vale la pena di guardare qualche foto, perché si capisce come suona già dalla faccia.

Quella di Sitkovesky - Caussé - Maisky è una trascrizione per violino viola e violoncello. Se in qualche modo è più esile ed emotivamente meno calda delle versioni per pianoforte, ha una giocosità danzante che salta addosso fin dalla Variatio 1 e prepara a bellissime sorprese. La 5 diventa leggerissima, la 8 qui è come non la si è mai sentita, la 19 è stupendamente pizzicata. Altra particolarità, che le tracce sono raggruppate tre a tre, le due variazioni e il canone.

Invece la Strauf - Harders, versione per due viole da gamba, pur essendo decisamente un’esecuzione per fanatici del BWV 988, ha una sua particolarissima intensità e una notevole potenza. E mentre la versione per violino viola e violoncello in un certo senso non è poi così distante dalle versioni per pianoforte o per clavicembalo, questa è veramente un altro pianeta, c’è un dolcissimo pizzicato nella Variatio 4 e la Variatio 10 qui è una vera meraviglia.
En passant, c’è una versione per viole da gamba anche dell’Arte della fuga BWV 1080, bella bellissima. 

Secondo me ci sono delle Variazioni particolari, dove si può sentire di più la differenza tra gli esecutori. Per esempio la Variatio 5, dove si richiede una velocità che può portare a strafare, e qui Stadfeldt ci dà dentro a tutta forza mentre Keith Jarrett sta elegantemente sulle sue, o la Variatio 26, in cui il lavoro frenetico della mano sinistra impedisce di comunicare emozioni a tutti tranne a Glenn Gould e a Angela Hewitt o la Variatio 29 in cui ciascuno trova diverse strade di esplosioni tempestose, o la Variatio 30, in cui si può decidere se stare su un piano di solennità o di dolcezza, e qui Angela Hewitt ci mette una potenza strepitosa mentre Glenn Gould in entrambe le sue esecuzioni comunica semplicemente quella che secondo me è l’idea della Perfezione. Ma si potrebbe continuare, e dire che la Variatio 8 è una di quelle in cui si vede con maggior chiarezza la differenza tra Glenn Gould e gli altri, la sua del 1955 è una tempesta, mentre nel 1981 scopre un tesoro nascosto nelle note della mano sinistra.
E poi c’è la Variatio 13, che per me è un modo di esprimere la totalità dell’esperienza della vita, e in cui ancora questo coinvolgimento esistenziale totale riesce in pieno solo a Glenn Gould e a Angela Hewitt, mentre Martin Stadfeldt ci fa un giochetto di saltelli e e András Schiff la annega in un fiume di leziosità.

Nel 1981 Glenn Gould travolge. La bellezza tumultuosa del 1955 diventa un’esplosività perentoria. L’Aria è asciutta, misurata, poi fin dalla prima nota della Variatio 1 la mano sinistra colpisce con una potenza imprevedibile, che non si fermerà fino alla fine. Arrivando alla meravigliosa ostensione della Variatio 10, con i bombardamenti della Variatio 20 e la forza straordinaria conferita alla 28, con il balzo in primo piano nella Variatio 29, fino alle grandiose mareggiate schnabeliane della Variatio 26.
Ed è questo cambiamento nel rapporto tra la sinistra e la destra che nella Variatio 13, dopo un inizio in leggerezza, ci trascina in una profondità emotiva fuori dalle possibilità della parola, per darci subito dopo il colpo dell’inizio della 14. 
Il discorso si chiude, tutto quello che si poteva dire della BWV 988 è definitivamente detto. E viene detto con un pianoforte da supermercato, uno Yamaha fabbricato in serie.
Glenn Gould morirà dopo un anno, il 4 ottobre del 1982. (blifil)

P.S. L’uso del verbo fare nella parte di questo post che tratta dell’esecuzione di Glenn Gould del 1955 non è una grezzità involontaria. Verbi come eseguire e suonare non mi sembravano in grado di rendere l’idea di quel che ha fatto Glenn Gould con questo punto fermo nella vicenda dello spirito umano. Ma anche dopo e sempre, Glenn Gould non ha mai suonato e non ha mai eseguito. Glenn Gould ha sempre fatto.




Secondo me è un mondo egoista quello che smania tanto per il brivido di piacere da quattro soldi che si prova nel fare un bebè. (J. P. Donleavy, Ginger Man)

giovedì 12 luglio 2012

Keith Richards


Keith Richards, Life. (Feltrinelli) 
Uno scrittore famoso ha cominciato la propria autobiografia, un’autobiografia che ha segnato la prima parte del Novecento, dicendo che per molto tempo era andato a dormire di buon’ora.
Qui le danze si aprono con un’avventura grottesca in un tribunale americano, e poi Keith Richards comincia il racconto della sua vita dicendo, per molti anni ho dormito, in media, due volte a settimana.
Che potrebbe essere il segno di una vita dedicata al genio e alla sregolatezza, ma anche se nel libro ci sono sparatorie e ci sono incendi e c’è di tutto, e c’è anche tutta la storia del tour del 1976 in cui lui era fattissimo sempre e il figlio Marlon di sette anni lo doveva assistere, Life è il segno di una vita dedicata tutta e sempre alla musica, e anche quando sguazzava nell’eroina Keith Richards ha sguazzato senza arrivare al punto di rovinarsi come musicista.
E così questa è semplicemente la storia di un musicista, la storia di quello che è probabilmente, ma secondo me sicuramente, il più grande musicista della seconda metà del XX secolo.
Semplicemente, perché Keith Richards avrebbe potuto raccontare la storia dei Rolling Stones ma non l’ha fatto. Racconta l’Inghilterra del dopoguerra, racconta gli anni Sessanta, racconta le sue donne e i suoi amici e le loro storie e si parla degli Stones, certo che se ne parla, ne dice di Mick Jagger, si meraviglia del suo eterno irrequieto snobismo, dice che sembra che vorrebbe essere un altro e si domanda, perché mai dovresti desiderare di essere qualsiasi altra cosa quando sei Mick Jagger, e qui coglie in pieno il discorso di René Girard in Menzogna romantica e verità romanzesca sulla trascendenza verticale, e sulla trascendenza deviata nella malattia ontologica, e ne dice di Charlie Watts, il grande Charlie Watts che è il motore degli Stones ed è il più grande di sempre nel suo strumento, e ne dice di Bill Wyman, e ne dice di Brian Jones e di Mick Taylor e di Ron Wood, ma il punto è sempre lui, il punto è sempre l’artista e la sua dedizione totale alla musica, la sua trascendenza verticale nella musica.
Nella completa consapevolezza di essere quello che è stato e che continua ad essere, come dice quando racconta di una volta che era tornato nella strada dove è nato, e alle ragazze che gli chiedevano l’autografo ha detto, be’, sono ancora sulla cresta dell’onda, e chiunque stiate ascoltando adesso, non sarebbe in giro se non fosse per me.
La consapevolezza di essere la colonna portante della storia del rock ‘n‘ roll, che si ripete nell’emozione che prova prima di esplodere con la sua musica tutte le volte che in uno stadio gli altoparlanti dicono, ladies and gentlemen, The Rolling Stones.
E forse questo Life potrebbe essere un romanzo sulla coscienza, sulla vita come presenza della musica nella coscienza, una vita e una coscienza totalmente assorbite dall’arte. Come se l’arte fosse l’unica risposta praticabile, l’unica evidenza di una possibilità di soluzione al problema dell’esistenza, come mostra Thomas Bernhard in Il soccombente.
Basta.
Life è un libro che segna la chiusura di un secolo, anche perché è la storia dell’artista che ha dato l’anima e il sostegno a quella colossale espressione della musica dell’oralità secondaria che è stata la voce di Mick Jagger, e infatti è un libro non scritto ma raccontato da Keith Richards a James Fox.
Ed è il libro di un uomo in una maniera così intensa e profonda, che mi ha fatto venire in mente, fin dall’inizio e poi per tutte le pagine, il Viaggio al termine della notte. (blifil)
A pag. 19 per Starfucker si poteva fare una nota, perché non tutti sanno la storia di questa canzone, a pag. 29 c’è il solito severa invece di grave, a pag. 31 in nota il Grave-send secondo me sarebbe stato meglio Graves-end, a pag. 65 e a pag. 290 c’è il solito realizzare per rendersi conto, a pag. 77 se invece di sei e una discutibile lambretta minuscola, a pag. 96 manca un del, a pag. 200 manca di, a pag. 211 un disdiva che fa coppia con il penoso soddisfasse a pag. 457, due strafalcioni che anche i programmi di scrittura segnalano con la riga rossa, a pag. 237 c’è il solito triviale che in italiano ha una connotazione di volgarità più che di irrilevanza e poi c’è un discutibile bande che sarebbe stato meglio band, in italiano la banda è quella che va in giro in divisa con gli ottoni, a pag. 317 c’è so invece di sono, a pag. 391 c’è un avrebbero che secondo me andava meglio avessero ma potrebbe essere discutibile, a pag. 456 c’è Steel Wheels che siccome qui è il titolo del disco richiederebbe il corsivo.
Ma probabilmente il refuso veramente imperiale di questo libro è la data 1980 delle due foto in copertina, che basta guardare le altre foto che ci sono nel libro per capire l’errore.
Oh, colui che è stato gettato dal destino nel carcere dell’arte, difficilmente riesce più ad evaderne; egli rimane chiuso all’interno del confine invalicabile presso il quale vive la remota realtà della bellezza, e se la sua forza è insufficiente, egli diventa per tale reclusione un vano sognatore, un ambizioso, un fallito; ma se è un vero artista, diventa un disperato. (Hermann Broch, La morte di Virgilio )


Cinquanta anni fa, il 12 luglio 1962, i Rolling Stones sono apparsi in pubblico per la prima volta con il loro nome, al Marquee Club.

giovedì 12 aprile 2012

Don DeLillo

Don DeLillo, Contrappunto. (Einaudi)
Il mio primo amore jazzistico è stato Thelonious Monk. Quattordici anni? Non mi ricordo. Per qualche motivo avevo comperato It’s Monk’s Time, un lp con la copertina rossa e la sua faccia con il solito colbacco, CBS.
Comunque io ho sempre detestato le dissonanze. Ma quelle di Monk mi piacevano. E mi piacciono anche adesso.
Ci si può domandare se queste poche pagine di Don DeLillo sono una riflessione sulla solitudine o sulla bellezza.
O su una possibile ineludibilità di un rapporto tra la solitudine e la vicinanza alla bellezza.
Attraverso le vite di Glenn Gould di Thomas Bernhard e di Thelonious Monk.
Ci si può porre la domanda, si può fare la propria riflessione.
Non è detto che si debba trovare una risposta. (blifil)
I due modi di conoscere il mondo sono solo sottomettersi o divorare? Entrambi finiscono, più o meno nello stesso punto. (Anne Carson, Tipi di acqua. Un saggio sul Cammino di Compostela)

martedì 10 aprile 2012

Katie Hafner

Katie Hafner, Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto. (Einaudi)
Molti anni fa lavoravo in un reparto di un ospedale dove qualcuno aveva avuto l’idea di mettere un impianto di diffusione di musica, e io avevo portato qualche cassetta che avevo registrato personalmente, con la roba che mi piaceva di più e che mi sembrava più adatta, e dopo poco tempo in reparto si sentiva quasi solo Bach e Mozart.
Così un giorno un’infermiera giovanissima mi aveva detto, dottore, c’è un pezzo di pianoforte che si sente ogni tanto, che io quando passo in corridoio o sto facendo qualcosa arriva un momento che se c’è questa musica io mi devo fermare e per un attimo non posso più fare niente se non stare ferma ad ascoltare, ma non so cos’è e mi piacerebbe sapere cos’è.
Mi ricordo che non avevo avuto dubbi, poteva essere una sola cosa tra quelle che avevo registrato, e ho messo la cassetta nell’impianto e gliel’ho fatta sentire, e lei aveva detto sì dottore, è questa.
Era l’Aria delle Variazioni Goldberg suonata da Glenn Gould. Anche Wertheimer in Il soccombente di Thomas Bernhard si ferma nel corridoio del Mozarteum per ascoltarla.
E c’è un punto dell’Aria dell’esecuzione delle Variazioni Goldberg di Glenn Gould del 1955 in cui per un istante la musica resta sospesa tra una nota e l’altra, il tempo si spezza e lo spazio si svuota, e capisci che non sei niente, non sei mai stato niente e non sarai mai niente, ma adesso sei lì e un motivo per stare al mondo ce l’hai avuto. (herzenstube)
In questo libro c’è la storia di una camionista dell’UPS che aveva sentito Glenn Gould per la prima volta alla radio e non aveva fatto in tempo a cambiare stazione perché aveva le mani impegnate sul volante per fare una curva e da allora, dice, l’aveva ascoltato per tutta la vita.
Io non sapevo niente di Glenn Gould fino a un giorno degli anni Novanta quando ero andato a vedere il film di François Girard, Trentadue piccoli film su Glenn Gould, che comincia con il Preludio in do maggiore che apre Il clavicembalo ben temperato. Lo conoscevo nella versione per clavicembalo di Ralph Kirkpatrick e mi piaceva come poche cose m’erano mai piaciute, ma la versione di Glenn Gould era la Bellezza che mi si depositava nell’anima un poco alla volta e mi riempiva e mi svuotava. E da allora anch’io non ho più potuto fare a meno di Glenn Gould. (blifil)
Quest’opera di alta narrativa è la storia del CD 318, il pianoforte di Glenn Gould.
Ed è la storia della Steinway & Sons, della famiglia Steinweg che l’ha fondata, della gente che alla Steinway & Sons fabbricava i pianoforti uno a uno e un pezzo alla volta. La differenza tra il clavicembalo e il pianoforte, la storia del pianoforte da quando Bartolomeo Cristofori l’ha inventato fino agli Steinweg che l’hanno trasformato nel pianoforte che sentiamo oggi. La storia dei magazzini Eaton’s di Toronto e di chi ci lavorava e dei pianoforti Steinway che si trovavano lì.
La storia di tre vite.
Il CD 318 dalla nascita all’incidente che l’ha ammazzato, Glenn Gould che l’ha suonato per dieci anni, Charles Verne Edquist che l’ha accordato intonato e regolato migliaia di volte.
Come suonava come registrava come viveva Glenn Gould con le persone che gli stavano intorno, Glenn Gould che rompe le balle a tutti e tutti gli vogliono bene, Glenn Gould che non si esercita ma gli basta studiare gli spartiti, Glenn Gould e la sua sedia e le sue manie e i suoi disagi e le sue medicine e la sua casa come un porcile e la sua storia d’amore.
Glenn Gould che suona per l’ultima volta in pubblico il 10 aprile del 1964 e poi si ritira nelle notti dello studio di registrazione, a suonare e ripetere e suonare e ripetere e ascoltare e riascoltare e tagliare i nastri e mettere e rimettere insieme i pezzi fino al risultato che cerca. Mentre Verne Edquist rimette a posto l’accordatura e l’intonazione tutte le volte che lui lascia il pianoforte. Il CD 318.
Glenn Gould e Verne Edquist da bambini e da adulti. Verne Edquist quasi cieco e poverissimo in collegio e dopo, Verne Edquist e le altre storie degli accordatori di pianoforte ciechi. Il Canada, il freddo della neve e il caldo dell’auditorium di Eaton’s. Glenn Gould e Verne Edquist tutti e due con l’orecchio assoluto, lungo tutta la strada che li ha portati a incontrarsi e a incontrare il CD 318 e poi a perderlo per sempre.
Una storia ritmata dai dettagli tecnici del pianoforte in generale e del CD 318 in particolare.
Un libro che non ha una pagina che non sia profondamente commovente.
Glenn Gould è morto poco dopo avere registrato per la seconda volta le Variazioni Goldberg. Dopo aver cercato e trovato la versione definitiva del capolavoro da cui era partito il suo viaggio. Forse si può pensare che uno che suonava  solo se credeva di avere qualcosa di diverso da dire su quel che suonava, forse si può pensare che uno come lui a un certo punto abbia ritenuto di aver detto e fatto tutto quello che doveva dire e fare, e abbia deciso che la fatica di vivere, per lui, era ultimata.
E se per Glenn Gould avete provato sentimenti di venerazione, dopo questo libro l’unico sentimento possibile diventa l’amore. (bamborino)
A pag. XI abbiamo un depositato invece di depositati, a pag. 85 Hupfer diventa Hipfer, a pag. 101 c’è Vauxall invece di Vauxhall, a pag. 125 manca un di e subito dopo c’è un richiedeva invece di richiedevano, a pag. 126 c’è un discutibile eco, a pag. 140 troviamo stegonesco, a pag. 150 c’è una virgola in più, a pag. 173 flacido, a pag. 184 c’è la Carnagie Hall, a pag. 189 sul il.
Poi vorrei dire la mia su curricula plurale di curriculum a pag. 26, nel senso che secondo me se le parole di altre lingue in italiano non fanno il plurale, non lo dovrebbero fare nemmeno quelle latine, con buona pace di quelli che si credono di fare chissà che bella figura di sapienti dicendo e scrivendo curricula, ma non gli viene nemmeno in mente di dire e scrivere sponsores. E qui c’è anche chippers invece di chipper a pag. 35.
Forse non vediamo l'ora, tutti, di dedicare la nostra vita a qualcosa. (David Foster Wallace, Infinite Jest)

lunedì 9 aprile 2012

Glenn Gould

Glenn Gould, Consort of musicke by William Byrd, Orlando Gibbons, Jan Pieterszoon Sweelinck. (Sony Music)
Questo è il primo di una fila di post che in qualche modo riguardano Glenn Gould, e i giorni sono questi perché il 10 aprile 1964 è la data dell’ultima esibizione pubblica di Glenn Gould.
Glenn Gould considerava Orlando Gibbons il suo compositore preferito.
E questa musica è di una bellezza travolgente e potrei arrivare a dire che la traccia 3, l’Allemanda di Orlando Gibbons, arriva a un livello di Bellezza tale da non poter essere descritta da quella che Lawrence Durrell chiamava la precarietà del linguaggio.
Infine in queste esecuzioni, soprattutto nella traccia 9, la Fantasia in D di Sweelinck, che è stata registrata due settimane dopo il Suo addio al concertismo pubblico, si possono apprezzare particolarmente le qualità uniche del pianoforte di Glenn Gould, il leggendario CD 318. (blifil)

Eterna risorge sempre la speranza, come un fungo velenoso. (Charles Bukowski, Azione)

mercoledì 15 febbraio 2012

Dietrich Buxtehude

Ulrik Spang-Hanssen,
Dietrich Buxtehude: Complete Organ Works. (Membran Music Ltd.)

Il fatto dei furbi, non è tanto che loro sono furbi, quanto che in generale le strategie della furbezza vengono messe in atto in un contesto in cui il grosso dell’esercito nemico è composto di sprovveduti, per non dir peggio.
Fu così che la sera del 29 maggio 1913 a Parigi, al Théâtre des Champs-Elysées, il grande (sic) Igor Strawinskij rivoluzionò la musica moderna, con il magistrale e redditizio colpo di far eseguire La sagra della primavera davanti ad un pubblico che molto probabilmente conosceva poco la musica barocca (cosa volete che gliene freghi della musica a quelli che vanno a vedere i balletti) e quasi sicuramente non conosceva affatto Dietrich Buxtehude, perché altrimenti a tutti sarebbe venuto in mente che sì, va bene, la composizione di Stravinskij era un bel casino, ma in fondo non era niente di poi così nuovo, vedi appunto Dietrich Buxtehude, per esempio il Praeludium in D (BuxWV 139) e più o meno tutte le altre sue composizioni di questo tipo.
E fu così che a tutt’oggi la quantità di persone bambini compresi che di Stravinskij ha sentito almeno una cosa (vedi colonna sonora del celeberrimo Fantasia di Walt Disney) è certamente di proporzioni non paragonabili con l’esiguo numero di quelli che hanno sentito anche solo il nome di  Dietrich Buxtehude.
Quindi io nel mio piccolo, dato che uno dei massimi piaceri di questo blog è quello di condividere con i nostri lettori tutte le possibili occasioni di sbifolcamento faidatè (la lingua italiana non contempla gli aggettivi frasali e quindi bisogna arrangiarsi e questa mi è sembrata una soluzione migliore rispetto ai trattini o alle maiuscole) che sempre più raramente offre la vita o meglio la sopravvivenza contemporanea, ho pensato bene di fare un post per invitare tutti a gettarsi nel fiume di gioia della musica di Dietrich Buxtehude, e a sguazzarci dentro a più non posso con la soddisfazione, oltre al godimento, della scoperta di un musicista che quasi quattrocento anni fa faceva cose che sono arrivate più o meno intatte fino al genio di Jack White, un altro dei tanti che secondo me valgono parecchio di più del grande (sempre sic) Stravinskij.
Avvertendo subito che con Buxtehude (come con Vatanen, chi è Vatanen, concorso a premi senza premi) non si scherza, in quanto fu inoltre così che nel lontano 1705 il circa ventenne Johann Sebasian Bach un bel giorno piantò tutto, impiego e famiglia, e senza nemmeno chiedere il permesso al datore di lavoro se ne andò a piedi (a piedi) da Arnstadt a Lubecca, quattrocento chilometri (400) per stare qualche mese a imparare da lui, con successivo ritorno a casa a piedi (a piedi) per altri quattrocento chilometri (400), ma oramai dopo essere stato a imparare da Buxtehude nessuno l’avrebbe più fermato e sarebbe diventato Il Più Grande nei secoli dei secoli.
D’altra parte sul rapporto tra la musica di Bach e quella di Buxtehude sarà interessante scoprire che la sua (sua di Bach) composizione più famosa, quella che conoscono anche quelli che non hanno ancora capito se questo Bach era uno scrittore di mezza tacca con la mania dei gabbiani o se era un medico che faceva stregonerie (peraltro efficacissime) con i fiori, la Toccata e fuga in re minore (BVW 565), comincia con un attacco scollato via tale e quale da Buxtehude. Ma che non si dica che Bach copiava, perché all’epoca era una cosa che usava parecchio e quello che conta di una fuga è la fuga e non le poche note di partenza, e quell’attacco Buxtehude se l’è appunto copiato di qua e di là anche da solo, e lo stesso Bach si copiava da sé anche lui, tanto che ha messo un pezzo di una cantata profana nel Weinachtsoratorium, o viceversa.
E chiarisco anche che il post è su questo disco perché io mi trovo a possedere questa esecuzione, anche se il discorso qui riguarda Buxtehude e non questo disco in particolare. Comunque questa versione dell’opera per organo di Buxtehude si può trovare nei negozi Feltrinelli a meno di 12 euro (ebbene sì, 12 euro anzi qualcosina meno), e per sei (sì,6) cd direi che è proprio un buon prezzo.
Quindi per illustrare meglio l’infinita bellezza di questa musica, vengo alla mia visione della sostanziale differenza tra Johann Sebastian Bach e Dietrich Buxtehude.
Cioè Bach è quello che è cioè il massimo degli stramassimi, piacere formale di linea melodica e di ritmo che coinvolgono lo spirito e il corpo con insieme anche una portanza emotiva tremenda, come dire che io non riesco ad ascoltare il Preludio della prima Suite per violoncello o il terzo movimento, (terzo su quattro, e sia sempre maledetto Christopher Hogwood che nella sua peraltro meravigliosa versione lo ha eliminato) del primo Concerto Brandeburghese senza andare in orbita intestino compreso, e per non dire che se ascolto la Mattäus-Passion non ho ancora capito se quella cosa che mi viene quasi subito è una spaventosa voglia di sesso o è un’abominevole disperazione senza nome.
Invece con Buxtehude si sta tranquilli, c’è un piacere che a volte è proprio allegria e anche quando c’è un po’ di tristezza è una malinconia dolce, c’è la linea melodica con un sacco di piccole arie che poi ti restano in testa per mezza giornata, c’è il ritmo forte e variato, ma tutto senza pagare il prezzo emozionale di Bach, si ascolta e anche se ti è appena capitato qualcosa di brutto il caro Dietrich ti dà una mano a sentirti meglio, ti porta via lontano dal peso di tutte le rotture di balle che ti è toccato di sopportare anche oggi, e tutto con una leggerezza squisita e con la forza di un’eleganza che si ripete in ogni minimo tratto di ogni brano, non so, fa star bene anche Vivaldi ma qualche volta ci mette troppo entusiasmo, invece Buxtehude è sempre una cosa un po’ più piccolina, tutta qui e tutta per te, sono tutti pezzi brevi che non cercano mai di spingere troppo e danno solo carezze, senza tirarti mai un pugno.
Mollando però a tutta la storia della musica una gragnuola di sberle fatte di treni ritmici variabili e di balzi melodici sempre sorprendenti, dopo i quali sarà difficilissimo farsi fregare da qualunque pretesa intellettualistica di novità d’avanguardia.
Insomma la musica di Buxtehude è così bella che se fosse una marca di mutande o un’automobile si potrebbe dire che può diventare uno stile di vita.
Per quel che riguarda poi questo disco in sé, innanzitutto c’è da dire che gli organi utilizzati sono tutti opere di grandi maestri e vanno dalla produzione del Cinquecento a strumenti contemporanei di Carsten Lund e Bernard Aubertin, e per quel che riguarda Ulrik Spang-Hanssen io di lui non so niente e non so niente nemmeno di altre esecuzioni dell’opera per organo di Buxtehude, ma secondo me quando uno è bravo in qualche modo la bravura si sente, anche se non si hanno termini di confronto.
Voglio dire che per esempio l’esecuzione di Ralph Kirshbaum delle Suites per violoncello di Bach è moscia, e per accorgersi che è moscia non c’è bisogno di aver sentito la bomba di Yo-Yo Ma o la versione superclassica di Fournier, e nelle Variazioni Goldberg del 1955 di Glenn Gould il soffio di Dio si fa sentire anche per chi non ha mai sentito niente di niente di Bach in nessun modo, così come per avere una potente sensazione di moscio dai R.E.M. non c’è bisogno di aver sentito Bob Seger, la roba fiacca è roba fiacca e basta, o peggio ancora i Concerti Brandeburghesi fatti da Karajan che li ha trasformati in una litania che va bene per il funerale di un rompiballe, con tutto che per Karajan quando fa Mozart e Beethoven io vado matto, ma i suoi Concerti Brandeburghesi sono veramente preagonici anche per chi non ha mai sentito la versione stratosferica di Karl Richter.
Insomma può darsi che io mi sbagli e che ci sia in giro un sacco di roba di Buxtehude fatta molto meglio, ma secondo me Ulrik Spang-Hanssen fa una musica bella vivace e che prende subito e tanto mi basta.
Per finire, un’avvertenza per chi non è abituato alla musica barocca ma si sente determinato a seguire il cammino gioioso dello sbifolcamento.
Di non perdersi d’animo ai primi ascolti, perché come dice Raymond Radiguet i piaceri più intensi si trovano nell’abitudine, e per apprezzare Buxtehude e Bach e il resto del barocco bisogna prima farci l’abitudine, cioè utilizzare il metodo che chiamerei dell’ascolto distratto, che consiste nel mettere su la musica e basta, lasciarla andare e fare le nostre cose che tanto questa è musica che non disturba mai, e si vedrà che un po’ alla volta nasce l’abitudine, e con l’abitudine nascono l’amore e la capacità di sentire e apprezzare anche le minime cose, ci vuole solo un po’ di tempo e di non difficile costanza. Del resto Radiguet questa cosa dell’abitudine la dice per l’amore, e chi gli è capitato sa benissimo che quando con una persona ci si sta davvero bene, si scopre che più ci si conosce e ci si abitua reciprocamente, anche a letto, e più le cose vanno in una maniera entusiasmante in crescendo.
E poi può sempre essere una bella soddisfazione mettersi in condizioni di poter dire, no, Bach non è che ce la faccio sempre, è troppo forte, e anche Vivaldi, troppo enfatico, ogni tanto ho bisogno di Buxtehude.
Con un’avvertenza ulteriore per quel che riguarda l’equalizzazione, perché gli organi sono strumenti particolari, fatti per essere suonati in un ambiente che è quello per cui sono stati progettati, e quindi la voce dell’organo in casa o in macchina può diventare una fangosità sonora rivoltante in cui non si capisce niente. Cioè per fare un esempio, io nella mia WiLL Vi ho un impiantino Blaupunkt di serie con diverse possibilità di equalizzazione automatica, preset, user, classic, rock, jazz e per ascoltare l’organo bisogna trovare quella giusta, che non è necessariamente la classic, e nella mia macchina per questi dischi di Buxtehude la migliore è la preset.
Discorso, quello sul fatto che gli organi sono progettati per suonare nelle chiese, che si apre a quello che secondo me è un problema che merita un po’ di riflessione.
Cioè se è giusto che si faccia sulla musica questo intervento mostruoso che si fa al giorno d’oggi.
Che la musica che era stata pensata per essere eseguita tutta intera in un ambiente vasto con un’orchestra lì presente e per essere ascoltata tutti insieme venga ascoltata nei pochi metri cubi di una stanza o peggio di un’automobile da soli e mentre si fa di tutto o si guida e magari intanto si conversa o suona il telefono e allora non si ascolta più niente, si spegne tutto quando ci gira e poi quando ci gira ancora si ricomincia da lì e via dicendo.
Come oggi, che ho passato la giornata ad ascoltare la sonata per pianoforte D 959 di Schubert, un pezzo adesso e un pezzo dopo, e se non facevo così non la potevo ascoltare, e so anche benissimo che tra un ascolto e l’altro il mio cervello mette insieme tutto e riesce a darmi una visione d’insieme, ma mi domando, Franz Schubert e Maurizio Pollini di questo schifo che ho fatto cosa ne pensano.
Per non parlare di quelle porcherie piccolissime che si portano in tasca, e a questo proposito mi faccio un’ulteriore domanda.
Ovvero cosa può succedere, poco a poco, nella testa di una persona che ha l’abitudine di andare in giro con centinaia o migliaia di brani musicali sempre a disposizione, e per la quale la musica può diventare un accompagnamento costante di momenti dell’esistenza che per tutta la precedente storia dell’umanità hanno avuto obbligatoriamente e naturalmente l’accompagnamento del silenzio, o dei suoni normali della vita che ci si trova intorno.
Domanda che mi faccio non tanto per uno come me, che è nato e cresciuto in un’epoca in cui ciò non era possibile, e che anche se si mette ad andare in giro con le opere complete di Mozart e dei Beatles in tasca, in qualche modo ha dei mezzi mentali per gestire il fatto.
La domanda me la faccio per uno che l’affarino musicale lo adopera dall’adolescenza, e ha la possibilità di dare uno sfondo musicale, ed eventualmente lo stesso sfondo, a tantissimi momenti diversi della sua esistenza: René Girard (vedi La violenza e il sacro) dice che una delle catastrofi del mondo attuale è la perdita delle differenze, e questo lo possiamo vedere tutti i giorni per esempio nella perdita delle differenze della televisione, che ci fa vedere uno dopo l’altro un omicidio e la pubblicità della cioccolata nella stessa scatola luminosa, e credo che anche questa cosa, la musica in tasca, aiuterà gli uomini del futuro a vivere in un appiattimento esistenziale sempre più pesante.  
Poi mi domando se è giusto che si ascolti così anche la musica sacra, e anche nell’opera di Buxtehude ce n’è tanta, mentre si fa di tutto meno che pregare. Anche se comunque la grande musica forse, almeno in un certo o incerto senso, apre la testa a qualcosa di superiore, che magari non è proprio il pensiero di Dio ma potrebbe anche andarci vicino. Come del resto fa tutta l’arte.
Ma queste sono domande senza risposta.
Intanto chi volesse provare a sentire subito una cosa di Buxtehude può cliccare sul link, e salta fuori la bomba del Praeludium in D che ho detto prima, ce n’è più d’uno ma questa mi è sembrata la versione migliore e oltretutto è suonata con un organo di Schnitger, non solo, si viene anche a scoprire un sito bellissimo, che farà la gioia di chi già pratica la musica barocca e di chi ha deciso di sbifolcarsi fino in fondo. (blifil)
Non nella novità, ma nell’abitudine scopriamo i piaceri più intensi. (Raymond Radiguet, Il diavolo in corpo)