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lunedì 22 dicembre 2014

Henry James


Henry James, Il giro di vite. (Rizzoli)

In questo libro si parla dello sguardo, dice Michel Foucault all’inizio di Nascita della clinica.
Henry James ha parlato dello sguardo, lo sguardo di Winterbourne, in Daisy Miller. Ha parlato della distanza in Il carteggio Aspern.
Il giro di vite parla dello sguardo, e parla della distanza.
Lo sguardo degli spettri, lo sguardo dell’istitutrice, gli sguardi dei due bambini.
E la distanza si manifesta subito, perché la storia che viene raccontata in una sera d’inverno è stata raccontata a chi la racconta da uno scritto di un’altra persona, tanti anni fa, la persona che l’aveva vissuta tanti anni prima. E il manoscritto non è lì, e bisogna mandare a prenderlo a Londra, dove si trova chiuso a chiave in un cassetto.
Poi ci sarà la distanza delle reciproche indicibili irraggiungibilità. La distanza dello zio dei bambini, dichiarata come volutamente insuperabile. La distanza degli spettri e la distanza dei due bambini dagli adulti con cui vivono.
Alla fine la distanza si annulla. Anche fisicamente. E l’annullamento della distanza è proprio la fine, la fine di tutto.
Intanto saremo stati subissati di parole e avremo attraversato silenzi di indescrivibile vastità.
Ho già detto per Ritratto di signora che probabilmente Henry James rappresenta il punto più alto di quella che Marshall McLuhan Marshall McLuhan ha chiamato l’Epoca Tipografica.
Così già prima della comparsa dei capolavori della letteratura autoreferenziale, vedi La Nausea di Jean-Paul Sartre, Justine di Lawrence Durrell e Fuoco pallido di Vladimir Nabokov, nei quali per gradi successivi il testo va incontro ad una dislocazione sempre più spiccata rispetto alla sua evidenza cartacea e a possibilità di delimitazione e di definizione sempre più elusive, Henry James in Il giro di vite in qualche modo sposta il testo in una zona non perfettamente localizzabile rispetto alla pagina scritta.
Perché qui il testo è una narrazione di fatti non del tutto certi anche per la narratrice stessa, che quindi racconta in modo tale da generare dei dubbi anche nei lettori. Ora, il dubbio riguarda la verità o la falsità della narrazione, ed è un fatto, che un dubbio sulla falsità o la verità di una storia d’invenzione non ha senso. Cioè, ritenere vera la storia comporta una presa di posizione sull’esistenza dei fantasmi, e del resto anche una volta che si sia presa questa posizione, non è detto che l’istitutrice di Bly racconti fatti veri, e non sue personali immaginazioni, o ricordi che si sono distorti nel tempo.
Così ci troviamo di fronte alla possibilità di rifiutarci di accettare la verità della narrazione dell’istitutrice, mentre mandiamo giù come vera la narrazione di Henry James, e più ci si pensa o se ne parla, più difficile diventa sapere con certezza di cosa si sta parlando. Incertezza che in Fuoco pallido e nelle ultime pagine di La nausea diventa totale, mentre ci rendiamo conto che anche Henry James ha messo un testo dentro un altro testo.
Con la differenza che nel caso di Il giro di vite il testo che contiene l’altro è la nostra mente.
Il testo che contiene l’altro, o che ne viene contenuto. Non si sa. (bamborino)

Ho letto il libro in inglese, nell’edizione Giunti, che ha una bellissima e inquietante immagine di copertina.
Raccomando l’edizione Rizzoli perché, a differenza delle edizioni Mondadori e Einaudi, non contiene madornali e protervi errori di traduzione.
In Mondadori e in Einaudi, nel capitolo XXI “turn on”, che per tutti i dizionari che ho consultato, cioè Oxford Mini English Dictionary, Concise Oxford English Dictionary, Oxford Dictionary of English, Shorter Oxford English Dictionary, New American Oxford Dictionary, e OED online (ho anche quello), significa “suddenly attack” e nel mio amatissimo Hornby's Advanced Learner’s Oxford Dictionary of Current English Second Edition 1963 è “become hostile”, diventa inspiegabilmente “confidarsi”. In più, sia nel Mondadori che nell’Einaudi, attuando con ciò un intervento violentissimo che porta il lettore italiano ad una posizione, nei confronti dell’interpretazione del testo, che non è quella del lettore inglese e tantomeno è quella di Henry James, nella crucialità dell’ultima fondamentalissima tremenda riga di questo racconto, “dispossessed” viene ancor più inspiegabilmente tradotto “sfinito” nel Mondadori e “spezzato” nell’Einaudi, e oltretutto nell’Einaudi che le cose prendevano una brutta piega si poteva capire già dalla decisione di cambiare il titolo eliminando l’articolo.
Anche se bisogna dire che forse le cose stanno anche peggio di quel che sembra, perché la scelta di traduzione potrebbe avere il significato di una scelta di interpretazione del racconto, scelta decisamente inammissibile perché spazza via la caratteristica forse più importante dell’opera, che è la continua inquietante ambiguità.
Nell’edizione Feltrinelli c’è l’aggiunta di una nota di simpatica comicità, in un breve scritto finale della traduttrice Fausta Cialente, che dice che i bambini sono perseguitati a loro volta, loro volta non si capisce con riferimento a chi altro, e ci avverte del fantasma di un’istitutrice già morta, casomai ci venisse il dubbio che si tratti del fantasma di un’istitutrice ancora viva.
L’edizione Rizzoli è provvista anche di un notevole apparato critico, con commenti al testo che vanno da Henry James stesso a Virginia Woolf a Edmund Wilson a Tzvetan Todorov, preceduti da un trascurabile scritto di Pietro Citati, che parla di Henry James dall’alto secondo le migliori tradizioni nazionali, e contiene il non trascurabile errore dell’attribuzione a Emily Brontë del romanzo sull’istitutrice, che invece è Agnes Grey di Anne Brontë.
Si raccomanda vivamente di tenersi lontani dall’apparato critico prima di aver letto l’opera, per evitare di incorrere in uno spoileraggio totale, che in questo caso sarebbe tragicamente dannoso.
Facendo notare, a questo proposito, che nel suo breve saggio un critico della stazza nientemeno che di Edmund Wilson, travisa completamente i fatti a proposito della importantissima questione della lettera trafugata, e considera irrilevante una delle scene più inquietanti dell’opera, quella che riguarda la notizia dell’allontanamento dalla scuola di Miles, stravolgendo così il senso della narrazione.




La cosa più terribile non è la morte, ma i ricordi. (Christos Ikonomou, Un cartello su un manico di scopa)

domenica 21 dicembre 2014

David Sedaris


David Sedaris, Esploriamo il diabete con i gufi. (Mondadori)

Un’enciclopedia dello stronzismo. Stronzismo delle persone, stronzismo degli oggetti, stronzismo delle situazioni, stronzismo dei luoghi. Sostanzialmente dunque un’enciclopedia della vita nel primo pezzetto del XXI secolo.
Come sempre con Sedaris, si ride, ci s’incazza, si sta male. Come sempre nella vita, cioè.
Grande Sedaris.
Sua mamma quando era incinta fumava.
Anche la mia. E anche la mia non ha mai attaccato i miei disegni alla porta del frigorifero, non li ha mai attaccati da nessuna parte e non li ha mai fatti vedere a nessuno e tanto meno li conservava. E faceva bene. (blifil)




Eventi lontani, presi nella metamorfosi della memoria, acquistano uno splendore brunito dal loro isolamento, dal loro divorzio dai dettagli del prima e del dopo, dalle fibre e dai rivestimenti del tempo. I protagonisti, anch’essi, patiscono una trasformazione; affondano sempre più lentamente nell’oceano della memoria come corpi gravati da un peso, e a ogni diversa profondità trovano una nuova valutazione, una nuova sistemazione nel cuore umano. (Lawrence Durrell, Justine)

domenica 30 novembre 2014

Massimo Cotto


Massimo Cotto, Rock bazar. (Vololibero)

Sottotitolo, 575 storie rock.
Bellissimo.
Troppo bello.
Per tutte le volte che ci vogliamo riposare un po’.
Per tutte le volte che ci viene voglia di essere contenti e di non pensare a niente, per un pochino. O per un pochino di più, perché qui si comincia a leggere, si comincia in una pagina qualsiasi, e non è facile smettere.
Però poi una volta può capitare che hai messo giù il libro ieri, e oggi non ce l’hai, sei in giro e ci pensi, e ti rendi conto che è tanto bello perché ci sono dentro tutte queste persone che sono state lì con la loro musica e le loro voci in tanti momenti importanti della tua vita, e forse ti viene il magone, che a Milano vuol dire una gran tristezza con il groppo allo stomaco.
Perché storie rock cosa vuol dire, vuol dire storie come il rock, e il rock è la musica della seconda metà del ventesimo secolo, la musica della fine del mondo, la musica di tutto che cambia, la musica dello schifo, la musica di gente che sta male. La musica di quando si stava male ma si credeva di poter cambiare il mondo, e invece poi non è cambiato niente.
E poi rock vuol dire anche la canzone di tre minuti e queste storie sono tutte brevissime, pezzetti di vita di musicisti e di gruppi, frammentazioni di spazi e di tempi, come il mondo frammentato in cui sono successe queste cose.
Così queste 575 storie rock sono quasi tutte storie di eccessi e di malesseri, e alla fine sono brutte storie, e tristi.
Ma sono comunque storie ad alto volume, e se per qualcuno sono storie che hanno accompagnato la vita, per quelli che non erano ancora nati possono essere storie che aiutano a scoprire qualcosa di gente oramai in via di estinzione.
Storie di gente che ha fatto tutto quello che poteva in tutti i modi che poteva. Come forse hanno sempre fatto tutti gli artisti.
E poi tra poco viene Natale, e questo libro è uno dei regali più belli che ci siano. (blifil)

Nella storia 181 compare un be’. Secondo me è così che va scritto, be’ come se fosse bene con una troncatura, e non beh che non si capisce cosa voglia dire, a meno che non voglia essere l’imitazione di un belato.




Ci vorrebbe sempre un po’ di musica. (J. P. Donleavy, Ginger Man)

giovedì 20 novembre 2014

Christos Ikonomou


Christos Ikonomou, Qualcosa capiterà, vedrai. (Editori Internazionali Riuniti)

Molto raramente, accade di riconoscersi in un libro. E fino a questo punto, a me non era capitato mai.
Sono storie di abbandoni complicati da un piccolo furto, storie di cinquanta euro che mancano per dar da mangiare a un bambino, storie di morti sul lavoro, di morti di malattia, di gente che si mette in coda di notte per una visita, storie di piccola atroce criminalità urbana, anche storie di piccola pazzia.
In un andamento sciolto che non ha rime, non ha metrica, si capisce benissimo cosa vuol dire, e malgrado questo è sempre molto semplicemente poesia, non solo storia dopo storia, ma riga dopo riga. 
Sono storie di greci poveri, in mezzo alla crisi. Cosa ci dovrei trovare di me, io non sono povero, almeno non fino a quel punto, ho un lavoro, precario sì, ma credo che sia altamente improbabile che mi mandino via.
Ma questi racconti sono pervasi da un’atmosfera non tanto di disperazione quanto di nostalgia. Una nostalgia profonda, mai detta ma sempre immanente in ogni gesto e in ogni parola. Profonda nostalgia di tutto, di tempi in cui le cose non andavano affatto bene ma che sono comunque tempi ricordati come epoche di solidità in confronto con l’evanescenza dell’oggi. Poi uno dei racconti lo dice, People are strange, che la nostalgia è come un cane rognoso con occhi cisposi che si lecca le ferite e si fa beffe di te e che se allunghi la mano per accarezzarlo ti morsica con tutta la sua forza. Riportato anche in quarta di copertina. 
Forse quel che ci trovo è che per gente come me quel che capita è questo, che il passato acquista una sua concretezza solida, la fermezza del ricordo, che cambia sempre ma tutte le volte che si ripresenta, si ripresenta fermo, come qualcosa che è stato e su cui si può contare. Qualcosa di cui si conoscono gli sviluppi, perché ci sono già stati.
La nostalgia e la possibilità. L’altro elemento di questi racconti è la possibilità. Un racconto soprattutto parla delle possibilità, Il congiungimento dei corpi. Possibilità che forse è solo l’aspetto di cane rognoso della nostalgia. (bamborino)

A pag. 212 c’è manciate invece di manciata. E a pag. 77 non ho capito cosa vuol dire, imbrattare pacchetti. Ma bellissima la copertina, magnifica la carta, meravigliosa la consistenza del libro.






When property accumulates in too few hands it is taken away. (John Steinbeck, The Grapes of Wrath)

domenica 3 novembre 2013

Nathan Englander


Nathan Englander, Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank. (Einaudi)

Dopo Per alleviare insopportabili impulsi, da Nathan Englander mi aspettavo un altro capolavoro.
Invece qui non ce l'ho fatta ad andare al di là del terzo racconto.
Come nel precedente, storie ebraiche. Ma a differenza di quel che ho trovato in Per alleviare insopportabili impulsi, qui le storie ebraiche sono solo storie ebraiche, e in qualche modo rimangono confinate in temi che non si allargano a comprendere l'esistenziale dei gentili. Addirittura, per esempio in Come vendicammo i Blum, si fermano su un qualsiasi che forse non c'era nessun bisogno di scrivere e soprattutto di leggere, cioè per punire il bullo antisemita del quartiere abbiamo chiamato uno in gamba che l'ha picchiato.
Tutto questo con una fascetta e il retro della sovracoperta che ancora una volta inneggiano all'umorismo di Nathan Englander.
Ma in questo libro, sostanzialmente c'è solo noia. (bamborino) 




Ogni storia d'amore è potenzialmente anche storia di sofferenza. Se non subito, in un secondo tempo. Se non per l'uno, per l'altro. Per tutti e due, qualche volta. (Julian Barnes, Livelli di vita)

martedì 1 ottobre 2013


Danielle Wood, Le dodici perle di saggezza di Rosie Little. (Alet)

Me l’hanno regalato perché i Doc Martens Cherry Red di cui al risvolto di copertina ce li ho anch’io. Furba e di effetto la presentazione giovanilistica con inserti inquadrati di commento e divagazione che vanno dalla letteratura (molto pertinente quello sui nasi) alle scarpe e al valore calorico dello sperma, ma il libro in realtà è un libro di racconti (come dice del resto il titolo originale) che pur non arrivando ad altissimi vertici letterari né per lo stile né per l’emozione trasmessa sono decisamente molto belli e hanno sempre qualcosa di particolare: c’è la vecchietta a pois, c’è una bellissima storia di un sasso che sfiorando esistenze e speranze passa da una spiaggia a un intestino, c’è anche qualche sconfinamento nell’avant-pop che comunque non manca di grazia.
E tutto è sempre colorato di una sfumatura leggera di malinconia, cioè le cose non vanno mai come dovrebbero, ma in fondo forse ci possiamo accontentare. Carverianamente accontentare. (moll)




Le persone non sono cambiate molto, ma i luoghi sicuramente sì, e ovunque in peggio. (Richard Cobb, Tour de France)

domenica 29 settembre 2013

Italo Calvino


Italo Calvino, Le città invisibili. (Mondadori)

Forse il corsivo che apre la parte VII del libro è il punto che meglio rende l’idea generale dell’opera. Che cerca di protendersi in un discorso sullo spazio e sul tempo, sul vero e sul falso, sulle possibilità dell’Essere.
Che tuttavia rimangono poveramente chiuse, o più che chiuse ristrette, nelle scarse possibilità dell’essere altro che un intellettuale di sinistra italiano che se la tira più che può e tenta di scimmiottare le incertezze cosmiche e le pervasive fragilità di Jorge Luis Borges (vedi Finzioni), e si affatica in una continua incapacità di sottrarsi a quella che, come dice appunto Borges, è la più goffa delle tentazioni di un artista: quella di credersi un genio. Come si vede più che bene dalle Lezioni americane.
Calvino scimmiottava Borges, ma probabilmente con maggior successo di pubblico, e Le città invisibili l’hanno letto tutti, e se non l’hai letto sei un ignorante, e in Borges ci si perde e si rimane trafitti come un San Sebastiano da decine di dolorose frecce di dubbi, mentre con Italo Calvino ci si può rinsaldare nella solida certezza di sentirsi, nel leggere queste geniali composizioni, persone di grande cultura e veri intellettuali o meglio, non si può non aggiungere questo must della sfiga del discorso contemporaneo, veri intellettuali e quant’altro.
Così in Le città invisibili gli spazi e i movimenti della ricerca del senso si aprono e si richiudono in una tempesta di frasi vuote che sembra svelino verità profonde e insondabili e in realtà non significano nulla ma ripetono i fasti della vecchissima tecnica per la costruzione di aforismi (vedi Roland Jaccard, Dizionario del perfetto cinico) che consiste molto semplicemente nel ribaltare ovvietà qualsiasi, come la menzogna che non è nel discorso ma nelle cose (pag. 63), o le città troppo verosimili per essere vere (pag. 69), o le città che si sottraggono agli sguardi tranne che se le cogli di sorpresa (pag. 92).
Non si può non riconoscere a Italo Calvino grazia ed eleganza di scrittura, ampiamente sufficienti a rendere Ultimo viene il corvo o Marcovaldo piacevoli pur nel loro vuoto totale.
Ma in Le città invisibili il vuoto riesce a diradarsi ulteriormente, fino a generare, nella pioggia di abilità linguistiche, una continua fatica di concentrazione che fa di questa lettura, un leggere che diventa un percepire caratteri di stampa che si aggregano in parole che a loro volta si attaccano l’una all’altra a formare delle frasi, e si continua a guardare senza in realtà leggere nulla, e il pensiero si stacca continuamente dalla pagina e continuamente vola nei territori dei propri affari quotidiani, o dei ricordi, o dei programmi per domani, mentre gli occhi si fanno pesanti e la noia diventa spossante fastidio.
Le città di Laudomia e di Andria potrebbero rimanere come indimenticabili esempi di queste tensioni verso il nulla, ma immediatamente nel loro nullismo si dimenticano, e comunque qualcosa si porta a casa, perché il premio di questo sforzo leggero verso la leggerezza che Italo Calvino amava tanto (vedi ancora Lezioni americane) e di questa concentrazione che si decentra può essere di sentirsi in poche ore non solo un intellettuale ma addirittura un profondo pensatore, consapevole che, la prossima volta che si farà un volo low cost, d’una città (pag. 44) non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.
Con tanti auguri di evitare la domanda, sono o non sono un coglione. (blifil) 




Una delle più detestabili abitudini degli animi lillipuziani è di supporre negli altri le loro stesse meschinità. (Honoré de Balzac, Papà Goriot)

venerdì 13 settembre 2013

John Cheever


John Cheever, Oh città dei sogni infranti. (Fandango)

La scrittura di Cheever ha qualcosa di sfuggente, come se nella narrazione ci fosse un che di incompleto, come se non venisse detto tutto.
Come se non fosse possibile dire tutto. O come se in realtà non ci fosse un tutto da dire, perché la vita è sempre e comunque un non del tutto detto e non del tutto dicibile. Come se in una vita, in tutte le vite, mancasse sempre qualcosa. “Qui stiamo tutti bene”: si chiude così uno di questi cinque racconti di disperazione, dove la catastrofe finale è già contenuta nelle prime righe della storia (vedi soprattutto il terzo, Oh gioventù e bellezza!, il cui inizio è un capolavoro assoluto), perché la catastrofe in realtà è la catastrofe di vivere, di mandare avanti le cose che si fanno e si devono fare tutti i giorni, di diventare dei manichini in mezzo a tanti altri manichini che non si capiscono tra di loro. Essere dei ruoli invece che delle persone, in sospensione distaccata rispetto a una realtà che è lì fuori e che rimane comunque incompleta e incomprensibile. Non del tutto dicibile.
Ci vuole dello stomaco per leggere Cheever, ma non bisogna aver paura di farsi male. Perché quello che dice Cheever, e quello che non dice, arriva come una coltellata solo a quelli che queste cose le sapevano già, e il dolore della coltellata poi si trasforma nel conforto di sapere che non ci sei solo tu, che c’è qualcun altro/a come te. Per gli altri, Cheever è solo uno scrittore che racconta un’America in crisi, che con la nostra vita di tutti i giorni qui e adesso ha poco o niente a che fare. (moll)




Non nutrivo affetti, non credevo in niente. Non era questione di dubitare o di armarsi dell’utile scetticismo di una curiosità razionale, e neppure di saper guardare alle cose da tutti i punti di vista; molto più semplicemente non riuscivo a identificarmi in nessuna buona causa, nessun principio incontrovertibile o idea fondamentale sulla cui esistenza, con più o meno passione, sarei stato pronto a scommettere. (Ian McEwan, Cani neri)

martedì 9 luglio 2013

Henry James


Henry James, Autobiografia degli anni di mezzo. (Mattioli 1885)

Se non ho capito male si tratta di un pezzo, l'unico pezzo, di un'autobiografia mai scritta, che se può avere qualche rilievo per chi conosce e ama Henry James, non ne ha affatto per chi non lo conosce.
Anzi. Direi proprio che chi non conosce Henry James, per quel che riguarda questo libro, meglio astenersi.
Perché a chi conosce Henry James, incontrarlo in queste pagine fa più o meno esattamente l'effetto che ha fatto a lui incontrare il grande Tennyson, il Bardo, il grande Poeta che poi conosciuto di persona gli era apparso ben povera cosa.
Così qui ci si incontra con una prosa boriosa e involuta, periodi arzigogolati al limite dell'incomprensibile, spesso da rileggere e non si capisce niente lo stesso.
Boria personale e boria sociale.
Ma dalla boria sociale esce la presenza che si sta facendo sempre meno concreta di un mondo di sicurezze aristocratiche che già vacillava e verrà spazzato via completamente dalla Prima Guerra Mondiale. E Henry James riesce a parlarne quasi senza descriverlo, ma in qualche modo potente fa arrivare fino a noi tutto il profumo distaccato e leggermente stantio di un popolo di morti, nel momento dell'agonia.
E così ci troviamo a dover riconoscere ancora una volta la grandezza di Henry James, perché forse quella prosa involuta è l'unico modo di parlare, o di non parlare, dell'avvicinarsi della catastrofe del Novecento. (bamborino)

C'è un solo errore, abbastanza pesante. A pag. 51 c'è a invece di da, con conseguente incomprensibilità della frase. Ma sarebbe bastato tradurre l'unaccompanied del testo originale, che chi vuole lo può leggere a questo link qui ed è certo molto più bello che in italiano, tradurre non accompagnato invece di non seguito, che tutto filava via molto più liscio e senza sbagli, perché in questo caso andava bene sia a che da.




Il passato non vale più di un sogno altrui. (Juan Carlos Onetti, Gli addii)

sabato 15 giugno 2013


Anne Carson, Antropologia dell’acqua. (Donzelli)

Sottotitolo, Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio.
Non è che mi capiti spesso, di bagnare un libro. Anzi non mi capita quasi mai. Ma questo qui, sarà stato il titolo, meno di due ore dopo che l’avevo comprato e avevo letto solo l’inizio tanto per farmi un’idea, stavo spostando una tazza di caffè solubile troppo piena e ciaff, un attimo d’incertezza della mano e una piccola ondata di caffè s’è rovesciata sul libro. Poco danno, perché il libro era chiuso e sono riuscito ad asciugare tutto quasi immediatamente. Ma intanto il libro sull’acqua s’era bagnato.
La prima parte si intitola Tipi di acqua. Un saggio sul Cammino di Compostela. Racconto del pellegrinaggio, a piedi. Una lettura tranquilla, addirittura riposante. L’ho fatto scorrere un po’ alla volta, mentre leggevo altro, ed era sempre un momento di pace, in mezzo a letture a tratti fosche, o in mezzo ai soliti faticosi turbamenti delle giornate qualsiasi.
La narrazione prosegue con la lentezza del percorso passo dopo passo, attraversa paesaggi raccontati con colori che diventano odori, luci, suoni, caldo, freddo, sensazioni delicate e sensazioni forti.
Partizioni brevi, intitolate ai luoghi del pellegrinaggio, ogni capitolo preceduto da un haiku.
Una locanda, un ponte, un villaggio, la strada, i fiori, i sassi, l’acqua nelle sue diverse apparizioni, ombre di conversazioni con il compagno di viaggio, qualche parola sull’amore, sulla vita. In chiusura quasi sempre, staccata, qualche parola sui pellegrini, frasi che potrebbero essere considerate varianti di haiku.
Come un piccolo poema. Bellissimo.
Ma se vogliamo, titolo e sottotitolo del libro non è che promettono bene, fin dalla copertina. Cioè cosa vorrà mai dire, antropologia dell’acqua, e la natura liquida del linguaggio, cosa sarà mai. E purtroppo il resto del libro è su questa linea.
Solo per il brivido. Un saggio sulla differenza tra donne e uomini è di nuovo un viaggio, questa volta in automobile, attraverso gli Stati Uniti. Anche questo viaggio in compagnia di un uomo. Ma qui il compagno di viaggio è un amante. E la scrittura poetica perde semplicità, diventa sforzo. Per esempio, Scoloriamo lungo strade pizzicate fino a inaridirsi come le note di uno xilofono. Lo xilofono si pizzica? Vengono in mente i germogli di sempre alari di infiniti camini boschi che ardono parole e infine inganni nella faccia pagana di Alda Merini, e vengono in mente anche le idee verdi incolori che dormono furiosamente di Noam Chomsky, che non voleva scrivere una poesia ma solo far vedere che il significato è una parte ineludibile del linguaggio. E poi Anne Carson dice, semplice come la struttura di una proteina: andate a cercarvi una figura dell’emoglobina, per dire una proteina non delle più incasinate, e vedrete che semplicità.
Nell’insieme forse lo scritto potrebbe essere considerato una relazione noiosissima sulle proprie difficoltà sessuali, scontatamente impiastricciate dal ricordo del padre. Con la gratuita generalizzazione, che siccome qui la donna ha dei problemi e l’uomo no, la differenza tra gli uomini e le donne potrebbe essere questa, che le donne si fanno più problemi degli uomini. Per carità, padronissima di pensarla così.
Peggio ancora Margini d’acqua. Un saggio di mio fratello sul nuoto. Qui abbiamo un giro di vite, nel senso che proprio non si capisce niente. Non si capisce nemmeno il senso generale della cosa.
Mi viene in mente Mallarmé. Nella seconda metà dell’Ottocento succede un casino. Compare questa novità, la letteratura in cui non si capisce niente. Che continua con abili furbastri come Dylan Thomas, (lo dice George Steiner, che è un furbastro) solo per dirne uno, e arriva fino ai nostri giorni con i fasti degli applausi generali ad Alda Merini.
Io non dico che Alda Merini non mi piace. Non ci arrivo nemmeno a saperlo, se mi piace o no. Perché non capisco niente, come non capisco niente di tanti altri poeti moderni e mi fermo lì, sulla soglia di un silenzio che è una mitraglia di parole, e mi viene in mente ancora George Steiner che nel saggio Il silenzio e il poeta in Linguaggio e silenzio parla di Dante che nel Paradiso riconosce i limiti del linguaggio di fronte alla luce. Steiner parla anche dell’altro limite di fronte al quale il linguaggio si ferma, la musica.
E nella seconda metà dell’Ottocento il linguaggio della poesia si disarticola come la musica.
Ma il linguaggio che si disarticola, che insieme con la musica comincia a fare prove sempre più avanzate di disgregazione, è solo questo linguaggio dei poeti. Che come la musica si sposta verso ambiti di incomprensibilità che richiedono la giacca e la cravatta, o le divise ugualmente selettive dell’intellettuale alternativo.
Forse bisogna riprendere Walter Ong e Marshall McLuhan, e provare a leggere la poesia ad alta voce. Forse riuscirebbe tutto meglio. Anche se non credo che ai tempi dell’oralità non si badasse al significato. (bamborino)




Il sogno di questa democrazia materialista è bigotto e intollerante, ha scarsa clemenza per i deboli e i riottosi. (John King, La prigione)

venerdì 7 giugno 2013

Lydia Davis


Lydia Davis, Pezzo a pezzo. (minimum fax)

Gli occhi sono aperti, gli occhi sono chiusi. Se sono aperti ci vedo, se sono chiusi non ci vedo.
E poi c'è la porta, la porta è chiusa, sotto la porta si vede la fessura di luce nel corridoio, spera che qualcuno apra la porta e la luce inonderà la sua stanza buia.
Più o meno tutto così.
Non sono racconti, ma riflessioni e stati d'animo e riflessioni sugli stati d'animo, il tutto ricoperto di una glassa dolciastra che malgrado il travestimento minimalista modernista richiama con forza quella volgarità sentimentale che Marshall McLuhan in La sposa meccanica attribuisce a Francis Scott Fitzgerald, per non dire che fa venire in mente  Hermann Hesse.
Veramente straziante il racconto eponimo, Pezzo a pezzo, in cui nel tentativo affannato di raggiungere un distacco forse  salingeriano il protagonista fa i calcoli di quanto gli sono costati dieci giorni con una donna, ma non può evitare di domandarsi se lei lo ama o no, e rimane sconvolto dal problema esistenziale di non sapere se lei dicendogli che lo ama è sincera.
Il risultato finale, non per lui che comunque si porta a casa una vecchia camicia la cui stoffa morbida è impregnata dell'odore di lei, ma per chi legge, è una miscela di noia e di fastidio. (moll) 

A pag. 15 manca uno spazio.




Wine is a grand thing, it makes you forget all the bad. (Ernest Hemingway, A Farewell to Arms)

giovedì 25 aprile 2013

José Saramago


José Saramago, Il Quaderno. (Bollati Boringhieri)

Innanzitutto mi sembra indispensabile chiarire che io sono un accanitissimo dietrologo complottista paranoico a 365 gradi, cioè da tutte le parti in tutti i modi e tutti i giorni dell’anno.
Altra cosa da chiarire, benché io non sia affatto né sia mai stato un suo sostenitore, sono convinto che ci sia una forte evidenza che Silvio Berlusconi è una persona di notevole intelligenza, e che di ciò lo stesso Silvio Berlusconi abbia dato anche personalmente da molti anni ogni possibile prova.
Non solo. Mi sembra poi altrettanto evidente, e ancora più evidente dopo le recenti magre figure dei suoi principali avversari compresi quelli che a forza di dire che se ne doveva andare invece se ne sono andati loro, che fino a oggi Silvio Berlusconi ha dimostrato ampiamente di essere anche un uomo politico di cospicue capacità.
Cioè sarebbe ora di smetterla, di dire cose tipo nano con manie di grandezza perché, comunque lo si voglia considerare, mi sembra indiscutibile che se c’è uno in Italia che si può permettere di pensare a sé stesso in termini di grandezza, questo è Silvio Berlusconi.
Bene o male, è indiscutibile che è diventato il numero uno in tutto quello che ha fatto e non credo che ci sia bisogno di essere uno psefologo professionista per vedere che è l’unico presidente del consiglio che è stato eletto per tre volte direttamente dal popolo e se forse non è il più grande statista della storia d’Italia, è sicuramente, con buona pace di quelli che credono di fare gli spiritosi con la sua statura come peraltro si fece anche con Abramo Lincoln, Berlusconi è sicuramente un personaggio gigantesco, anche una parte del suo gigantismo è probabilmente dovuta alle dimensioni modeste di coloro che lo circondano, e alla dimensione politica minuscola dei suoi oppositori.
Con buona pace della infinita pubblicità che gli è stata fatta per i suoi stravizi erotici, con grida alla vergogna d parte di chi invece avrebbe da vergognarsi ben più di lui, e per la propria pochezza politica.
Insomma Silvio Berlusconi forse non è un noumeno, ma sicuramente è un fenomeno.
Chiarite queste cose, prendiamo in considerazione lo scenario in cui questo libro era arrivato nelle librerie.
Avevamo l’ottantaseienne José Saramago che decide sconsideratamente di dare alle stampe il risultato dell’infelice idea di farsi un blog, e secondo me nelle redazioni delle case editrici, che il grande scrittore (oltretutto premio Nobel) ha abituato a ben altro, leggono, non credono ai propri occhi, ma nessuno ha il coraggio di dire, Noi questa zuppa noiosissima non la stampiamo, che se non si sapesse che l’ha scritta Saramago farebbe solo pena (anche se secondo me a sapere che l’ha scritta lui fa ancora più pena).
All’estero non so come possano aver risolto il problema, ma qui in Italia la soluzione era pronta a portata di mano, perché nel blog Saramago parla male di Silvio Berlusconi e allora, Sai il trucco? diciamo che l’Einaudi, che è sempre stata la sua (di Saramago) casa editrice ma che è di sua (di Berlusconi) proprietà, non l’ha voluto pubblicare per questo motivo che parla male del padrone, così il libro lo mette fuori Bollati Boringhieri e vedrai che tutti ne parlano e anche quelli che Saramago non sanno nemmeno chi è e in casa hanno solo un libro di cucina, con questo qui di libri arrivano ad averne due.
Non conosco il risultato di vendite, ma non riesco ad immaginare un’altra possibilità.
Anche perché se José Saramago qui parla male di Berlusconi, poco dopo parla peggio, e molto peggio, della sinistra in generale, e Silvio Berlusconi, che ho già detto che secondo me è persona di grande intelligenza, di tutta questa operazione potrebbe aver pensato, Sì, me ne diranno dietro ancora una volta di tutti i colori, ma intanto parlano di me, e come al solito la pubblicità me la faranno soprattutto quelli di sinistra.
Fine dello scenario dietrologico complottista.
Passo al libro.
In cui si trovano cose bellissime, come le osservazioni sulla differenza tra il pensiero e la parola del giorno 17 dicembre 2008.
Ma è poca roba in confronto con uno dei più noiosi ammassi di sciocchezze e di sparate buonistiche che mi siano mai capitati tra le mani.
Innanzitutto la posizione di Saramago nei confronti di Dio. Che secondo lui non esiste, e anzi la sola idea di Dio è un danno, vedi le guerre che si sono sempre combattute nel Suo nome, e che se fossimo tutti atei non ci sarebbero state.
Ora, a un uomo di ottantasei anni si possono perdonare molte cose, ma che mi si venga a scrivere con pretese di autorevolezza che le religioni hanno generato delle guerre, invece che essere state usate come copertura di interessi economici, che una cosa così me la dica un sedicente comunista che quando gli fa comodo si dimentica dell’esistenza del denaro, be’, mi sembra proprio grossa.
Del resto a questo proposito mi viene in mente Gilbert Keith Chesterton, che non mi ricordo dove ha detto che da quando non credono in Dio gli uomini non è che non credono più a niente, si sono messi a credere a tutto. E mi viene in mente anche Maurice Merleau-Ponty, che dice in Il primato della percezione e le sue conseguenze filosofiche che è proprio dell’uomo pensare Dio, senza che ciò voglia dire che Dio esiste. E José Saramago non fa eccezione: non crede in Dio, quindi crede a tutto, e anche se non crede in Dio, è un uomo e il pensiero di Dio gli riesce comunque inevitabile.
Risultato, José Saramago non crede in Dio, ma ha una fede incrollabile in Barack Obama, e credo che non ci sia altro da dire: eravamo ormai abituati all’entusiasmo di tutta la sinistra mondiale, convinta che il presidente degli Stati Uniti questa volta non fosse un uomo politico legato a interessi diversi da quelli del suo predecessore, ma fosse un Santo se non addirittura un Profeta della Rivoluzione.
D’altra parte Saramago ha detto anche che la sinistra non ha la più schifosa idea del mondo in cui vive, e quindi sarà interessante vedere che idea c’ha lui, del mondo in cui vive. E che idea ha, ha la solita idea del buonismo sinistro (sinistro in quanto di sinistra e in quanto questo è un modo di pensare veramente sinistro), ovvero una visione della realtà in cui si accomunano gli ebrei, i comunisti, gli zingari e gli omosessuali, in quanto minoranze (leggere per credere, pag. 128). Ora, che i comunisti si possano considerare una minoranza, io questa è la prima volta che la sento. Voglio dire, ebrei e zingari si nasce, omosessuali non so ma tutto sommato credo di sì, ma comunista non ci è mai nato nessuno. E chiamare minoranza i sostenitori volontari e consapevoli di un pensiero politico, be’, mi sembra abbastanza diciamo una sciocchezza.
E infatti non credo che sia mai successo che il numero degli ebrei o degli zingari cambiasse tra un turno e l’altro delle elezioni politiche, come del resto non è mai successo che un ebreo o uno zingaro cambiassero idea e diventassero, si fa per dire, neri o asiatici, e nemmeno delle vie di mezzo. Come può succedere che a uno/a piacciano allo stesso modo gli uomini e le donne, ma non ho mai sentito parlare di comunisti che fossero contemporaneamente di estrema destra, anche se posso riconoscere che ciò si potrebbe essere verificato proprio nel caso di José Saramago, vedi sotto, quel che dice sulle pensioni.
Passo oltre, sempre sul tema del famoso scrittore comunista, per arrivare a quando parla delle FARC, Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane, che siccome rapiscono e ammazzano Saramago li chiama terroristi.
Delle FARC io non so nulla, ma so che qualcuno, tanti anni fa, quando essere comunista voleva dire qualcosa di diverso che prendersela con i ricchi e lamentarsi per le guerre e parlar male del Vaticano e venerare il presidente degli Stati Uniti, qualcuno (mi sembra che era un cinese) ha detto che la rivoluzione non è un pranzo di gala eccetera ma un atto di violenza.
Insomma la vis comunista di José Saramago si esprime nel dire in continuazione che i poveri stanno male e i ricchi stanno bene alle loro spalle, che nelle catastrofi naturali vengono danneggiati solo i poveri e via così, e se ci lascia sorpresi quando parla di quelli che tentano di fare la rivoluzione, il suo slancio verso il cambiamento e il rinnovamento diventa francamente imbarazzante quando incontriamo la vera perla incastonata nel libro, che è il post dedicato a Rita Levi Montalcini.
Per Saramago l’incontro con lei dev’essere stato una vera epifania (sic), e si rende conto di aver incontrato l’anima gemella quando la nostra Rita gli dice di essere contro le pensioni o qualunque altri tipo di sussidio (leggere per credere, pag. 75). Grazie, sentitamente grazie da tutti noi, in Italia e nel mondo, e se ce ne fossero di più, di comunisti come Saramago, come sarebbe bello. Mentre Silvio Berlusconi, giustamente, continua a ridere dei suoi avversari.
E se Saramago si fosse limitato a queste trovate, il libro sarebbe stato noioso e irritante, ma senza arrivare ai livelli di strazio, da Facebook, dei racconti di commemorazioni e cerimonie varie a cui viene invitato e delle promozioni del suo ultimo romanzo, e dei post sui nipotini e sul proprio cane, che somiglia al cane d’acqua portoghese, che è il tipo di cane che Obama ha promesso alle figlie, oh quale onore, tempi nuovi si profilano per il Portogallo (leggere per credere, pag. 160).
Strazio ridicolmente autoreferenziale, come la copertina con la faccia di Saramago vista da uno specchio in cui lui stesso si sta guardando, come dire qui c’è il vero rispecchiamento dell’uomo colto appunto nell’atto dell’autocontemplazione. Che poi, nel chiudere il libro e nel rivedere la faccia rispecchiata, mi è venuto in mente che Saramago nel blog ha parlato spesso delle donne, e posso capire che alla sua età di certe cose uno si possa anche dimenticare, ma insomma sembra che l'unico punto di vista da cui non prende in considerazione le donne sia quello da cui le prendo principalmente in considerazione io. 
Insomma, José Saramago, ben consapevole della propria indiscutibile maestria, confermata dal premio Nobel, e che il premio Nobel sia l’immancabile certa conferma di un grande scrittore lo dice a pag. 161, ha pensato di fare un blog ma non ha pensato che forse scrivere giorno per giorno quello che gli veniva in mente, e scriverlo e comunicarlo immediatamente, era diverso da fare un romanzo. Cioè era qualcosa di molto vicino al giornalismo, ma un po' peggio.
Considerazione che potrebbe dare inizio a un discorso sui cambiamenti che ha portato la scrittura nell’organizzazione e nell’articolazione del pensiero (vedi Walter Ong, Oralità e scrittura è un testo indispensabile per qualunque riflessione su questi temi), sugli ulteriori cambiamenti dovuti alla tipografia a caratteri mobili, sui cambiamenti che si stanno verificando ora con l’uso del pc e della comunicazione via sms e Internet, che aprono questioni totalmente imprevedibili fino a pochi anni fa.
Cioè l’abbiamo già detto, ci troviamo di fronte alla novità assoluta di un linguaggio scritto che si genera e si trasmette con una velocità paragonabile a quella del linguaggio parlato, e cosa può succedere nelle nostre menti a partire da adesso, soprattutto cosa può succedere nelle menti di coloro che non hanno formato il proprio pensiero ai tempi del linguaggio scritto come era fino a poco tempo fa, quello che può succedere non lo possiamo sapere.
Insomma, dal tempo dell’invenzione della stampa a caratteri mobili un libro più irrilevante di questo forse non s’era visto, ma qui in un certo senso è il bello, qui è la vera festa, che questo Il Quaderno non è un libro, è un blog che poi è stato stampato per fare un po’ di soldi e allora ci diciamo evviva, se qualcuno ha paura che ci avviciniamo alla morte dei libri può star tranquillo.
Perché appunto anche per uno come José Saramago che sa trattare la parola scritta come pochi hanno saputo fare, nello scrivere un blog qualcosa nella mente gli si è trasformato, al punto da cancellare tutta l’eleganza e l’incisività stilistica del Saramago scrittore, giornalistizzandolo nella forma e nei contenuti e allora non ci dovremo preoccupare, che i blog scritti giorno per giorno come comunicazione personale tipo Facebook andranno avanti e di questa roba ce ne sarà anche sempre di più, ma la letteratura e i libri non moriranno mai.
Anche se intanto io penso ai giorni fatati di quando avevo letto La zattera di pietra e poi poco tempo fa Il viaggio dell'elefante e mi dico che spero che questo libro finto non mi rovini i prossimi libri veri che leggerò di Saramago.
Ma penso anche a tutto quello che si potrebbe dire, e che in effetti è stato detto, per dirne solo uno da Harold Bloom, per esempio su Dostoevskij, sulle sue idee politiche e su quel che era come persona, e Dostoevskij faceva abbastanza schifo per entrambe le cose, e come dice apertamente David Foster Wallace in Considera l'aragosta, per molti versi era uno stronzo, ma ha scritto comunque quello che ha scritto Dostoevskij, e poi cosa dire di Céline, ma l’uomo è l’uomo e ha il diritto di essere quel che vuole, e lo scrittore è un’altra cosa, e le miserie politiche ed esistenziali dei Grandi non sono affar nostro.
E alla fine, a un uomo di ottantasei anni si possono perdonare molte cose. (bamborino)

P.S. Dato che la Wikipedia segnala tra le particolarità stilistiche di José Saramago che non usa le virgolette per  delimitare i dialoghi, mi sembra giusto ricordare che i dialoghi senza virgolette indicati semplicemente da una iniziale maiuscola come fa Saramago, compaiono già in La paga dei soldati di William Faulkner datato 1926.

A pag. 60 abbiamo un bel le al posto di gli, c’è una certa incertezza su come si chiami Chico Buarque e anche su Cecil B. DeMille, a pag. 79 c’è una acquacultura (del resto se c’è la cultura del vino ci sta anche la cultura dell’acqua), a pag. 88 c’è una jaguar minuscola, con un natale minuscolo a pag. 116 (è un refuso o Saramago l’ha scritto così per sprezzo delle feste religiose?), a pag. 97 troviamo un conquantanove, a pag. 114 un permanentemente.




A mio parere chi vuole scrivere un libro farebbe bene a riflettere parecchio sull’argomento che intende trattare. (Søren Aaybe Kierkegaard, Il concetto dell’angoscia)

lunedì 15 aprile 2013

Henry James


Henry James, Il carteggio Aspern - The Aspern papers. (Alia)

Venezia.
Un palazzo e due donne, irrigiditi nella miseria e nella vicinanza con la morte, grandi stanze quasi disabitate con le finestre raramente aperte, un giardino.
Siamo in estate, notti calde e profumate fuori, silenzi esitazioni timori e sospetti nell’interno.
Un giovane americano è venuto qui alla ricerca di un’antica amante del suo poeta preferito, nel tentativo di entrare in possesso delle lettere che il poeta le ha scritto molti anni prima.
In Oralità e scrittura Walter Ong considera Il carteggio Aspern come una variazione sul tema della ricerca del tesoro di Lo scarabeo d’oro di Edgar Allan Poe. Perché anche in Henry James il testo dà accesso a una conoscenza del tesoro, che in questo caso è una comprensione più profonda del poeta Jeffrey Aspern.
Ma qui, come il tesoro è la scoperta di un’interiorità che si nasconde, la vicenda misteriosa si svolge nell’interiorità del narratore-cercatore, ed è nei suoi pensieri più che negli eventi che si articola la ricerca, che diventa quindi lo svolgimento di un pensiero che si sviluppa e cerca di precisarsi lungo tutta la vicenda, fin dal momento dell’apertura della porta del palazzo.
Conversazioni, sguardi, movimenti lenti e scatti inattesi.
Ho già detto per Ritratto di signora che probabilmente Henry James rappresenta il punto più alto di quella che Marshall McLuhan ha chiamato l’Epoca Tipografica, e che in questa sua posizione storica coglie aspetti caratteristici anche dell’epoca dell’oralità secondaria. Così qui c’è la mediazione esterna, verso il carteggio, e la mediazione interna e addirittura la doppia mediazione dei due tra di loro, il giovane americano e l’antica amante. Nel senso di René Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca.
Non è facile dire dove sia il fascino di questa storia. Forse è Venezia, che fa scivolare i fatti e le parole come le gondole sull’acqua dei canali.
Forse è il silenzio del lavoro continuo del pensiero, della vecchia Juliana Bordereau che nasconde le lettere e della sua ingenua nipote Tita, e dell’americano che le cerca, pensieri che attraversano le stanze, si aggirano per le piazze e i canali, si fermano nel giardino.
Perché forse Il carteggio Aspern è un’altra prova del lavoro di Henry James sulla distanza, già magistrale in Daisy Miller, che toccherà un vertice in Il giro di vite. Solo che qui le distanze si esplicano nelle rispettive interiorità incapsulate, più che negli spazi dell’andamento narrativo.
Fino a quando tutto si ferma nella sospensione di un pensiero non finito, non chiarito.
Forse solo un pensiero sbagliato. E allora forse i pensieri di tutti erano sbagliati, fin dall’inizio. (bamborino)

Bellissimo libro, bellissimo da guardare e da tenere in mano, carta meravigliosa.
A pag. 156 nel testo originale si va a capo come in italiano, a pag. 234-235 la traduzione incappa in un famoso insidioso false friend, che oltretutto genera frasi insensate, per un delusion che viene tradotto delusione invece di delirio o illusione, e si deplora con forza l’errore di scrivere il titolo originale all’italiana, e non come è scritto in inglese, The Aspern Papers.
Può essere interessante anche rilevare come la traduzione metta in atto con una certa frequenza interventi di ipostatizzazione (vedere qui per un chiarimento), che potrebbero anche essere considerati un segno dei tempi. Per esempio, a pag. 22 un personaggio è “all the more convinced” ma in traduzione egli ha “una convinzione”, a pag. 158 “coldly enough” diventa “con una certa freddezza” e un “be obliging” diventa “per cortesia”.




Our doubt is our passion and our passion is our task. The rest is the madness of art. (Henry James, The Middle Years)

domenica 14 aprile 2013

Louis-Ferdinand Céline


Louis-Ferdinand Céline, Colloqui con il professor Y. (Einaudi)

Chi decidesse, attirato dalla sfolgorante bellezza dei colori della copertina (tutti stupendi i libri di questa collana Einaudi) e dalle dimensioni contenute del libro, di cominciare da qui la conoscenza del grande Céline, desista e si astenga, perché la fruibilità di questo testo per chi non conosce il Viaggio al termine della notte e Morte a credito è di una quantità ε piccola a piacere.
Che poi secondo me questi due titoli sono in un certo senso tutto quel che c’è da leggere di Céline, perché sempre in un certo senso, che poi non lo so bene che senso è ma fa niente, in un certo senso sono d’accordo con Charles Bukowski, che come me lo mette tra gli scrittori che più ama, ma in Donne dice che però solo per questi due libri, perché dopo aveva solo voglia di dare fastidio (Céline, non Bukowski, pur riconoscendo che quanto a voglia di dar fastidio Bukowski non scherza neanche lui) e si è messo a prendere per il culo lettori ed editori scrivendo roba praticamente illeggibile, e io ci aggiungo che era pienamente consapevole di quel che faceva come dice subito in Guignol’s band I, rompo i coglioni a tutti, cioè padronissimi di leggere, ma è già tanto se si riesce a resistere per una pagina o due, e questo forse solo in Casse-Pipe.
Perché poi Céline avesse voglia di dare fastidio, si capisce benissimo innanzitutto leggendo Viaggio al temine della notte e Morte a credito e in seguito informandosi sulla sua vita, che lascio perdere, perché uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, che spacca il Novecento con una ferita insanabile, uno scrittore così va preso in considerazione per quello che ha scritto e non per quello che è stata la sua vita. Come del resto di qualsiasi altro grande artista, conta quel che troviamo nella sua opera, e non quello che faceva tra la mattina e la sera.
E allora non mi sogno nemmeno di approfondire l’intenzionalità di una mente che è decisamente superiore alla mia e siccome sono d’accordo con lui, seguo il suo esempio e faccio come lui, cioè a lui scrittore non gliene fregava niente di me lettore, e a me lettore non me ne frega niente di lui scrittore, e quindi mi prendo il libro e mi limito alla pagina scritta, ovvero ricordandomi di Walter Ong in Conversazione sul linguaggio, in nome di Walter Ong e potrei dire anche in nome di Noam Chomsky decido di occuparmi appunto di quello che Céline ha in comune con me, cioè come dice Humberto Maturana in Autocoscienza e realtà quel che Céline ha in comune con me in quanto essere umano è l’esistenza nel linguaggio, e lascio perdere quello che aveva di solo suo e personale, cioè la volontà e l’intenzione.
Così adesso che ci ripenso mentre sto scrivendo il post in un certo senso cambio idea e decido che Bukovski era proprio un coglione, e di dire la sua su uno come Céline non se lo doveva assolutamente permettere, e che se a lui a leggere le altre opere di Céline gli faceva fatica, be’, cazzi suoi e che se ne stesse zitto. Caro Bukowski che comunque mi piaci e ti voglio tanto bene.
Cioè Céline è un Grande in tutto quello che ha scritto, e questo Colloqui con il professor Y rimane sempre vietato a quelli che vorrebbero cominciare da qui per il già considerato motivo idiota che è un libro molto più piccolo del Viaggio e di Morte a credito, ma gli altri, i cultori di Céline già sverginati stilisticamente da questi due romanzi, se vogliono trovare una bella base di partenza per decidere se cominciare o no per esempio il faticoso ma importante viaggio Da un castello all’altro, ecco che qui la base l’hanno trovata.
Base di contenuto e base di stile, perché il dottor Destouches, che ogni tanto è il caso di ricordarsi che Céline era un medico perché credo che solo un medico, o almeno un medico come erano i medici di una volta fino a poco tempo fa, solo un medico possa arrivare a conoscere la gente e il mondo in questo modo e ad amare la gente fino al punto di incazzarsi così, con la gente che si rovina la vita tutti i giorni e la rovina agli altri, il dottor Destouches in questo scritto si scatena con tutto quello che ha di migliore, e partendo dall’editoria parla come al solito di tutto e ci scarica addosso una gragnuola di parolacce e dei famosi tre punti sospensivi che impestano tutte i suoi scritti dopo il Viaggio e Morte a credito e come al solito oltre a incazzarsi e farci incazzare ci fa anche ridere con i movimenti di questa conversazione all’aperto tra lui e un interlocutore che si piscia addosso per tutto il tempo.
Comunque, per i conoscitori e amanti di Céline, dico subito che qui il Maestro c’è in pieno, si fa capire e dà fastidio a più non posso, come ha saputo fare solo lui.
Basta. Questo blog è fatto da gente che venera Céline, qualcuno di noi (io) l’ha incontrato a sedici anni e dopo cinque pagine del Viaggio si è detto, ecco uno che ha capito tutto, qualcuno l’ha incontrato più tardi ma ha comunque sentito subito di aver trovato un padre spirituale, e chi è d’accordo con noi, e con il Grande, si legga questo libretto.
Tenendo presente due cose.
Innanzitutto che la traduzione di Gianni Celati e Lino Gabellone è bellissima, nel senso che Céline scriveva in uno stile parlato e qui in italiano troviamo appunto uno stile parlato che oltretutto viene proprio bene perché si tratta di una conversazione, e tradurre Céline non è facile neanche un po’.
In secondo luogo, che la postfazione sempre di Gianni Celati mi piacerebbe che la leggesse Céline, ma secondo me nel Paradiso degli Scrittori l’ha letta, e per quel che riguarda lo scrivere di lui usando espressioni come “figura ancipite” e “inferenza diretta dalle singole proposizioni, prese come proposizioni assertive invece che come proposizioni ipotetiche” se potesse verrebbe giù e prenderebbe per un orecchio il Celati e lo porterebbe come in questo scritto in Square des Arts-et-Métiers ma invece di concedergli un colloquio gli farebbe fare un molto assertivo giro di calci in culo. (blifil)

A pag. 54 c’è un magnifico, si sgaggi, come seconda persona singolare del verbo sgaggiarsi, che non sono sicuro che si scriva con la g doppia, secondo me qui a Milano e anche in altre parti della Lombardia lo diciamo e lo scriviamo con una g sola, a pag. 75 c’è un Vlaminck, e a pag. 105 c’è una poluria invece di poliuria, refuso ancor più ridicolo in quanto appunto Céline era un medico. 




Una conversazione è un viaggio e ciò che le dà valore è la paura. Arrivi a capire un viaggio perché hai avuto una conversazione, non viceversa. Cos’è la paura dentro al linguaggio? (Anne Carson, Un saggio sul Cammino di Compostela)