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giovedì 13 novembre 2014

Ugo Cornia


Ugo Cornia, Quasi amore. (Sellerio)

Il libretto comincia con una prevedibile masturbazione introspettiva di voluta postmodernità, che si muove in una indiscutibile capacità stilistica e invoglia immediatamente alla lettura.
Ma al primo volgere di pagina incontriamo l’immancabile peste (immancabile per la mia esperienza tranne che nell’opera di Giorgio Falco) della narrativa italiana.
La mamma.
Così mi son detta che non ho tempo, che ho ancora da finire di leggere Dickens Trollope e Balzac e che tra i moderni e i postmoderni mi devo ancora finire Steinbeck Yates e Faulkner e di Sherwood Anderson e di Willa Cather ho letto solo un racconto e di Edward Forster non ho letto niente e tra qualche anno muoio e ho chiuso il libretto e basta così. (moll)





La legittimità o l’illegittimità di un compito nulla ha a che fare con la possibilità di realizzarlo su questa terra. (Hermann Broch, La morte di Virgilio)

giovedì 3 ottobre 2013

Jon Lee Anderson


Jon Lee Anderson, La caduta di Baghdad. (Fandango)

Strano libro. Succedono un sacco di cose, le descrizioni d’ambiente sono belle, non ci sono mai dettagli irrilevanti, eppure dopo poco la noia ti comincia a strisciare addosso, prima ogni tot pagine, poi ad ogni pagina, poi ad ogni capoverso, poi ad ogni riga. E in un libro che racconta la fine di un regime abbattuto da una guerra disastrosa, la noia proprio non te l’aspetti. Ma il trucco ci deve essere, e secondo me il fatto è che Anderson non racconta ma mette insieme i fatti come in un elenco, e così se ci sono scrittori che ti farebbero leggere con entusiasmo e in leggerezza anche la lista della spesa, ce ne sono di quelli che scrivono libri proprio pesanti. Pesanti come l’elenco del telefono. (blevins)




A questo punto m’intenerisce l’anima un sentimento di viva gratitudine per tutte le donne facili. (Pierre Ambroise François Choderlos de Laclos, Le amicizie pericolose)

domenica 29 settembre 2013

Italo Calvino


Italo Calvino, Le città invisibili. (Mondadori)

Forse il corsivo che apre la parte VII del libro è il punto che meglio rende l’idea generale dell’opera. Che cerca di protendersi in un discorso sullo spazio e sul tempo, sul vero e sul falso, sulle possibilità dell’Essere.
Che tuttavia rimangono poveramente chiuse, o più che chiuse ristrette, nelle scarse possibilità dell’essere altro che un intellettuale di sinistra italiano che se la tira più che può e tenta di scimmiottare le incertezze cosmiche e le pervasive fragilità di Jorge Luis Borges (vedi Finzioni), e si affatica in una continua incapacità di sottrarsi a quella che, come dice appunto Borges, è la più goffa delle tentazioni di un artista: quella di credersi un genio. Come si vede più che bene dalle Lezioni americane.
Calvino scimmiottava Borges, ma probabilmente con maggior successo di pubblico, e Le città invisibili l’hanno letto tutti, e se non l’hai letto sei un ignorante, e in Borges ci si perde e si rimane trafitti come un San Sebastiano da decine di dolorose frecce di dubbi, mentre con Italo Calvino ci si può rinsaldare nella solida certezza di sentirsi, nel leggere queste geniali composizioni, persone di grande cultura e veri intellettuali o meglio, non si può non aggiungere questo must della sfiga del discorso contemporaneo, veri intellettuali e quant’altro.
Così in Le città invisibili gli spazi e i movimenti della ricerca del senso si aprono e si richiudono in una tempesta di frasi vuote che sembra svelino verità profonde e insondabili e in realtà non significano nulla ma ripetono i fasti della vecchissima tecnica per la costruzione di aforismi (vedi Roland Jaccard, Dizionario del perfetto cinico) che consiste molto semplicemente nel ribaltare ovvietà qualsiasi, come la menzogna che non è nel discorso ma nelle cose (pag. 63), o le città troppo verosimili per essere vere (pag. 69), o le città che si sottraggono agli sguardi tranne che se le cogli di sorpresa (pag. 92).
Non si può non riconoscere a Italo Calvino grazia ed eleganza di scrittura, ampiamente sufficienti a rendere Ultimo viene il corvo o Marcovaldo piacevoli pur nel loro vuoto totale.
Ma in Le città invisibili il vuoto riesce a diradarsi ulteriormente, fino a generare, nella pioggia di abilità linguistiche, una continua fatica di concentrazione che fa di questa lettura, un leggere che diventa un percepire caratteri di stampa che si aggregano in parole che a loro volta si attaccano l’una all’altra a formare delle frasi, e si continua a guardare senza in realtà leggere nulla, e il pensiero si stacca continuamente dalla pagina e continuamente vola nei territori dei propri affari quotidiani, o dei ricordi, o dei programmi per domani, mentre gli occhi si fanno pesanti e la noia diventa spossante fastidio.
Le città di Laudomia e di Andria potrebbero rimanere come indimenticabili esempi di queste tensioni verso il nulla, ma immediatamente nel loro nullismo si dimenticano, e comunque qualcosa si porta a casa, perché il premio di questo sforzo leggero verso la leggerezza che Italo Calvino amava tanto (vedi ancora Lezioni americane) e di questa concentrazione che si decentra può essere di sentirsi in poche ore non solo un intellettuale ma addirittura un profondo pensatore, consapevole che, la prossima volta che si farà un volo low cost, d’una città (pag. 44) non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.
Con tanti auguri di evitare la domanda, sono o non sono un coglione. (blifil) 




Una delle più detestabili abitudini degli animi lillipuziani è di supporre negli altri le loro stesse meschinità. (Honoré de Balzac, Papà Goriot)

lunedì 1 luglio 2013

Francis Scott Fitzgerald


Francis Scott Fitzgerald, The Great Gatsby. (Picador)

Questo post si potrebbe intitolare, Peli.
Perché con buona pace di Platone che nel suo Parmenide mette il capello tra le cose spregevoli, bisogna riconoscere ai peli una indiscutibile rilevanza erotica, e una qualche importanza in ambiti di critica letteraria, ambiti in cui a volte, appunto per rimanere in contesti pelosi, si trattano questioni di lana caprina.
Veniamo al pelo, di cui si è discusso nel piccolo giro dell'imbuto, con qualche allargamento a giri collaterali.
Si tratta dell'articolo di Antonio D'Orrico su Il grande Gatsby, leggibile a questo link qui
Mi sembra giusto e prevedibile che, in concomitanza con l'uscita del film, Antonio D'Orrico scriva qualcosa sul romanzo.
Mi sembra altresì giusto e prevedibile che Antonio D'Orrico (delle cui opinioni critiche si è già parlato a proposito di L'amministratore di Anthony Trollope) consideri Il grande Gatsby uno dei più grandi romanzi della storia forse il più bello del secolo e non solo americano ma in assoluto anche se secondo me Signorsì di Liala è molto meglio in assoluto, e lasciando stare l'assoluto e limitandosi agli americani secondo me anche The Torrents of Spring di Ernest Hemingway è molto meglio. Peraltro, si è già parlato anche di quel che pensa l'imbuto di Francis Scott Fitzgerald, d'accordo con Marshall McLuhan che in La sposa meccanica lo taccia di volgarità sentimentale.
E fin qui tutto bene.
Ma Antonio D'Orrico se la prende con la traduzione di Bruno Armando che Newton Compton vende a 99 centesimi, e allora mi viene da dire che se Fernanda Pivano è certamente più aderente al testo originale, mi sembra ragionevole pensare che Bruno Armando non sia riuscito a vincere una nausea infrenabile di fronte a una melensaggine come quella dei my younger and more vulnerable years e abbia preferito scrivere, quand'ero più giovane e indifeso.
C'è poi l'altra oscena melensaggine dell'explicit, un paio di righe prima dell'indimenticabile ridicola trovata hessiana delle boats against the current, e qui salta fuori il pelo.
Orgiastic o orgastic?
Pivano traduce orgastico, Armando traduce orgiastico.

Si vuole solo far notare che per trovare orgastic in un dizionario, la parola si trova solo come derivative di orgasmic, e per trovarla come parola per conto suo, ma comunque in relazione a orgasmic, bisogna arrivare fino all'OED online, la versione online dell'Oxford English Dictionary in 20 volumi, che viene aggiornata quarterly e alla quale si può accedere pagando un abbonamento di più di £ 200 annue, che io ho ancora per qualche mese, essendo un gradito omaggio della Oxford University Press a chi acquista lo Shorter OED in due volumi.

E che Fitzgerald abbia tirato fuori una parola simile, mi sembra che la dice lunga sulle sue pretese stilistiche.
Ma c'è inoltre il fatto che se i testi che ho consultato in Rete riportano orgastic, l'unico cartaceo che mi è capitato tra le mani, della Picador, riporta orgiastic.
Quindi di Bruno Armando non si può dire con certezza che abbia lavorato male, ma potrebbe aver lavorato su una versione diversa, o peggio su un refuso.  (bamborino)




A sharp tongue is the only edged tool that grows keener with constant use. (Washington Irving,  Rip Van Winkle)

venerdì 28 giugno 2013

Giorgio Falco


Tullio Avoledo, Andrea Bajani, Matteo B. Bianchi, Carmen Covito, Giorgio Falco, Barbara Garlaschelli, Dacia Maraini, Michela Murgia, Giuliana Olivero, Antonio Pascale, Grazia Verasani, Lavoro da morire. (Einaudi)

Come era prevedibile, l’unico pezzo di letteratura di questa antologia è il piccolo capolavoro di Giorgio Falco, Liberazione di una superficie, brevissimo intensissimo ed elegantissimo nelle sue cadenze di luci polveri odori e rumori, in cui un immigrato vagabondo forse se ne poteva stare a casa sua e magari stava anche meglio, ma per qualche motivo se ne è andato in un paese straniero, probabilmente nemmeno lui sa bene perché, nel gorgo di quella indeterminatezza esistenziale che la globalizzazione e la simultaneità fanno scivolare nella vita di tutti. Uno che starebbe bene in un racconto di Raymond Carver o di Charles Bukowski, e che probabilmente se troverà un lavoro fisso, ammesso che lo accetti, non festeggerà come da prescrizione del Sistema mettendosi in casa un gattino, come fa Agata, l’eponima eroina del racconto che chiude la raccolta.
E per l’appunto Giorgio Falco è anche l’unico che fa qualcosa di diverso dal ripetere quello che, su quest’epoca di crisi, troviamo già scritto in tutti i giornali e vediamo e sentiamo sempre alla televisione, cioè aneddotica da quattro soldi e strappalacrime e politically correct. Che volutamente non l’ho messo in italiano per ricordare a tutti che questa particolare forma di cretinismo ci viene dagli USA.
Perché a cominciare, cioè a finire da Agata di Grazia Verasani, tutti i racconti sono colate di patetico buonismo, con le più grandi chiazze di sbrodolo nelle due storie di disabili, che addirittura non basta che questo qui è in carrozzella e sul lavoro lo trattano male e gli fanno gli scherzi, ma lo disturba persino la Digos perché si ferma a parlare con due peruviani sospettati di spacciare e allora dev'essere che spaccia anche lui.
L’antologia viene poi commentata da una postfazione che racconta la sua origine, ma non rileva quella che forse è la caratteristica più vistosa delle storie di questo volume. Cioè l’assoluta mancanza di qualunque tensione esistenziale. Agata per esempio, vuole un lavoro, ma non le viene mai in mente di domandarsi cosa le piacerebbe fare, di cosa le piacerebbe sapere di più, cosa le potrebbe interessare del mondo in cui si trova a vivere. Agata come gli altri.
Mettendo in evidenza che forse nel Villaggio Globale le persone stanno perdendo la tendenza occidentale a muoversi in direzione dei fini interiorizzati di cui parla Marshall McLuhan, tendenza inutile nel villaggio tribale dell’epoca orale, ma la cui assenza nell’epoca dell’oralità secondaria potrebbe portare, almeno per una larga parte dell’umanità, a conseguenze sorprendenti. Perché se una parte di popolazione si mantiene più colta e meno oralizzata e conserva questi fini interiorizzati, per gli altri le cose si possono mettere molto male. Che forse è quello che sta già succedendo, e che forse si può vedere proprio in questi racconti.
Ma la vera perla è il piccolo saggio di Antonio Pascale sulla catastrofe dell’acciaieria Thyssen dove ci si domanda cosa possiamo fare, oltre a gridare, più o meno retoricamente, contro l’ineluttabile, triste spettacolo, e poi si parla dell’intervento dell’associazione “Psicologi per il popolo” che ha nella sua mission (sic) di intervenire in casi di questo genere e se non ho capito male ma spero di aver capito male però è lì a pag. 104 scritto proprio così, ci si auspica, “per trasformare il trauma in dolore, di socializzare con azioni di debriefing (di nuovo sic) che mettono assieme le persone esposte”.
Viene da domandarsi cosa ne potrebbe pensare, del debriefing e degli “Psicologi per il popolo”, qualcuno di quelli che qualcosa oltre a gridare hanno provato a farla, tanti anni fa e non in Italia. (moll)

A pag. 92 nel racconto di Giuliana Olivero c’è il solito quasi peggio che secondo me vuol dire semplicemente uguale, e dispiace molto trovare, nel racconto di Giorgio Falco, a pag. 45 dei invece che degli, riferito a pneumatici.




L’onnipotenza della ricchezza è, in una repubblica democratica, tanto più sicura in quanto non dipende da un cattivo involucro politico del capitalismo. La repubblica democratica è il miglior involucro politico possibile per il capitalismo; per questo il capitale, dopo essersi impadronito di questo involucro - che è il migliore - fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni né di partiti nell’ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo. (Lenin, Stato e rivoluzione)

domenica 9 giugno 2013


Gaspare Palmieri - Cristian Grassilli, La Psicantria. (edizioni la meridiana)

In Malattia mentale e psicologia Michel Foucault (autore che si è occupato a volte anche di psichiatria ma nella bibliografia di questo libro non c’è) dice che i rapporti sociali, determinati da una cultura nelle forme della concorrenza, dello sfruttamento, della rivalità dei gruppi o delle lotte di classe, offrono al singolo uomo una esperienza della condizione umana in generale in quanto costantemente abitata dalla contraddizione. E continua senza pietà, Michel Foucault, dicendo che il sistema dei rapporti economici consente al singolo di entrare in relazione con gli altri, ma attraverso i legami della dipendenza; le leggi di coesistenza che lo uniscono ai suoi simili in un destino comune ve lo contrappongono altresì in una lotta che, paradossalmente, non è altro che la forma dialettica delle leggi stesse; l’universalità dei legami economici e sociali gli permette di riconoscere il mondo quale patria e di leggere un significato comune nello sguardo di ogni uomo, ma questo significato può anche coincidere con l’ostilità, così come la patria può anche dichiararlo un estraneo.
E Zygmunt Bauman in Voglia di comunità, anche lui a dire un sacco di cose bruttissime, tipo che le aziende odierne pagano i dipendenti in base al tempo di svolgimento delle loro mansioni, ma avanzano pretese su tutte le loro capacità, sulla loro intera vita e personalità, e così i dipendenti devono provare il loro ardore e dimostrare di valere più dei propri colleghi, e non esistono più meriti sufficienti a garantire stabilità per il futuro, e bisogna anche stare attenti al meccanismo di rimozione dei rifiuti (efficientissimo in tutto il mondo capitalista tranne che in alcune zone d’Italia) di cui parlava già Anthony Trollope in Le torri di Barchester, messo in moto in quest’epoca in cui i poveri non servono più come esercito di riserva dei produttori e sono invece diventati consumatori incompiuti e dunque inutili.
Mamma mia che brutto mondo, viene paura solo a pensare di esserci.
Il minimo che ci può capitare è di avere dei disturbi psicosomatici, se non addirittura mentali.
Ma possiamo stare tranquilli, sono tutte balle.
Furio Lambruschi ci rassicura, e in La Psicantria ci spiega che fino a una certa età la sintomatologia mentale e psicosomatica si determina sull’andamento dei legami primari d’attaccamento (sto male quando comincio a sentire insicuro e non più gestibile come ho sempre fatto il legame con mamma e papà), e successivamente sarà sempre più legata a brusche variazioni avvertite nei legami affettivi secondari, vale a dire i nostri legami sentimentali adulti, riedizioni rivedute e aggiornate dei legami primari (sto male quando sento che il legame con mia moglie/mio marito non è più governabile con le stesse modalità interpersonali).
Mamma e papà, moglie e marito.
In Il medium è il massaggio Marshall McLuhan più di quarant’anni fa diceva che il cerchio famigliare si è allargato e che il serbatoio mondiale di informazioni creato dai mezzi di comunicazione elettrici supera di molto ogni possibile influenza che mamma e papà possano ora esercitare, che il carattere non è più formato soltanto da due esperti sinceri e perfetti, e che ora tutto il mondo è maestro.
Anche se non c’è bisogno di Marshall McLuhan per accorgersi di queste cose, la televisione e il computer ce li hanno tutti, ma per la psicologia non esistono.
Volendo andare ad epoche precedenti e in Europa, possiamo leggere quel che scrive Jean-Paul Sartre nel famosissimo racconto Infanzia di un capo, in cui segue lo sviluppo di una personalità appunto attraverso un'esistenza che viene influenzata da fattori quali le scuole frequentate, le amicizie, il senso della propria posizione sociale, i rapporti con la politica e altre sciocchezze irrilevanti di cui si occupano i pensatori di quart’ordine.
E così grazie agli psichiatri e agli psicologi siamo sul punto di vincere finalmente l’infelicità, che presto sarà solo un ricordo di quelle epoche oscure in cui l’umanità era ancora dotata della funzione del pensiero e c’erano dei tristi poveri sciagurati che scrivevano roba come Anna Karenina e sciagurati ancora più tristi e ancora più poveri che questa roba la leggevano. Adesso in tutte le scuole di ogni ordine e grado gli alunni che hanno problemi, chissà chi lo decide che hanno problemi, vengono inviati dallo psicologo/a che in breve i problemi risolverà.
In un contesto generale che non si ferma alla medicalizzazione di tutta l’esperienza esistenziale che già Marshall McLuhan aveva previsto in Gli strumenti del comunicare in cui ci dice che l’immagine televisiva, suscitando un appassionato desiderio di coinvolgimento profondo in ogni aspetto dell’esistenza, crea l’ossessione del benessere fisico.
Qui a pag. 15 Leo Lo Russo ci dice che la psichiatria, non più soltanto disciplina d’organo, bensì sapienza (sic) a trecentosessanta gradi, che poi dico io magari potrebbe essere considerata nel novero delle materie di cui parlano C. K. Ogden e I. A. Richards in The Meaning of Meaning, la psichiatria si dice qui e non gli psichiatri, una psichiatria che interviene nel mondo come una delle divinità omeriche di cui parla Eric Havelock in Cultura orale e civiltà della scrittura, questa psichiatria ipostatizzata (vedi sempre Ogden e Richards) è capace di riassumere la persona nella sua complessità biologica psicologica e sociale. Anche se tutto il sociale di cui si parla in sostanza è sempre solo la mamma e il papà.
Perché al giorno d’oggi anche se ti capita che ti ammazzano il papà in Afghanistan sei lo stesso in una botte di ferro (viene in mente Attilio Regolo), perché ti mandano a casa una psicologa che si occuperà di te e dei tuoi problemi.
E sveglia, gente, perché le problematiche sociali non esistono, nemmeno per disturbi che adesso dilagano e che fino a qualche anno fa erano rarissimi, vedi disturbi del comportamento alimentare e borderline e tossicodipendenze, chissà come mai aumentano, visto che mamma e papà e moglie e marito ci sono sempre stati.
Se per le cosiddette scienze psicologiche non fosse così importante negare l’influenza dei fattori economici e sociali nella nostra vita e nei nostri disagi (vedi René Girard, Anoressia e desiderio mimetico), ci si potrebbe domandare se forse sono cambiati mamma e papà e moglie e marito e se le famiglie di oggi stanno diventando diverse dalle famiglie di una volta, ma lasciamo perdere.
O ci si potrebbe domandare se l’aumento del Disturbo Ossessivo-Compulsivo non possa essere legato a un mondo che mantiene ancora aspetti legati alla frammentazione di tipo tipografico della catena di montaggio ma li disorganizza nella comunicazione a mosaico dei media elettronici.
E a proposito dei mezzi di comunicazione e dell’impatto che questi possono avere sul nostro vivere e soffrire di tutti i giorni, forse per degli addetti ai lavori riguardo all’ansia potrebbe non essere così difficile osservare che Il concetto dell’angoscia di Søren Kierkegaard, come ci fa notare Marshall McLuhan, è stato pubblicato nello stesso anno della nascita del telegrafo.
Altre domande potrebbero venire in mente, per esempio di come mai adesso sta diventando tutto una dipendenza, e il gioco d’azzardo viene messo sullo stesso piano della dipendenza da eroina. Sempre evitando per carità di domandarsi se il gioco d’azzardo non si stia diffondendo grazie alla sua legalizzazione, ci sono i Gratta e Vinci anche negli uffici postali, e se questa legalizzazione, di cui Marshall McLuhan in Gli strumenti del comunicare parlava già nel 1964, non sia come diceva lui un risultato dell’attuale ritorno a costumi tribali.
Che potrebbe essere un tentativo di risposta, il ritorno ai costumi tribali, al quesito di come stia cambiando la famiglia, sia al suo interno sia nei suoi rapporti con la società.
Certo che è difficile pensare che uno/a che si trova a vivere una vita condizionata dall’andamento dei legami primari d’attaccamento, e che non solo non è riuscito/a a liberarsene ai tempi delle ribellioni dell’adolescenza ma anche dopo non si è mai accorto/a che ci sono un sacco di librerie, con tutto che a scuola gliel’avevano detto che per farsi un’idea della vita ci sono anche i libri oltre alle belle parole di mamma e papà, come se nel mondo poi non ci fosse anche il cinema i giornali e la televisione, no, per le psicologie il sociale non esiste, e insomma se uno/a è davvero così, che si frega la vita sui legami primari d’attaccamento, viene il sospetto che in un mezzo a gente che adopera la testa questo/a qui più che un malato/a verrebbe considerato/a semplicemente un/a povero/a cretino/a, tutto con o/a perché vogliamo essere politically correct e non fare discriminazioni di genere.
Ma a questo punto ci viene in mente che forse potrebbe valere la pena di rivedere un po’ anche un discorso sulla presa di potere psichiatrica nella vita quotidiana, che come c’è scritto in The Loss of Sadness di Allan Horwitz e Jerome Wakefield ha trasformato le problematiche esistenziali in sintomi diagnosi e malattie.
Anche se potrebbe essere legittimo il pensiero che, dato che esiste la categoria di quelli che curano le malattie, forse anche questi curatori in un modo o nell’altro devono arrivare alla fine del mese e visti i loro legami primari cioè che devono dare da mangiare ai loro bambini, allora se si inventano ogni mese nuove categorie di malati sarà più facile per i curatori guadagnare qualche soldino in più.
In realtà, è possibile che tutto questo riferimento continuo a mamma e papà che le psicologie fanno fin dai tempi di Freud possa essere collegato all’abolizione, in regime di oralità secondaria (vedi Walter Ong, Oralità e scrittura e ancora Marshall McLuhan, La galassia Gutenberg), del punto di vista individuale tipico dell’epoca tipografica, che viene in questo caso sostituito da uno schema reattivo uguale per tutti, che forse potrebbe essere ipoteticamente collegato al discorso di René Girard sulla mediazione esterna e la famiglia, vedi Menzogna romantica e verità romanzesca.
Schema reattivo che poi viene codificato con precisione dal famoso DSM IV al quale fa spesso riferimento il testo, e che è una classificazione americana dei disturbi mentali. In La Psicantria, e peraltro nemmeno altrove nei templi della psichiatria, nessuno si domanda come mai proprio gli americani abbiano messo in piedi questa classificazione alla quale fa da tempo riferimento tutto il pianeta, e se invece se lo domanda qualcuno dei lettori di questo post, lo invitiamo a una riflessione molto facile, che chissà come mai si è sentita così fortemente la necessità di definire con precisione la patologia mentale proprio in un paese in cui la sanità è nelle mani di compagnie di assicurazione private che quando pagano vogliono sapere precisamente cosa pagano e quindi hanno bisogno di un tariffario preciso e di denominazioni precise per ogni malattia, e forse è possibile che questo DSM IV non esprima tanto un valido pensiero scientifico sulla patologia mentale, ma le necessità di chiarezza degli assicuratori. Ovvero, se si vuol sostituire al fenomeno la sua descrizione, come al giorno d’oggi si fa sempre più spesso, cioè facciamo diventare il disagio un numero del DSM IV, potremmo almeno utilizzare descrizioni nazionali, dato siamo ancora un po’ diversi dagli americani, anche se grazie, tra l’altro, a questi modi di vedere la psichiatria, lo siamo sempre meno, vedi supra quanto detto dello schema reattivo uguale per tutti.
Poi, dato che a pag. 38 compare il sintagma, sesso sregolato, possiamo vedere che psicologi e psichiatri con il sesso hanno come al solito qualche problema, vedi Non occorre essere stupidi per fare sciocchezze di Paolo Legrenzi. Cioè, cos’è il sesso sregolato? E come al solito sarebbe interessante saperne di più, su questo sesso sregolato, perché mi dico, una coppia sposata e fedele che per un po’ ha rapporti due volte alla settimana e poi per un po‘ lo fa tutti i giorni, e poi magari niente per un mese e poi un rapporto isolato e poi dopo due mesi di nuovo a darci dentro tutti i giorni, mi sembra roba fortemente sregolata. 
O una persona che immancabilmente tutti i martedì e tutti i giovedì ha rapporti con un partner diverso fa del sesso sregolato?
Insomma è davvero una seccatura che ci siano dei rompiballe come Michel Foucault e come Zygmunt Bauman e ci meto anche Marc  Augé con Che fine ha fatto il futuro?, che tirano fuori assurdità come la perdita del senso di sé in un mondo sempre più invaso all’ambiguità, dalla globalizzazione, dalla precarietà lavorativa, assurdità complicate che collegano le vicende individuali delle persone al mondo in cui vivono.
Ma nell’epoca del trionfo dell’oralità secondaria, non avremo solo la possibilità di risolvere tutti i problemi con il colloquio psicoterapico, ma potremo fare molto di più, e così arriva la grande trovata.
Perché qui ci troviamo di fronte alla rivoluzionaria novità della psichiatria uditiva, che per essere più piacevole e di maggior aiuto a tutti nella soluzione di ogni possibile problema esistenziale, è addirittura cantata e come tale fiorisce nell’annesso cd.
Si comincia con una bella canzone per spiegare che differenza c’è tra lo psichiatra e lo psicologo (disponibile live qui da YouTube), poi ci sono tante belle canzoni una per ogni disturbo, e alla fine la bellissima canzone  degli auguri dello psicoterapeuta (Anche questa disponibile qui da YouTube), che dopo un rapido richiamo al nostro valore secondo lo stile di una nota pubblicità,  ci invita a superare le nostre difficoltà esistenziali godendoci un tramonto in riva al mare, che è una di quelle esortazioni che sembra di sentire la nonna, e dato che abbiamo a disposizione anche nel telefonino un mezzo elettronico come la fotografia digitale che è adatto a trasformare anche questo tramonto in riva al mare, come dice Marshall McLuhan in Gli strumenti del comunicare, in una merce prodotta in serie, lo psicoterapeuta ci invita a portarci il tramonto a casa facendogli una bella foto.
E non basta, il cd è dotato di geniale copertina tipo Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band ma con molte celebrità della psichiatria tra i personaggi. Forse avremmo preferito la copertina di London Calling magari con una celebrità della psichiatria sotto al basso di Paul Simonon, e crediamo che sarebbe stata più adatta anche la copertina che volevano gli Stones per Beggars Banquet, ovviamente con scritte sul muro completamente diverse.
In chiusura, segnaliamo che in una delle tre (3) prefazioni di questo libro (la mia copia della Storia della follia nell’età classica di Michel Foucault ne ha solo una) quanto attribuito da Marco Rigatelli a Il mito di Sisifo di Marcel Camus non è esatto, in quanto nell’incipit Camus parla del problema se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie e non della matematica e tanto meno delle arti. Si può trovare la citazione completa nel post che abbiamo dedicato a Il soccombente di Thomas Bernhard. (bamborino, herzenstube)




Idealmente, una nuova posizione filosofica, come una nuova barca a remi, dovrebbe essere lasciata in porto per un giorno o due, perché le giunture si stringano gonfiandosi, prima di farne uso costante. (John Barth, L'Opera Galleggiante)

venerdì 7 giugno 2013

Lydia Davis


Lydia Davis, Pezzo a pezzo. (minimum fax)

Gli occhi sono aperti, gli occhi sono chiusi. Se sono aperti ci vedo, se sono chiusi non ci vedo.
E poi c'è la porta, la porta è chiusa, sotto la porta si vede la fessura di luce nel corridoio, spera che qualcuno apra la porta e la luce inonderà la sua stanza buia.
Più o meno tutto così.
Non sono racconti, ma riflessioni e stati d'animo e riflessioni sugli stati d'animo, il tutto ricoperto di una glassa dolciastra che malgrado il travestimento minimalista modernista richiama con forza quella volgarità sentimentale che Marshall McLuhan in La sposa meccanica attribuisce a Francis Scott Fitzgerald, per non dire che fa venire in mente  Hermann Hesse.
Veramente straziante il racconto eponimo, Pezzo a pezzo, in cui nel tentativo affannato di raggiungere un distacco forse  salingeriano il protagonista fa i calcoli di quanto gli sono costati dieci giorni con una donna, ma non può evitare di domandarsi se lei lo ama o no, e rimane sconvolto dal problema esistenziale di non sapere se lei dicendogli che lo ama è sincera.
Il risultato finale, non per lui che comunque si porta a casa una vecchia camicia la cui stoffa morbida è impregnata dell'odore di lei, ma per chi legge, è una miscela di noia e di fastidio. (moll) 

A pag. 15 manca uno spazio.




Wine is a grand thing, it makes you forget all the bad. (Ernest Hemingway, A Farewell to Arms)

giovedì 25 aprile 2013

José Saramago


José Saramago, Il Quaderno. (Bollati Boringhieri)

Innanzitutto mi sembra indispensabile chiarire che io sono un accanitissimo dietrologo complottista paranoico a 365 gradi, cioè da tutte le parti in tutti i modi e tutti i giorni dell’anno.
Altra cosa da chiarire, benché io non sia affatto né sia mai stato un suo sostenitore, sono convinto che ci sia una forte evidenza che Silvio Berlusconi è una persona di notevole intelligenza, e che di ciò lo stesso Silvio Berlusconi abbia dato anche personalmente da molti anni ogni possibile prova.
Non solo. Mi sembra poi altrettanto evidente, e ancora più evidente dopo le recenti magre figure dei suoi principali avversari compresi quelli che a forza di dire che se ne doveva andare invece se ne sono andati loro, che fino a oggi Silvio Berlusconi ha dimostrato ampiamente di essere anche un uomo politico di cospicue capacità.
Cioè sarebbe ora di smetterla, di dire cose tipo nano con manie di grandezza perché, comunque lo si voglia considerare, mi sembra indiscutibile che se c’è uno in Italia che si può permettere di pensare a sé stesso in termini di grandezza, questo è Silvio Berlusconi.
Bene o male, è indiscutibile che è diventato il numero uno in tutto quello che ha fatto e non credo che ci sia bisogno di essere uno psefologo professionista per vedere che è l’unico presidente del consiglio che è stato eletto per tre volte direttamente dal popolo e se forse non è il più grande statista della storia d’Italia, è sicuramente, con buona pace di quelli che credono di fare gli spiritosi con la sua statura come peraltro si fece anche con Abramo Lincoln, Berlusconi è sicuramente un personaggio gigantesco, anche una parte del suo gigantismo è probabilmente dovuta alle dimensioni modeste di coloro che lo circondano, e alla dimensione politica minuscola dei suoi oppositori.
Con buona pace della infinita pubblicità che gli è stata fatta per i suoi stravizi erotici, con grida alla vergogna d parte di chi invece avrebbe da vergognarsi ben più di lui, e per la propria pochezza politica.
Insomma Silvio Berlusconi forse non è un noumeno, ma sicuramente è un fenomeno.
Chiarite queste cose, prendiamo in considerazione lo scenario in cui questo libro era arrivato nelle librerie.
Avevamo l’ottantaseienne José Saramago che decide sconsideratamente di dare alle stampe il risultato dell’infelice idea di farsi un blog, e secondo me nelle redazioni delle case editrici, che il grande scrittore (oltretutto premio Nobel) ha abituato a ben altro, leggono, non credono ai propri occhi, ma nessuno ha il coraggio di dire, Noi questa zuppa noiosissima non la stampiamo, che se non si sapesse che l’ha scritta Saramago farebbe solo pena (anche se secondo me a sapere che l’ha scritta lui fa ancora più pena).
All’estero non so come possano aver risolto il problema, ma qui in Italia la soluzione era pronta a portata di mano, perché nel blog Saramago parla male di Silvio Berlusconi e allora, Sai il trucco? diciamo che l’Einaudi, che è sempre stata la sua (di Saramago) casa editrice ma che è di sua (di Berlusconi) proprietà, non l’ha voluto pubblicare per questo motivo che parla male del padrone, così il libro lo mette fuori Bollati Boringhieri e vedrai che tutti ne parlano e anche quelli che Saramago non sanno nemmeno chi è e in casa hanno solo un libro di cucina, con questo qui di libri arrivano ad averne due.
Non conosco il risultato di vendite, ma non riesco ad immaginare un’altra possibilità.
Anche perché se José Saramago qui parla male di Berlusconi, poco dopo parla peggio, e molto peggio, della sinistra in generale, e Silvio Berlusconi, che ho già detto che secondo me è persona di grande intelligenza, di tutta questa operazione potrebbe aver pensato, Sì, me ne diranno dietro ancora una volta di tutti i colori, ma intanto parlano di me, e come al solito la pubblicità me la faranno soprattutto quelli di sinistra.
Fine dello scenario dietrologico complottista.
Passo al libro.
In cui si trovano cose bellissime, come le osservazioni sulla differenza tra il pensiero e la parola del giorno 17 dicembre 2008.
Ma è poca roba in confronto con uno dei più noiosi ammassi di sciocchezze e di sparate buonistiche che mi siano mai capitati tra le mani.
Innanzitutto la posizione di Saramago nei confronti di Dio. Che secondo lui non esiste, e anzi la sola idea di Dio è un danno, vedi le guerre che si sono sempre combattute nel Suo nome, e che se fossimo tutti atei non ci sarebbero state.
Ora, a un uomo di ottantasei anni si possono perdonare molte cose, ma che mi si venga a scrivere con pretese di autorevolezza che le religioni hanno generato delle guerre, invece che essere state usate come copertura di interessi economici, che una cosa così me la dica un sedicente comunista che quando gli fa comodo si dimentica dell’esistenza del denaro, be’, mi sembra proprio grossa.
Del resto a questo proposito mi viene in mente Gilbert Keith Chesterton, che non mi ricordo dove ha detto che da quando non credono in Dio gli uomini non è che non credono più a niente, si sono messi a credere a tutto. E mi viene in mente anche Maurice Merleau-Ponty, che dice in Il primato della percezione e le sue conseguenze filosofiche che è proprio dell’uomo pensare Dio, senza che ciò voglia dire che Dio esiste. E José Saramago non fa eccezione: non crede in Dio, quindi crede a tutto, e anche se non crede in Dio, è un uomo e il pensiero di Dio gli riesce comunque inevitabile.
Risultato, José Saramago non crede in Dio, ma ha una fede incrollabile in Barack Obama, e credo che non ci sia altro da dire: eravamo ormai abituati all’entusiasmo di tutta la sinistra mondiale, convinta che il presidente degli Stati Uniti questa volta non fosse un uomo politico legato a interessi diversi da quelli del suo predecessore, ma fosse un Santo se non addirittura un Profeta della Rivoluzione.
D’altra parte Saramago ha detto anche che la sinistra non ha la più schifosa idea del mondo in cui vive, e quindi sarà interessante vedere che idea c’ha lui, del mondo in cui vive. E che idea ha, ha la solita idea del buonismo sinistro (sinistro in quanto di sinistra e in quanto questo è un modo di pensare veramente sinistro), ovvero una visione della realtà in cui si accomunano gli ebrei, i comunisti, gli zingari e gli omosessuali, in quanto minoranze (leggere per credere, pag. 128). Ora, che i comunisti si possano considerare una minoranza, io questa è la prima volta che la sento. Voglio dire, ebrei e zingari si nasce, omosessuali non so ma tutto sommato credo di sì, ma comunista non ci è mai nato nessuno. E chiamare minoranza i sostenitori volontari e consapevoli di un pensiero politico, be’, mi sembra abbastanza diciamo una sciocchezza.
E infatti non credo che sia mai successo che il numero degli ebrei o degli zingari cambiasse tra un turno e l’altro delle elezioni politiche, come del resto non è mai successo che un ebreo o uno zingaro cambiassero idea e diventassero, si fa per dire, neri o asiatici, e nemmeno delle vie di mezzo. Come può succedere che a uno/a piacciano allo stesso modo gli uomini e le donne, ma non ho mai sentito parlare di comunisti che fossero contemporaneamente di estrema destra, anche se posso riconoscere che ciò si potrebbe essere verificato proprio nel caso di José Saramago, vedi sotto, quel che dice sulle pensioni.
Passo oltre, sempre sul tema del famoso scrittore comunista, per arrivare a quando parla delle FARC, Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane, che siccome rapiscono e ammazzano Saramago li chiama terroristi.
Delle FARC io non so nulla, ma so che qualcuno, tanti anni fa, quando essere comunista voleva dire qualcosa di diverso che prendersela con i ricchi e lamentarsi per le guerre e parlar male del Vaticano e venerare il presidente degli Stati Uniti, qualcuno (mi sembra che era un cinese) ha detto che la rivoluzione non è un pranzo di gala eccetera ma un atto di violenza.
Insomma la vis comunista di José Saramago si esprime nel dire in continuazione che i poveri stanno male e i ricchi stanno bene alle loro spalle, che nelle catastrofi naturali vengono danneggiati solo i poveri e via così, e se ci lascia sorpresi quando parla di quelli che tentano di fare la rivoluzione, il suo slancio verso il cambiamento e il rinnovamento diventa francamente imbarazzante quando incontriamo la vera perla incastonata nel libro, che è il post dedicato a Rita Levi Montalcini.
Per Saramago l’incontro con lei dev’essere stato una vera epifania (sic), e si rende conto di aver incontrato l’anima gemella quando la nostra Rita gli dice di essere contro le pensioni o qualunque altri tipo di sussidio (leggere per credere, pag. 75). Grazie, sentitamente grazie da tutti noi, in Italia e nel mondo, e se ce ne fossero di più, di comunisti come Saramago, come sarebbe bello. Mentre Silvio Berlusconi, giustamente, continua a ridere dei suoi avversari.
E se Saramago si fosse limitato a queste trovate, il libro sarebbe stato noioso e irritante, ma senza arrivare ai livelli di strazio, da Facebook, dei racconti di commemorazioni e cerimonie varie a cui viene invitato e delle promozioni del suo ultimo romanzo, e dei post sui nipotini e sul proprio cane, che somiglia al cane d’acqua portoghese, che è il tipo di cane che Obama ha promesso alle figlie, oh quale onore, tempi nuovi si profilano per il Portogallo (leggere per credere, pag. 160).
Strazio ridicolmente autoreferenziale, come la copertina con la faccia di Saramago vista da uno specchio in cui lui stesso si sta guardando, come dire qui c’è il vero rispecchiamento dell’uomo colto appunto nell’atto dell’autocontemplazione. Che poi, nel chiudere il libro e nel rivedere la faccia rispecchiata, mi è venuto in mente che Saramago nel blog ha parlato spesso delle donne, e posso capire che alla sua età di certe cose uno si possa anche dimenticare, ma insomma sembra che l'unico punto di vista da cui non prende in considerazione le donne sia quello da cui le prendo principalmente in considerazione io. 
Insomma, José Saramago, ben consapevole della propria indiscutibile maestria, confermata dal premio Nobel, e che il premio Nobel sia l’immancabile certa conferma di un grande scrittore lo dice a pag. 161, ha pensato di fare un blog ma non ha pensato che forse scrivere giorno per giorno quello che gli veniva in mente, e scriverlo e comunicarlo immediatamente, era diverso da fare un romanzo. Cioè era qualcosa di molto vicino al giornalismo, ma un po' peggio.
Considerazione che potrebbe dare inizio a un discorso sui cambiamenti che ha portato la scrittura nell’organizzazione e nell’articolazione del pensiero (vedi Walter Ong, Oralità e scrittura è un testo indispensabile per qualunque riflessione su questi temi), sugli ulteriori cambiamenti dovuti alla tipografia a caratteri mobili, sui cambiamenti che si stanno verificando ora con l’uso del pc e della comunicazione via sms e Internet, che aprono questioni totalmente imprevedibili fino a pochi anni fa.
Cioè l’abbiamo già detto, ci troviamo di fronte alla novità assoluta di un linguaggio scritto che si genera e si trasmette con una velocità paragonabile a quella del linguaggio parlato, e cosa può succedere nelle nostre menti a partire da adesso, soprattutto cosa può succedere nelle menti di coloro che non hanno formato il proprio pensiero ai tempi del linguaggio scritto come era fino a poco tempo fa, quello che può succedere non lo possiamo sapere.
Insomma, dal tempo dell’invenzione della stampa a caratteri mobili un libro più irrilevante di questo forse non s’era visto, ma qui in un certo senso è il bello, qui è la vera festa, che questo Il Quaderno non è un libro, è un blog che poi è stato stampato per fare un po’ di soldi e allora ci diciamo evviva, se qualcuno ha paura che ci avviciniamo alla morte dei libri può star tranquillo.
Perché appunto anche per uno come José Saramago che sa trattare la parola scritta come pochi hanno saputo fare, nello scrivere un blog qualcosa nella mente gli si è trasformato, al punto da cancellare tutta l’eleganza e l’incisività stilistica del Saramago scrittore, giornalistizzandolo nella forma e nei contenuti e allora non ci dovremo preoccupare, che i blog scritti giorno per giorno come comunicazione personale tipo Facebook andranno avanti e di questa roba ce ne sarà anche sempre di più, ma la letteratura e i libri non moriranno mai.
Anche se intanto io penso ai giorni fatati di quando avevo letto La zattera di pietra e poi poco tempo fa Il viaggio dell'elefante e mi dico che spero che questo libro finto non mi rovini i prossimi libri veri che leggerò di Saramago.
Ma penso anche a tutto quello che si potrebbe dire, e che in effetti è stato detto, per dirne solo uno da Harold Bloom, per esempio su Dostoevskij, sulle sue idee politiche e su quel che era come persona, e Dostoevskij faceva abbastanza schifo per entrambe le cose, e come dice apertamente David Foster Wallace in Considera l'aragosta, per molti versi era uno stronzo, ma ha scritto comunque quello che ha scritto Dostoevskij, e poi cosa dire di Céline, ma l’uomo è l’uomo e ha il diritto di essere quel che vuole, e lo scrittore è un’altra cosa, e le miserie politiche ed esistenziali dei Grandi non sono affar nostro.
E alla fine, a un uomo di ottantasei anni si possono perdonare molte cose. (bamborino)

P.S. Dato che la Wikipedia segnala tra le particolarità stilistiche di José Saramago che non usa le virgolette per  delimitare i dialoghi, mi sembra giusto ricordare che i dialoghi senza virgolette indicati semplicemente da una iniziale maiuscola come fa Saramago, compaiono già in La paga dei soldati di William Faulkner datato 1926.

A pag. 60 abbiamo un bel le al posto di gli, c’è una certa incertezza su come si chiami Chico Buarque e anche su Cecil B. DeMille, a pag. 79 c’è una acquacultura (del resto se c’è la cultura del vino ci sta anche la cultura dell’acqua), a pag. 88 c’è una jaguar minuscola, con un natale minuscolo a pag. 116 (è un refuso o Saramago l’ha scritto così per sprezzo delle feste religiose?), a pag. 97 troviamo un conquantanove, a pag. 114 un permanentemente.




A mio parere chi vuole scrivere un libro farebbe bene a riflettere parecchio sull’argomento che intende trattare. (Søren Aaybe Kierkegaard, Il concetto dell’angoscia)

lunedì 25 marzo 2013

Chris Abani


Chris Abani, L’ambigua follia di Mr. Black. (Fanucci)

Il protagonista è un nero, appunto Mr. Black, che dipinge murales e va in giro a fare il mimo vestito da Capitan Uncino e vive un po’ in un furgone Volkswagen giallo, cioè per la precisione giallo canarino, e un po’ in una specie di astronave (spiega il fatto dicendo che l’astronave è la sua anima) che si è costruito sul tetto della casa di una sua amica.
Non basta. L’amica di mestiere fa tatuaggi in un posto dove per entrare bisogna avere delle cicatrici evidenti, e lui la cicatrice ce l’ha perché prima dell’inizio del romanzo si era ferito profondamente la guancia sinistra con un coltello, per evitare di gettarsi da un ponte.
Non basta. La tatuatrice fa il suo lavoro in stato di trance, sospesa sopra i clienti per mezzo di ganci che si attaccano a degli anelli d’acciaio che si è fatta infilare nella pelle della schiena.
Non basta. Mr. Black è innamorato di un travestito che fa spogliarelli e si prostituisce e il romanzo ci regala (si fa per dire, perché abbiamo speso 16 euro) una scena di sesso abbastanza noiosa e abbastanza bavosa nel locale dove lavora il trans, dopo di che Mr. Black, che da ore e ore ha un’erezione di cui non riesce a venire a capo, finalmente si masturba con successo nel gabinetto del locale stesso, guardando un altro avventore che si masturba anche lui dopo essersi sciolto i lunghi capelli.
Non basta. Figuriamoci se a un certo punto non salta fuori un nano (vedi post su Donald Barthelme e James Purdy), e ci sono anche le apparizioni dell’arcangelo Gabriele, a volte in forma umanoide, più spesso in forma di piccione.
Non basta. La copertina ha un’orribile scritta rossa e lucida in rilievo, e non sono riuscito a trovare il titolo originale.
A pag. 72 mi sono detto che bastava e ho chiuso il libro, pensando che era un peccato, tutto questo addensamento di trovate mirabolanti e mirabolantemente disgustose scritto in uno stile che corre via facile con un ritmo come di onde, proprio bello, e ho salutato con rammarico l’Autore, che dal risvolto di copertina mi guardava dal basso con una facciona da obeso. (blifil)




Quando non si ha una vita propria, si diventa come una macchina da scrivere. (John Dos Passos, Manhattan Transfer)

giovedì 28 febbraio 2013

Augusten Borroughs


Augusten Borroughs, Correndo con le forbici in mano. (Alet)

Attratto dalla bellissima copertina, come sono sempre quelle della Alet, e dagli slogan pubblicitari dell’interno (Borroughs faceva o fa il copywriter), mi sono comprato questa spaventosa accozzaglia (forse sarebbe più giusto dire accazzaglia) elencativa di personaggi improbabili che vivono in un ambiente bizzarro e fanno cose bizzarre e alternative, a volte strepitosamente bizzarre e alternative come mangiare cibo per animali e lasciare per un anno una carcassa di tacchino sul televisore, che ti fa venire in mente che in realtà tutta questa bizzarria alternativa devono essere convinti che sia una gran figata perché se pensassero che il tacchino è solo un pezzo di roba sporca qualcuno che passa di lì prima o poi in un anno lo tira via, ma se tutte le volte che lo vedevano pensavano ma guarda che figata alternativa, non basta il resto ma siamo così alternativi che lasciamo anche in giro il tacchino, ecco, secondo me Borroughs mentre scriveva pensava anche lui ma guarda che figata fuori dell’ordinario che sto scrivendo, che riesco a far diventare straordinaria anche la divisa di poliestere di McDonald’s, chi l’avrebbe mai pensata la figata alternativa di tenersi su la divisa di poliestere di McDonald’s fino a quando puzza.
E cos’è qui la figata fuori dell’ordinario, non è lo stile perché lo stile è banale qualsiasi, non è il ritmo perché il ritmo non c’è e la storia inciampa tutto il tempo, non è la struttura perché anche la struttura non è niente di speciale per non dire che non è niente del tutto, signore e signori la figata è che questo libro è pieno di figate alternative e se non sei di quelli che gli piace dirsi ma che figata che sono così alternativo, alla fine questo libro non m’è piaciuto. (saposcat)




Invecchiare in fondo non significa altro che non avere più paura del passato. (Stefan Zweig, Ventiquattr’ore della vita di una donna)

domenica 24 febbraio 2013

Michel Faber


Michel Faber, I gemelli Fahrenheit. (Einaudi)

La copertina presenta bene il contenuto del libro.
C’è un racconto di uno che si è perso e si ritrova con addosso una maglietta speciale per cui va a finire in un posto dove raccolgono i barboni dispersi e qui si scopre che sul davanti della maglietta ci sono scritte le circostanze della scomparsa e probabilmente sul dietro c’è scritta la storia della loro vita ma in maniera incomprensibile e comunque è vietato leggerla, e nel posto ci sono letti a castello di dodici piani e altro.
C’è un racconto su un tale che si sveglia dopo cinque anni di una specie di coma e in famiglia c’è un certo imbarazzo.
C’è un racconto con una ditta che impianta nelle case finestre tecnologiche che fanno vedere il panorama che si vuole.
C’è un racconto in cui sessantasei facoltosi uomini d’affari si trovano più o meno periodicamente nella sala conferenze di un albergo di Giacarta per ascoltare una giovane indonesiana che fa una specie di lezione sulle noci di cocco e si masturbano nell’ascoltarla, con chiusura del racconto sulla triste condizione del sessantasettesimo, che ha perso l’aereo e si trova lì, all’aeroporto, sperduto e disperato.
C’è un racconto con un tale che ammazza tranquillamente due donne e poi per sbaglio va a casa della mamma.
C’è un racconto con due bambini che vivono in una tundra polare e vanno da soli a portare in slitta e cani il cadavere della madre in una casa e quando tornano trovano il padre con un’altra donna e allora se la filano in elicottero.
Faber ha una scrittura sciolta e piacevole ma in questi racconti la rappresentazione del disagio esistenziale postmoderno si arrampica per situazioni estreme e appare decisamente voluta e suona in qualche modo falsa e soprattutto vuota.
E fredda.
Forse perché all’Autore manca il dono dell’ironia e nell’incapacità di decidere tra la fantascienza e il realismo lo sforzo vano di essere come Kafka e di battere Philip Dick e Raymond Carver si fa sentire troppo e si comunica al lettore, che riesce ad arrivare fino in fondo ma al prezzo di qualche fatica.
E allora di kafkiano c’è questo, che sono duecentocinquantasei pagine di idee geniali ma alla fine è come non aver letto niente. (blifil)




Essere morti è della massima importanza. (Virginia Woolf, La festa)

martedì 19 febbraio 2013

Jennie Walker


Jennie Walker, 24 per 3. (Einaudi)

Problema, qual è la nicchia di mercato di questo libro.
Cioè d’accordo, uno/a lo legge e si sente una figata. A parte che ci si sente già una figata anche solo al cospetto della elegantissima e strabellissima copertina, e tutto il libro inteso come oggetto è compostamente meraviglioso nella sua bellezza di colore dimensione consistenza. Arioso e rinfrescante anche solo a guardarlo.
E si legge bene, va via in fretta. Però che sia ben chiaro, Jane Eyre va via molto, molto più in fretta.
Una cosina così, sulle imprevedibilità e sulle irregolarità in mezzo a quelle che dovrebbero essere le regolarità dell’esistenza che proprio nel suo dipanarsi in mezzo a infiniti regolamenti si rivela sempre inaffidabile, insomma le solite cose che le abbiamo già lette mille volte, con il diecimila volte già letto (sic) adulterio come generatore di incertezze esistenziali, chi la dovrebbe leggere, una cosina così.
Pur nella sua eleganza di presentazione e nella sua indiscutibile eleganza di scrittura.
Cioè, forse qualcuno/a che ha già letto tutto e non sa più cosa leggere. Se ha già letto anche Chin P’ing Mei, e poi ha letto anche Il viaggiatore incantato.
O forse qualcuno che ha letto poco, ma proprio tanto poco, e con questo libro se la sfanga con la piccola fatica di 126 pagine da 1700 battute con cui porta a casa ripetute subentranti eleganze, di cui non ultima è la sciccamente bizzarra eleganza dell’evento che percorre i fatti e con essi si interdenta, la partita di cricket Inghilterra-India che dura i cinque giorni del nostro romanzino.
Il tutto qua e là spruzzato di occasioni di riflessione filosofica che offrono una ulteriore conferma interiore della propria raffinata altoculturale intellettualità e non solo, permetteranno di consigliare il libro a un amico/a, cui peraltro si sarà già consigliata con successo la lettura del grande Milan Kundera. (moll)

P.S. Dopo aver comperato il libro, mi sono accorta che sulla quarta di copertina è riportata l’opinione che Lui (cioè Mick Jagger) ha dato del libro: “Fantastico”. Voglio che sia ben chiaro che la mia valutazione non entusiastica di quest’opera non comporta una qualsiasi mia opinione e tantomeno una qualsiasi presa di posizione da parte di questo blog sui gusti letterari di un uomo che ha lasciato un’impronta fondamentale nella storia della musica, che è una delle incarnazioni dell’Eros, e che ha tra l’altro scritto il testo di Satisfaction, che secondo me e secondo gli altri che partecipano a questo blog è una delle più complete rappresentazioni dello spirito della seconda metà del XX secolo.
A pag. 71 viene presa la decisione di tenere il singolare per mango al plurale, che sarebbe ineccepibile se mango fosse una parola inglese, ma il mango si vende da tempo anche in Italia, in italiano si chiama mango, e il plurale di mango, vedi Devoto – Oli, è manghi. Forse più significativa, nell’ambito di un testo pervaso dallo spirito della trovatina originale, ma forse anche celestialmente ridicola, appare la decisione presa a pag. 99 di tradurre l’inglese upgraded con l’italiano (italiano?) upgradato. Venghino venghino siorre e siorri al circo della degradazione (o forse a questo punto si dovrebbe dire degradation? o degradescion?) della lingua.




Le conversazioni a letto oscillano fra l’enigma e la trasparenza. (Roberto Bolaño, I detective selvaggi)

martedì 18 dicembre 2012

Aaron T. Beck, Ring Lardner


Aaron Temkin Beck, L’amore non basta. (Astrolabio)

Ring Lardner, Prima di sposarti ero molto più in forma. (Mattioli 1885)


Il libro di Aaron T. Beck ha un sottotitolo che compare fin dalla copertina, Come risolvere i problemi del rapporto di coppia con la terapia cognitiva.
Si tratta di un manuale di intervento matrimoniale rivolto non agli specialisti ma al pubblico generale, che si immagina potrà trovare in questo agile volumetto di 310 pagine la soluzione di ogni problema coniugale. Ma anche se il raddrizzamento delle banane è di solito solo di poco più difficile che trasformare uno stronzo/a in una persona decente, la terapia cognitiva mette a nostra disposizione i potenti mezzi di una visione rivoluzionaria dei rapporti coniugali.
E per Aaron T. Beck uno dei misteri della nostra società è come l’amore, che può sollevarsi alle stelle, possa anche svanire, lasciandosi dietro una nube di delusioni, frustrazioni e rancore. Che non capisco cosa intenda dire, con questi misteri della nostra società, se secondo lui in altre società l’amore non svanisce, cioè ai tempi del feudalesimo o nell’epoca libertina prima della rivoluzione francese, secondo lui si amava una volta per tutta la vita e se secondo lui questo avveniva anche nei paesi comunisti, o se intenda dire che in altre società questo fatto non è un mistero.
Tuttavia malgrado questo mistero, per Aaron T. Beck nonostante la varietà dei gusti individuali c’è una notevole universalità di vedute sulla natura dell’infatuazione, in cui i pensieri sulla persona amata e la sua immagine sono la forza trainante, e benché le emozioni dell’amore siano le più vistose, in realtà a guidare i sentimenti è la visione che si ha dell’amato.
Ora, va bene non avere le idee chiare, ma mi piacerebbe sapere cosa mai potrebbe guidare i sentimenti di una persona innamorata, se non i pensieri che ha della persona amata e la sua immagine e la visione che ha dell’amato/a. Forse il pensiero delle sue scarpe o delle sue mutande, decisamente probabile in casi di feticismo ma non certo generalizzabili, o meno probabilmente ma sempre patologicamente il pensiero o la visione del suo luogo di lavoro o di suo zio.
E questi sarebbero i risultati della rapida crescita delle conoscenze sul funzionamento mentale cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni, come dice Beck nelle prime righe del libro, scrivendo nel 1988.
E infatti.
Poche pagine dopo l’inizio, l’Autore ci fornisce un elenco delle forze che dovrebbero tenere insieme una coppia. Ovvero, amare ed essere amati secondo lui è senza dubbio una delle esperienze più ricche che si possano avere, alla quale vanno aggiunti quelli che egli chiama gli altri effetti secondari del rapporto: l’intimità, l’amicizia, l’accettazione, il sostegno, per ricordarne solo qualcuno, e si ha una persona che ci consola quando subiamo una perdita, che ci solleva lo spirito quando siamo scoraggiati e condivide il nostro entusiasmo quando ci capita qualcosa di buono.
Facciamo finta che fin qui tutto bene. Cosa vuol dire che amare ed essere amati è una delle esperienze più ricche che si possano avere, non è proprio chiarissimo, cioè si può dire che si ama Mozart, si può dire che si ama un figlio o che si ama la mamma, si può dire come capita sempre più spesso di sentire, che si ama un cane e si può anche credere di essere amati dal cane, poi ci sono quelli che dicono di amare la natura e via di questo passo, che cosa voglia dire amare non è proprio chiarissimo, e in un libro che parla dell’amore, anche se dice che l’amore non basta, sarebbe interessante che il concetto venisse chiarito dall’inizio. Dati anche i già menzionati risultati della rapida crescita delle conoscenze sul funzionamento mentale cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni.
Anche perché se ci limitiamo ai rapporti interpersonali e se vogliamo mettere tra le nostre esperienze in questo campo anche gli amori di cui ci è stato raccontato, l’amore di Knightley per Emma in Emma e l’amore di Edward Ferrars per Elinor in Ragione e sentimento  di Jane Austen e l’amore di Charles Alavoine per Martine in Lettera al Lettera al mio giudice mio giudice   di Georges Simenon sono tre paia di maniche ben diverse. 
Poi sarebbe bello chiarire anche che cosa vuol dire un’esperienza ricca, tutto sommato amare ed essere amati in quel modo che porta a metter su un cosiddetto rapporto di coppia è una cosa che capita a parecchia gente, e per quelli che ho conosciuto io non mi è mai sembrato che fossero stati poi tanto arricchiti, che anche questo chissà cosa vuol dire, da questa esperienza. Cioè, sposare una persona con un sacco di soldi può ben portare a un arricchimento, e in un senso facilmente comprensibile con indiscutibile chiarezza, ma per un eventuale arricchimento interiore, direi che forse la lettura di Anna Karenina può dare qualcosa di più. E comunque potrebbe venire in mente che anche fare l’infermiere o il taxista come esperienze ricche non sono da poco.
Voglio dire che avere a che fare con una persona e amarsi, non c’è dubbio che è una cosa bellissima, ma se si fa una questione di ricchezza interiore, boh. Però forse, con un numero abbastanza alto di persone amate e da cui si è amati, allora l’esperienza forse si fa più ricca, anche se non credo che Aaron T. Beck intenda questo.
Ma l’Autore non si ferma qui e aggiunge, alle altre bellezze del rapporto di coppia, quello che chiama il vantaggio della gratificazione sessuale. Cioè quell’insieme di cose che fanno a letto e spesso anche altrove due persone che si amano, Aaron T. Beck le definisce gratificazione sessuale. Cioè nell’amore c’è anche questa cosa fantastica, la gratificazione sessuale. Bel colpo.
Per non dire che verso il finale Aaron T. Beck illustra addirittura una serie di procedure per evitare l’aggressione con rischio di danni fisici, e per non dire che, quando arriva il momento del calo del reciproco desiderio sessuale, cioè per esprimersi come lui quando diminuisce il vantaggio della gratificazione sessuale, il libro consiglia anche qui una serie di procedure atte ad ottenere un miglioramento in questo campo, basate sostanzialmente sull’estrinsecazione e sul chiarimento di quello che ai due piace fare a letto, per esempio le differenze di stile e le preferenze particolari circa i preliminari, procedure che secondo Aaron T. Beck aumenterebbero il desiderio. Cioè dopo un tot di anni di matrimonio e di scopate questi due si mettono a chiarirsi le idee su come scopano, e c’è da domandarsi cosa abbiano fatto a letto fino a quel giorno. Così il discorso di questo libro si chiude con una sua coerenza, sulle problematicità della gratificazione sessuale gestite con la logica di un problema aziendale.
Insomma tutto il libro si dedica allo spezzettamento di un rapporto interpersonale in diverse condizioni osservabili, trattando tutto a prescindere dal fatto che questo tutto consiste molto semplicemente nella vita di due persone, dotate ciascuna di caratteristiche individuali irripetibili. Ma nel 1988 parlare di risultati della rapida crescita delle conoscenze sul funzionamento mentale cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni significava tirare in ballo il modello cibernetico della mente, che considerava la persona non come una persona ma come un elaboratore di informazioni paragonabile a un computer. Oltre all’azzeramento dell’individuo, che diventa semplicemente un nodo in una rete di rapporti, caratteristico della psicologia cognitivista, mentre non dimentichiamo Viktor Frankl che in Logoterapia e analisi esistenziale ha detto che il motivo che muove gli psicologismi, la loro oscura aspirazione, è la tendenza a svalorizzare ogni contenuto spirituale.
E alla fine il libro di Beck probabilmente è rivolto a quelli che si sono sposati senza amarsi in nessuna delle accezioni umane della parola, e non sanno e non hanno mai saputo nemmeno che cos’è quella voglia tremenda che ti viene di fare l’amore con una certa persona e solo con quella, e a questo proposito si accontentano del cosiddetto vantaggio della gratificazione sessuale.
Fino a quando quella voglia magari non la scoprono improvisamente per un’altra persona, e allora mi sa che non c’è manuale di terapia cognitiva che tenga. (herzenstube)

Chi ha l’abitudine di frequentare le librerie ricorda certo un piccolo manifesto dell’editore Einaudi che riportava un brano del III capitolo di Il giovane Holden (per Salinger abbiamo un post su Nove racconti), in cui si dice che ci sono dei libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. Poi Salinger mette due nomi, e uno di questi nomi è Ring Lardner.
Abbiamo già rilevato che Noam Chomsky in Linguaggio e problemi della conoscenza dice che si imparerà sempre di più sulla vita dell’uomo e sulla sua personalità dai romanzi che non dalla psicologia scientifica.
E appunto questi racconti di Ring Lardner con prefazione nientepopodimeno che di Sherwood Anderson sono tre approfondimenti sul tema del matrimonio, matrimonio alle nozze d’oro, matrimonio dalla luna di miele a qualche anno dopo, matrimonio consolidato.
Forse sono anche un approfondimento sul tema dello stronzismo.
Ma in realtà questi tre capolavori parlano di tutto.
Dell’impossibilità di rapporti interpersonali decenti in una società in cui non esistono possibilità di definizione individuale che non siano basate sul denaro e sulla posizione sociale nelle inaffidabili gerarchie del capitalismo.
Della profonda difficoltà che possiamo avere a renderci conto di cosa va e di cosa non va nelle persone che ci stanno intorno e soprattutto di cosa non va in noi stessi.
Mentre restiamo comunque attaccati alle nostre cose, anche quando sappiamo benissimo che non vanno bene.
In sostanza questi racconti parlano di persone legate al proprio ambiente e alla propria storia, che in questi ambienti e in queste storie ci stanno male. Dell’assoluta semplicità e dell’inestricabile complicazione della vita di tutti i giorni. Con lo strazio della distanza tra le nostre tensioni esistenziali e quello che la vita ci ha fatto trovare lì, con la paura che abbiamo di dirci che abbiamo sbagliato tutto e la fatica che facciamo tutti i giorni per ripeterci che no, non abbiamo sbagliato e va tutto bene, anche se lo sappiamo benissimo che non è vero.
Ring Lardner scrive in uno stile di semplicità estrema, di una tale semplicità da apparire brusco.
Prima di sposarti ero molto più in forma è un titolo escogitato dall’editore, tratto da una frase del primo racconto, probabilmente perché si voleva dare l’idea di una lettura divertente. Ed è vero che di solito Ring Lardner fa anche ridere.
Anche. Quando vuole.
Cioè fa ridere nel mare di affettuosa amarezza con cui guarda i suoi personaggi. E in questo affetto per le persone più fragili Ring Lardner è molto vicino a Raymond Carver.  (bamborino)

P.S. Per Ring Lardner negli Stati Uniti degli anni Venti del secolo scorso quelli del Rotary erano dei coglioni. Non so come sia messo il Rotary qui da noi adesso.

A pag. 23 di Prima di sposarti ero molto più in forma c’è un casino per cui si dice il contrario di quello che sembra dovrebbe essere il senso del discorso, a pag. 35 manca le, a pag. 49 manca ha, a pag. 37 c’è un bel nove e mezza ma a pag. 76 c’è nove e mezzo, a pag. 50 c’è un bagnasciuga invece della più corretta battigia, che ci auguriamo sia solo per sbaglio.




L’amore non è una sorta di cibo, sebbene l’odio sia un’ortica saporita. (William H. Gass, Prigionieri del paradiso)